L'intervista

«La guerra pesa sui bilanci delle famiglie americane»

Con Maurizio Novelli di Lemanik Invest abbiamo parlato di prezzi energetici e alimentari in aumento negli Stati Uniti
©OLGA FEDOROVA
Roberto Giannetti
20.03.2026 06:00

Prezzi energetici e alimentari in aumento sull’onda del conflitto con l’Iran mettono sotto pressione le famiglie americane. Ne abbiamo parlato con Maurizio Novelli, Vice President & Portfolio Manager Innovative and Liquid Alternative Investments Division presso Lemanik Invest SA di Lugano.

La guerra sta provocando un aumento dei costi energetici. Di quanto è aumentato il prezzo dei carburanti negli Stati Uniti? E quanto incide questo sul bilancio delle famiglie americane?
«Il conflitto con l’Iran ha creato un immediato impatto sui prezzi dei carburanti che negli Stati Uniti sono saliti da 3,6 dollari al gallone a circa 5 dollari in questi giorni. Questo aumento del 30% peggiora una situazione di stress finanziario già particolarmente presente prima della COVID-19. La fiducia dei consumatori USA staziona sui livelli più bassi dal 2008 e non recupera nonostante l’economia non sia in recessione. Il fatto è che solo per il top 10% della popolazione l’economia non è in recessione, per il rimanente 90% l’economia è in recessione da almeno tre anni. La crescita dell’economia tende a beneficiare una parte sempre più ristretta della popolazione e si parla ormai di “ghost growth” o “crescita fantasma”, la vedi ma non la puoi toccare».

Durante la pandemia negli Stati Uniti si verificò una mancanza di fertilizzanti, che provocò una impennata dei prodotti alimentari. Nello stretto di Hormuz transitano molti fertilizzanti. Come stanno evolvendo i prezzi alimentari negli USA? E quanto pesa questo sulle famiglie?
«Secondo Gallup, la principale società americana di sondaggi d’opinione, l’inflazione rimane al primo posto tra le preoccupazioni delle famiglie. I prezzi dei beni alimentari hanno subito un rialzo di oltre il 40% dal 2020. Dallo stretto di Hormuz passano importanti componenti chimici per la produzione dei fertilizzanti e si delinea una certa preoccupazione per l’impatto che questo potrà avere sul settore agricolo e sui prezzi alimentari nei mesi a venire. Se questo dovesse accadere, credo che l’amministrazione USA sarebbe decisamente sotto pressione per terminare il conflitto il prima possibile senza raggiungere gli obiettivi prefissati. Mancano sei mesi alle elezioni di midterm di novembre».

Questa difficile situazione finanziaria delle famiglie americane, che già prima della guerra erano molto indebitate, incide sui tassi di insolvenza? Come sta evolvendo questa variabile? E questo rappresenta un problema anche per il sistema finanziario americano?
«I tassi d’insolvenza sul credito al consumo sono ormai critici per i prestiti auto e i prestiti studenteschi (student loans). In questi due segmenti del credito le insolvenze sono già ora più alte della crisi del 2008, nonostante siamo ancora in un contesto di piena occupazione. Le carte di credito hanno iniziato ad evidenziare una crescita dei tassi d’insolvenza già dal 2025 e ci attendiamo un ulteriore peggioramento nei prossimi mesi. Le principali banche americane hanno iniziato a ridurre il credito ed è prevedibile un aumento delle insolvenze e degli accantonamenti su credito già a partire dal trimestre in corso. Occorre considerare che il debito al consumo sostiene oggi il 22% dei consumi totali rispetto al 12% del passato. Capital One Financial, la più grande società di credito al consumo USA, ha perso il 25% da gennaio con bilanci che “battono le stime”. Tutto il settore finanziario è sotto pressione a causa dei problemi che emergono sul segmento del private credit, dove molti grandi fondi d’Investimento hanno bloccato i riscatti. L’impatto di una crisi nel credito privato avrà certamente ripercussioni sulla propensione all’erogazione del credito all’economia. Credo che il ciclo del credito iniziato nel 2013 e sostenuto dal Quantitative Easing per oltre 14 anni, abbia prodotto il più grande stock di credito speculativo mai visto nella storia. Negli Stati Uniti ci sono oggi circa 14 mila miliardi di credito “speculativo” a fronte di un PIL di 25 mila miliardi di dollari e i problemi del private credit sono solo la punta dell’iceberg».

Ora la Cina ha reso più difficile la vendita di terre rare agli Stati Uniti. Anche questo rappresenta un rischio di aumento dei prezzi?
«Tale problema è già in corso da parecchi mesi, anche se si evita di parlarne. La Cina ha imposto limiti all’export di terre rare lo scorso anno e questa decisione ha avuto significative ripercussioni sui prezzi di alcuni componenti tecnologici. Credo che le operazioni USA in Venezuela e in Iran siano collegate a questo problema. Gli Stati Uniti cercano di controllare i canali di rifornimento di petrolio della Cina per obbligare la Cina a rivedere l’embargo sui alcuni materiali strategici. Lo scontro geoeconomico è solo all’inizio e coinvolge l’intera filiera produttiva mondiale».

Alcuni parlano di bolla del settore tecnologico statunitense. La mancanza di terre rare crea difficoltà per le aziende di questo settore, che tra l’altro hanno raggiunto quotazioni molto elevate a Wall Street?
«Le quotazioni sono ormai elevate da tempo e l’attuale contesto non sembra imprimere correzioni significative. Il problema è che attualmente la finanza americana è particolarmente vulnerabile alle bolle speculative create in 15 anni di bull market. Personalmente ritengo che il mercato azionario USA sia sotto stretto controllo statale per evitare rischi di inversione. Allo stesso modo posso dire che da tempo anche i tassi d’interesse sui titoli governativi a 10 anni sono sotto stretto controllo del Dipartimento del Tesoro. Allo stato attuale, il 25% degli attivi finanziari americani è detenuto da investitori esteri, credo sia la percentuale più elevata dal 2000».

Quali sono le sue previsioni sul tasso di crescita negli Stati Uniti quest’anno?
«Operiamo in un contesto dove i dati macro sono molto meno affidabili rispetto al passato per tutta una serie di motivi sia tecnici che “politici”. Chi studia i dati macro e non si limita solo a leggerli per come vengono pubblicati sa benissimo di cosa parlo. Le previsioni sulla crescita? Facile: 2,5%, il programma economico del governo prevede questo».

In questo articolo: