L'intervista

«La Svizzera sembra meno "affamata" di competizione»

Il settore chimico‑farmaceutico svizzero è sotto pressione per concorrenza globale, tensioni interne e carenza di personale qualificato, come spiega la presidente di scienceindustries Annette Luther
© CdT/Chiara Zocchetti
Dimitri Loringett
24.01.2026 06:00

L’industria chimico-farmaceutica in Svizzera è sotto pressione, tra azioni dirompenti del governo USA e agguerrita concorrenza globale, a cui si aggiungono pure le tensioni sul mercato interno, con l’esplosione dei costi della sanità e la persistente difficoltà nel reperire manodopera qualificata. Di queste sfide per questo settore chiave dell’economia svizzera abbiamo parlato con la dott.ssa Annette Luther, da maggio scorso presidente di scienceindustries, l’associazione nazionale delle industrie chimiche e farmaceutiche.

Dott.ssa Luther, come valuta l’attuale competitività della Svizzera nel contesto globale delle scienze della vita?
«La Svizzera è stata per decenni uno dei luoghi più competitivi al mondo per le industrie innovative, in particolare per il settore delle scienze della vita. Molti elementi strutturali restano solidi: stabilità politica, un sistema formativo eccellente, un accesso privilegiato ai mercati internazionali e, soprattutto, la libera circolazione delle persone, che consente alle aziende di reclutare rapidamente talenti qualificati da tutta Europa con poca burocrazia. Tuttavia, non si può ignorare che la Svizzera è scesa di una posizione nel Global Industry Competitiveness Index, stilato da BAK Economics. Ciò riflette un’impressione più generale: oggi la Svizzera sembra meno “affamata di competizione” rispetto ad altre nazioni che stanno reagendo con grande rapidità ai cambiamenti globali. In particolare, grandi mercati come Stati Uniti e Cina stanno adottando strategie molto aggressive per attrarre attività di ricerca, produzione e investimenti. Al contrario, in Svizzera la dinamica degli investimenti si è raffreddata e l’incertezza nei rapporti con l’UE pesa sulla prevedibilità di lungo periodo. Le basi restano solide, ma per rimanere competitivi sarà necessario un rinnovato impulso strategico».

Dr. Annette Luther, presidente di scienceindustries, l'associazione nazionale delle industrie chimiche e farmaceutiche
Dr. Annette Luther, presidente di scienceindustries, l'associazione nazionale delle industrie chimiche e farmaceutiche

Parliamo di accordi bilaterali Svizzera-UE: quali sono gli elementi più critici delle trattative in corso per il settore chimico farmaceutico e come vede il processo politico che ci attende?
«Per il nostro settore, tre elementi delle relazioni tra Svizzera e UE sono assolutamente essenziali. Il primo è la libera circolazione delle persone, che consente alle imprese di assumere rapidamente specialisti europei altamente qualificati, un aspetto cruciale considerando che oltre il 50% dei dipendenti dei grandi gruppi in Svizzera proviene dall’UE. Il secondo è l’Accordo sul reciproco riconoscimento (MRA), grazie al quale norme e valutazioni di conformità sono accettate da entrambe le parti, evitando duplicazioni costose e garantendo un accesso senza ostacoli al mercato europeo, che rappresenta circa il 50% delle nostre esportazioni. Il terzo elemento riguarda l’associazione a Horizon Europe e ad altri programmi di ricerca: la cooperazione scientifica con l’Europa è fondamentale per attrarre ricercatori di eccellenza e mantenere viva una rete di collaborazione che contribuisce in modo decisivo all’attrattività della Svizzera. Il processo politico sarà lungo e sfocerà quasi certamente in una votazione popolare, probabilmente nel 2027 o 2028. Ma per l’industria è indispensabile preservare questi tre pilastri».

