Geopolitica

La pericolosa corsa dell’America al dominio dei minerali critici

Le cosiddette «terre rare» sono fondamentali per la svolta energetica, per la difesa e anche per i server su cui gira l’intelligenza artificiale Washington corre ai ripari tra riserve strategiche, sussidi e progetti minerari, ma rischia di compromettere i mercati globali nella sfida con Pechino
© The Economist/Diego Mallo
The Economist
02.03.2026 06:00

Nel 1973 un club di Stati petroliferi arabi tenne il mondo in ostaggio sospendendo le esportazioni di greggio verso i Paesi accusati di sostenere Israele. I prezzi della benzina schizzarono alle stelle; le economie occidentali vacillarono. Oggi il rischio è che la Cina utilizzi la propria presa su altre risorse naturali per perseguire i suoi obiettivi, come l’annessione di Taiwan. Pechino ha già mostrato la propria forza interrompendo lo scorso anno le esportazioni di terre rare. È per questo che gli Stati Uniti stanno mettendo in campo il più vasto intervento nei mercati delle materie prime degli ultimi decenni.

Leader mondiale

Il terreno di scontro è l’approvvigionamento dei metalli «critici», un gruppo di minerali indispensabili per la produzione di infrastrutture militari, elettriche e informatiche: in sostanza, tutto ciò di cui le economie moderne hanno bisogno per essere sicure, tecnologiche e sostenibili. La Cina domina gran parte di queste filiere: estrae circa l’80% del tungsteno mondiale e raffina il 99% del gallio.

Questo primato sta spingendo Washington a una campagna totale per diversificare le fonti di 60 minerali. Sono stati promessi miliardi di dollari per decine di progetti minerari in patria e all’estero; si studiano prezzi minimi garantiti e blocchi commerciali; è stata annunciata la creazione di una vasta riserva strategica capace di coprire mesi di fabbisogno nazionale.

Il rischio, ora, è che l’America si affidi eccessivamente a un insieme disorganico di iniziative e che, nel tentativo di esercitare controllo, finisca per compromettere quel sistema flessibile di incentivi di mercato che assicura il buon funzionamento dell’economia globale.

Occidente vulnerabile

Il dominio cinese sui minerali critici ha messo a nudo la più grave vulnerabilità strategica dell’Occidente degli ultimi anni. Nell’aprile scorso, nel pieno della guerra commerciale con gli Stati Uniti, la Cina ha limitato l’export di sette terre rare fondamentali; in ottobre ne ha aggiunte altre cinque. Quasi un terzo dei programmi di approvvigionamento del Pentagono rischiava carenze, così come settori che vanno dall’automotive alle energie rinnovabili.

Il mercato non è la soluzione

La prospettiva di un’interruzione su larga scala ha spinto il presidente Donald Trump a una tregua commerciale con Xi Jinping, oltre a un allentamento dei controlli americani su alcune esportazioni tecnologiche. Ma Xi può riattivare quest’arma quando vuole. Intanto, le esportazioni di terre rare per applicazioni «dual use» – la zona grigia in espansione tra ambito militare e civile – restano in gran parte bloccate, frenando gli sforzi occidentali di riarmo.

Sarebbe rassicurante sostenere che la migliore difesa contro queste tattiche consista nel rafforzare ulteriormente i mercati globali. Di certo hanno un ruolo. Le crisi petrolifere degli anni Settanta favorirono lo sviluppo del trading di materie prime, in cui i prezzi dei materiali chiave vengono determinati in Borsa da milioni di compratori e venditori che ogni giorno stipulano circa 40 milioni di contratti derivati. Più volte, di fronte a guerre, scioperi industriali o catastrofi naturali, i mercati hanno dimostrato di assorbire gli shock meglio di qualsiasi pianificazione statale.

