La solidarietà non è finita, deve solo cambiare forma

Al ChangeMakers Day 2026 la plenaria d’apertura, al Centro Villa Negroni di Vezia, ha messo al centro una domanda semplice ma decisiva: la solidarietà è morta? La risposta, rilanciata da Pio Wennubst, è stata netta: no, viva la solidarietà. Semmai, oggi occorre trovare nuovi modi per praticarla, perché il contesto globale è profondamente cambiato.
Wennubst, ha ripercorso l’origine del suo impegno ricordando un viaggio in Africa agli inizi degli anni Ottanta, attraversando il Sahara. Da quell’esperienza nacque la decisione di dedicarsi all’aiuto allo sviluppo e di entrare nella Cooperazione svizzera. Allora, ha spiegato, il punto di partenza era l’essere umano: la costruzione di istituzioni, il rafforzamento dello stato di diritto, il sostegno ai paesi africani nel periodo successivo alla decolonizzazione. Per molti anni, questo approccio ha rappresentato il cuore della cooperazione internazionale. Pio Wennubst è un diplomatico svizzero con una lunga esperienza nella cooperazione internazionale e nello sviluppo. Ha ricoperto incarichi di rilievo nella Direzione dello sviluppo e della cooperazione e in rappresentanza della Svizzera presso le agenzie ONU (FAO, IFAD e WFP) a Roma.
Secondo Wennubst, però, con l’Agenda 2030 il baricentro si è spostato. Per la prima volta si è provato a costruire un consenso multilaterale non solo attorno alla tutela delle persone, ma anche alla protezione del pianeta, con obiettivi che riguardano clima, sostenibilità e riduzione dell’impronta carbonica. È stato, a suo avviso, un passaggio storico: forse l’ultimo grande accordo globale condiviso per salvaguardare insieme umanità e ambiente.
Oggi, però, quel quadro appare indebolito. Wennubst ha descritto un ritorno alla legge del più forte, segno di un cambio di paradigma che rende più fragile l’idea stessa di cooperazione. Per questo, ha sostenuto, bisogna tornare a rivendicare la solidarietà, immaginando forme nuove e più adatte al presente, sollecitando anche le istituzioni pubbliche.
In questa prospettiva, un ruolo importante spetta anche all’associazionismo e al mondo delle ONG. Non solo ai giovani, ma anche a chi ha più esperienza: secondo Wennubst, è fondamentale valorizzare competenze e sensibilità intergenerazionali, così da permettere a persone anche non più giovanissime di mettere energie e idee al servizio della comunità.
La plenaria si è aperta con i saluti di Ludovica Donati e Stefano Montobbio, rispettivamente co-direttrice e presidente della Fondazione cenpro, insieme a Claude-Alain Cariola, responsabile del private banking di EFG. A chiudere la mattinata - e prima dei numerosi seminari settoriali - è intervenuta Monica Tabet-Gugolz, neo segretaria generale della FOSIT, la Federazione delle ONG della Svizzera italiana, che ha parlato di cooperazione internazionale e sviluppo nel presente del terzo settore.
Bernhard Lang, ricercatore del Verbandsmanagement Institut dell’Università di Friburgo, ha invece spostato l’attenzione sul significato stesso di terzo settore. La sua definizione è precisa: il terzo settore nasce dove falliscono Stato, mercato e famiglia. In altre parole, risponde a bisogni che nessuno di questi tre attori riesce a coprire da solo.
Ma non basta avere una buona missione: bisogna anche saper gestire bene un’associazione o una ONG e motivare i collaboratori. Lang ha presentato un manuale - il Freiburger Management-Modell für NPO, il manuale di riferimento del VMI per la gestione delle organizzazioni nonprofit - elaborato dal suo istituto, pensato come una sorta di ricettario per amministrare in modo corretto organizzazioni grandi o piccole che siano. Il manuale è giunto alla sua decima edizione. L’idea di fondo è che le nonprofit siano diverse dalle imprese profit, quindi non basta copiare i modelli aziendali: servono strumenti pensati per chi lavora con una missione sociale o pubblica al centro.
Il punto critico, ha spiegato Lang, è duplice: da una parte la continuità delle persone, tra volontari e professionisti; dall’altra la sostenibilità finanziaria, quindi il rapporto con donatori, sponsor e sostenitori. In conclusione, il terzo settore resta indispensabile. Ma per continuare a esserlo deve sapersi trasformare.