Che cosa serve, secondo lei, per far crescere – e trattenere — aziende ad alto potenziale, così come la manodopera qualificata?
«La Svizzera offre un contesto eccezionale per l’innovazione nella fase iniziale: università di prim’ordine, talenti altamente qualificati e una buona disponibilità di capitali nelle fasi seed ed early stage. Il problema emerge nella fase successiva, quella della crescita, quando le aziende necessitano di finanziamenti ben più consistenti per scalare, industrializzare la tecnologia o entrare nei mercati globali. Questo “vuoto di finanziamento” non riguarda solo la Svizzera, ma l’Europa nel suo complesso ed è uno dei motivi per cui molte scale up promettenti finiscono per trasferirsi negli Stati Uniti, dove l’accesso al capitale per la fase di crescita è più ampio. Per mantenere queste aziende in Svizzera, servono strumenti specifici: più capitali per le late stage, una maggiore partecipazione degli investitori istituzionali, incentivi mirati e iniziative pubblico-private per consolidare capacità produttive e di ricerca sul territorio. La Svizzera possiede già i talenti e le competenze scientifiche per generare il prossimo leader globale nel biotech o nella tecnologia: la sfida è creare condizioni che permettano a queste aziende di crescere senza dover emigrare».

La Svizzera si trova davanti a un dilemma: aumentare la spesa sanitaria interna o mettere sotto pressione il settore

A proposito di Stati Uniti, come interpreta il loro nuovo approccio dell’Amministrazione Trump – tra obblighi di investimento e modello di prezzo di riferimento internazionale – e quali conseguenze comporta per le aziende svizzere?
«Negli Stati Uniti si osservano due dinamiche distinte ma collegate. La prima riguarda l’obiettivo di riportare sul territorio nazionale attività farmaceutiche e produttive, legando minacce tariffarie all’obbligo di investire negli USA. La seconda dinamica riguarda i prezzi dei farmaci: gli Stati Uniti pagano storicamente prezzi molto più alti rispetto ad altri Paesi ricchi, contribuendo in modo sproporzionato al finanziamento dell’innovazione mondiale. L’attuale Amministrazione non ritiene più sostenibile questo modello e propone un sistema di riferimento internazionale che collegherebbe il prezzo americano a quelli di altri Paesi benestanti, inclusa la Svizzera. Per evitare dazi elevati sui farmaci, sedici grandi aziende farmaceutiche, tra cui due svizzere, hanno firmato accordi con gli Stati Uniti. È probabile che accordi simili vengano presto richiesti anche alle imprese di medie dimensioni. Questo crea un dilemma complesso per il nostro Paese: aumentare la spesa sanitaria interna o mettere sotto pressione uno dei settori più importanti per l’economia nazionale. Per questo, lo scorso 12 gennaio a Berna è stato istituito dai consiglieri federali Guy Parmelin ed Elisabeth Baume-Schneider un gruppo di lavoro, denominato “Polo economico delle scienze della vita”, che esaminerà come offrire le migliori condizioni quadro possibili alle scienze della vita e all’industria farmaceutica in Svizzera. L’obiettivo è garantire che la Svizzera resti un polo attrattivo per ricerca, produzione e occupazione qualificata. Questo approccio si avvicina alle strategie già adottate da Paesi come Germania, Spagna e Regno Unito. Il gruppo dovrà presentare un rapporto entro la fine di quest’anno».

Con l’obiettivo di trattenere le competenze nel Paese, scienceindustries è impegnata anche nella promozione della formazione. Ce ne parli.
«La capacità della Svizzera di rimanere competitiva nel lungo periodo dipende in gran parte dalla formazione e dall’attrazione dei talenti. Per questo motivo, alcuni anni fa scienceindustries ha lanciato l’iniziativa “Talents in Science”, volta a motivare i giovani a scegliere studi e professioni nelle scienze della vita e nelle discipline tecniche. Il calo demografico rende urgente questo impegno: sempre meno giovani entrano nel sistema formativo e il fabbisogno dell’industria cresce. Per rafforzare ulteriormente questo lavoro, abbiamo istituito anche una nuova posizione dedicata alla formazione, con l’obiettivo di potenziare la formazione professionale e sostenere la promozione delle giovani leve».