La tensione nel Golfo sale e il petrolio torna sopra quota 100 dollari

Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile. Le quotazioni del Brent, il greggio di riferimento internazionale trattato alla Borsa ICE di Londra, hanno guadagnato fino al 3,1% toccando 100,95 dollari, il valore più alto dallo scorso 24 luglio. A spingerlo è l'ennesima impennata delle ostilità in Medio Oriente, dove Stati Uniti e Iran si contendono ormai da sei mesi il controllo dello Stretto di Hormuz, la via d'acqua attraverso cui, prima del conflitto, transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiali.
La reazione dei mercati è stata immediata e trasversale. Il super indice europeo Stoxx 600 ha ceduto l'1,6%, mentre i titoli di Stato del Vecchio Continente hanno perso terreno, con il rendimento del Bund decennale tedesco salito al 3,41%, il massimo dal 2011. Anche il gas naturale europeo è rincarato: alla Borsa TTF di Amsterdam è arrivato a quotare 78,30 euro per megawattora, il livello più alto da oltre tre anni. Il filo che lega tutti questi movimenti è il timore di una nuova ondata inflazionistica.
Attacchi incrociati nel Golfo Persico
All'origine c'è la sequenza di colpi e contraccolpi delle ultime ore. Martedì notte l'esercito americano ha annunciato di aver «distrutto» cinque petroliere iraniane, in risposta, ha spiegato, a due attacchi missilistici sferrati questa settimana dai Guardiani della Rivoluzione contro una nave da guerra statunitense. Teheran ha replicato di aver colpito due imbarcazioni americane e otto petroliere «infliggendo pesanti danni» e di aver preso di mira dieci navi che tentavano di attraversare quella che definisce una zona proibita. I Guardiani della Rivoluzione hanno inoltre rivendicato un attacco balistico contro la base aerea americana di Al-Azraq, in Giordania.
Il fronte si è allargato anche alla penisola arabica. Martedì i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato decine di missili e droni contro impianti energetici in Arabia Saudita. Il ministero saudita dell'Energia ha riconosciuto «un arresto temporaneo di alcune operazioni», precisando che squadre specializzate erano al lavoro per domare gli incendi divampati in più punti; non ha però indicato quali siti siano stati colpiti né l'entità dei danni. Gli Houthi, che Riad ritiene sostenuti da Teheran, minacciano ora di chiudere anche lo Stretto di Bab al-Mandeb, diventato una rotta cruciale per l'export saudita da quando Hormuz è di fatto sbarrato.
Si assottigliano le scorte
Ciò che rende questa fase più insidiosa delle precedenti è lo stato dei magazzini. Mesi di esportazioni ridotte dal Medio Oriente hanno assottigliato le scorte dei principali consumatori. Le riserve strategiche americane sono scese a 289,7 milioni di barili, il minimo dal 1982, dopo anni di prelievi decisi prima da Joe Biden e poi da Donald Trump per calmierare i prezzi alla pompa. Anche il paracadute internazionale si è quasi esaurito: dei 400 milioni di barili liberati a marzo dall'Agenzia internazionale dell'energia (IEA), ne è stato immesso sul mercato circa tre quarti. La stessa IEA stima che quest'anno l'offerta globale di greggio calerà di 4,3 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4%.
Il traffico attraverso Hormuz, intanto, si è ridotto ai minimi termini. È un contesto molto diverso da quello di aprile, quando il Brent aveva toccato il picco di 126 dollari per poi ripiegare a 70 dopo un'intesa di massima fra le parti. Quel memorandum avrebbe dovuto prolungare il cessate il fuoco, riaprire gradualmente lo stretto e gettare le basi di un accordo definitivo. È invece rapidamente naufragato, e da sei settimane i prezzi risalgono al ritmo degli scambi di colpi.
Toni bellicosi
Sul piano politico i margini appaiono chiusi. Il mese scorso Trump ha annunciato una campagna di «guerra economica» contro l'Iran, fondata su un blocco navale dei porti iraniani e sulla minaccia di sanzioni ai partner commerciali di Teheran. L'Iran si dice pronto a tornare al memorandum, ma solo se Washington revocherà il blocco, ripristinerà la deroga che gli consente di vendere petrolio e sbloccherà i fondi congelati all'estero. L'amministrazione americana ha fatto sapere ai mediatori che quell'intesa, ormai scaduta, è «nulla» e che non vi farà ritorno.
Il tono resta bellicoso. Mohsen Rezaei, alto responsabile della sicurezza iraniana, ha avvertito che gli Stati Uniti hanno «ricevuto un chiaro monito dai nuovi missili» di Teheran, aggiungendo che «alla guerra economica si risponderà con una zona di esclusione marittima nel Golfo Persico». Fra i due Paesi non esistono più negoziati diretti; i mediatori tengono aperti i canali di riserva nel tentativo di costruire una cornice per nuovi colloqui.
BCE e Fed verso il rialzo dei tassi d'interesse
Le conseguenze rischiano di andare ben oltre i mercati dell'energia. Un periodo prolungato di greggio sopra i 100 dollari fa lievitare i costi di trasporto e di produzione, riaccende le pressioni sui prezzi al consumo e spinge le banche centrali a mantenere i tassi elevati più a lungo, proprio mentre l'Europa fatica a rimettere sotto controllo l'inflazione. Domani, giovedì 10, la Banca centrale europea comunicherà la sua decisione di politica monetaria, con i mercati che si attendono un leggero ritocco a rialzo dei tassi guida della zona euro, che sarebbe il secondo dopo quello di giugno. La settimana prossima toccherà alla Federal Reserve, da cui ci si attende un rialzo di un quarto di punto percentuale sui tassi guida del dollaro. Intanto, nel Paese la benzina viaggia già oltre i quattro dollari al gallone, ciò che rappresenta un fardello per i repubblicani, chiamati a difendere le loro strette maggioranze al Congresso alle elezioni di metà mandato (midterm).