Tuttavia, gli Stati Uniti hanno ragione su un punto: l’egemonia cinese sui minerali critici rende ingenuo e pericoloso affidarsi esclusivamente alla «mano invisibile». Pechino ha impiegato decenni per costruire il proprio controllo, finanziando progetti interni e acquisendo beni all’estero. I produttori si sono consolidati in colossi che lo Stato può dirigere e che dispongono di un potere di mercato tale da scoraggiare i potenziali concorrenti, inondando il mercato globale – anche a costo di perdite temporanee.

Gli Stati Uniti sono impreparati

Il compito di Washington è dunque trovare un equilibrio. Da un lato, deve assicurarsi contro il rischio di nuove interruzioni e scoraggiarle, aumentando il costo politico ed economico di ulteriori restrizioni. Dall’altro, deve preservare il funzionamento dei mercati. Sussidi e scorte strategiche sono costosi; gli accordi bilaterali tra Stati sulle materie prime incoraggiano rendite di posizione, accordi opachi e corruzione – un rischio concreto con l’amministrazione Trump. Un eccesso di dirigismo attenua i segnali di prezzo che incentivano risparmio e innovazione.

Purtroppo, gli Stati Uniti stanno gestendo male questi compromessi. I funzionari dell’amministrazione e rappresentanti politici sembrano considerare qualsiasi spesa un prezzo accettabile per la sicurezza. I fondi vengono dispersi in modo inefficiente, invece di concentrarsi laddove la presa cinese è più forte, ossia nelle raffinerie e nelle fonderie.

Dal Delaware alla Repubblica Democratica del Congo, avventurieri propongono all’amministrazione progetti inconsistenti nella speranza di ottenere facili finanziamenti. In cambio della pace in Ucraina (alle sue condizioni), Vladimir Putin promette a Trump accordi per 12 mila miliardi di dollari, inclusi numerosi progetti nei settori energetico e minerario, dal valore quantomeno dubbio.

La campagna americana dovrebbe invece fondarsi su tre principi. Il primo è restringere il campo. Non tutti i 60 minerali definiti «critici» lo sono davvero. Alluminio, piombo e zinco sono abbondanti, riciclabili e sostituibili; la Cina faticherebbe a monopolizzare vasti mercati industriali come quello del rame.

Concentrarsi su alcune materie prime

Washington dovrebbe concentrarsi sui metalli di nicchia e davvero vitali, come alcune terre rare, che Pechino può più facilmente bloccare. La priorità andrebbe alle industrie strategiche – difesa e, forse, sanità – lasciando i produttori di automobili a cavarsela sul mercato. Anche sottrarre alla Cina una quota modesta dell’offerta può spezzarne la morsa.

Il secondo principio è utilizzare tutti gli strumenti disponibili. Le riserve strategiche mirate possono coprire i bisogni immediati in caso di crisi; i contratti di acquisto a prezzi prestabiliti possono attirare investitori privati e far decollare i progetti. Ma occorre intervenire anche nella raffinazione e nella trasformazione. Le raffinerie che producono un metallo principale spesso lasciano sottoprodotti critici negli scarti, perché il loro trattamento è troppo costoso. Un sostegno pubblico condizionato potrebbe modificare questi calcoli economici.

Infine, il terzo principio: garantire che i segnali di prezzo restino operativi. L’economia continuerà ad adattarsi e a innovare solo se acquirenti e venditori affronteranno prezzi elevati quando l’offerta è limitata. Prezzi fissi e artificialmente bassi, al contrario, aggraverebbero la dipendenza.

Pronti a scavare

Per l’amministrazione Trump, la sicurezza nazionale significa «America First». Questo si traduce in una corsa ad accaparrarsi forniture scarse a scapito degli altri, suscitando il timore degli alleati di essere lasciati indietro. Eppure anche un’amministrazione scettica sull’utilità delle alleanze militari dovrebbe collaborare con i partner sulle risorse naturali. L’Europa dispone di competenze ingegneristiche; il Giappone, già vittima in passato del ricatto minerario cinese, ha maturato esperienza nella messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento. Insieme, rafforzano il mercato. Di fronte alla geologia, all’operosità e al sistema politico della Cina, la capacità americana di lavorare con gli altri resta il suo principale vantaggio strategico.