L'intervista

«L'acquisizione di Credit Suisse ha creato spazi nel mercato del credito»

Livia Moretti, CEO della Banca CIC, spiega la strategia del suo istituto nel campo del finanziamento delle imprese: «Abbiamo in programma oltre 80 assunzioni»
Generoso Chiaradonna
09.02.2024 06:00

Livia Moretti, lussemburghese, è una della due sole donne attualmente alla guida di una banca svizzera. Dopo quasi un decennio passato alla Banca centrale europea (BCE) dove si è occupata di supervisione bancaria soprattutto per banche nei mercati francese, italiano, belga, austriaco e tedesco, da poco più di un anno è la CEO di Banca CIC, un istituto finanziario con quartiere generale a Basilea e che fa parte del gruppo bancario francese Crédit Mutuel, quarto gruppo francese e uno dei più solidi a livello europeo. La Banca CIC è presente in tutte le regioni linguistiche della Svizzera con una sede anche a Lugano. Abbiamo incontrato Livia Moretti nei giorni scorsi proprio sulle rive del Ceresio.

Livia Moretti, lei ha maturato otto anni di esperienza in una banca privata lussemburghese e ha avuto anche un passaggio nell’autorità di controllo finanziario del Gran Ducato. Ha studiato economia e conseguito un Master in Economy of Financial Institutions and Markets dell’Università Luigi Bocconi. Come è passare da un punto di vista continentale e di sistema a quello più piccolo e locale?
«Mi sono occupata di supervisione bancaria europea in un contesto che andava dalla Germania a Malta dal 2014 fino a quasi due anni fa. L’esperienza è stata positiva è mi è servita per trovare un’unità tra varie metodologie di lavoro e anche di differenti culture. Il compito che sto portando avanti con la Banca CIC è quindi la sintesi delle mie due vite professionali precedenti: l’esperienza nel settore finanziario privato in Lussemburgo e quello nell’ambito pubblico della BCE in qualità di dirigente. Ora sono qua in Svizzera e riprendo la parte della banca, quindi del settore privato, però avendo questa esperienza unica di cui ho potuto beneficiare alla Banca centrale europea».

Veniamo da un periodo di alta inflazione a cui le principali banche centrali, compresa la Banca nazionale svizzera, hanno risposto con una stretta monetaria e un aumento dei tassi di interesse che hanno reso più caro il credito alle imprese. Come vi ponete di fronte a questa situazione?
«Siamo di fronte a shock che toccano l’offerta invece della domanda: mercato del lavoro e conflitti geopolitici che conducono a protezionismo e aumento dei costi delle materie prime. Inoltre, c’è tutta la questione della transizione green dell’economia che ha bisogno di investimenti e questo indipendentemente dal ciclo economico. Io lo ripeto spesso durante i miei incontri con gli imprenditori (nei giorni scorsi ne ho incontrati anche in Ticino): ognuno deve fare il proprio ruolo. È impensabile che tutti i problemi d’inflazione possano essere risolti solo dall’azione delle banche centrali. In questa situazione complessa, la ricerca dell’efficienza deve guidare chi prende decisioni di produzione e investimenti in tutti gli ambiti, pubblici e privati».

Non c’è il rischio che quella verde sia una svolta di facciata? Ci sono anche venti politici contrari in Europa su questo tema.
«Attualmente l’opinione pubblica si aspetta dei cambiamenti da parte sia della politica, sia delle imprese. Se però un’azienda oggi non si mostra attenta all’impatto ambientale della sua attività rischia di essere punita dal mercato. E questo riguarda anche per le banche per le scelte d’investimento. Il treno del cambiamento è partito e non si può, per fortuna, più fermare. Di questa ne sono convinta».

La Banca CIC come si colloca sul tema degli investimenti nella sostenibilità?
«Siamo allineati alla politica del casa madre francese. Il Gruppo Crédit Mutuel destina il 15% del risultato netto a progetti che rispettino i criteri ESG (ambientali, sociali e di governance, ndr). E parliamo di un gruppo che consegue in media circa quattro miliardi di euro di utile netto ogni esercizio».

Per spiegare la natura della banca che dirigo bisogna partire dal nome. CIC sta per Credito Industriale e Commerciale. Siamo una banca che da sempre fa credito alle imprese, non solo piccole e medie

E in Svizzera?
«Per spiegare la natura della banca che dirigo bisogna partire dal nome. CIC sta per Credito Industriale e Commerciale. Siamo una banca che da sempre fa credito alle imprese, non solo piccole e medie. Abbiamo team dedicati anche per le grandi imprese rafforzati anche alla luce dei cambiamenti sul mercato bancario svizzero con l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS. Questo sostegno che diamo all’economia svizzera e ai suoi attori, imprese e imprenditori, ha comportato in particolare un aumento di capitale di 300 milioni di franchi concesso dalla casa madre Crédit Mutuel, la quale ha messo inoltre a disposizione i propri consulenti anche per fornire servizi dove il gruppo spicca per il suo know-how, come il factoring alle imprese svizzere e l’assistenza all’esportazione. Siamo dunque in grado di fornire una paletta completa di prodotti e servizi alle imprese e imprenditori, dai crediti commerciali, soluzioni per la cassa pensione, mandati su misura, gestioni patrimoniali per i nostri clienti, fino alla consulenza e sostegno in materia di corporate finance e fusioni e acquisizioni. Dopo questo conferimento il capitale dell’entità svizzera si avvicinerà a 1,1 miliardi di franchi».

Paradossalmente la presenza di fatto di una sola grande banca (UBS+CS) sul mercato svizzero ha creato le premesse per ampliare il mercato del credito a favore di altri istituti?
«In un certo senso sì perché solitamente le imprese si appoggiano su più banche di finanziamento per diversificare il rischio e questo con la scomparsa di Credit Suisse non sempre è possibile. Le alternative sono le banche cantonali, le Raiffeisen e le altre (poche) banche universali come la nostra. Questo sta muovendo molto questo mercato e al pari di altri attori stiamo investendo per crescere e stiamo reclutando personale specializzato nei crediti. L’obiettivo è di assumere 80 dipendenti in Svizzera entro il 2027. Attualmente ne occupiamo circa 420 di collaboratori».

Anche in Ticino?
«Analogamente al resto della Svizzera, anche il Ticino è importante per la nostra crescita che deve essere comunque organica e gestita in modo ordinato. Per questa ragione vengo regolarmente, a cadenza mensile, al Sud delle Alpi dove incontro la comunità imprenditoriale locale che è molto diversificata, ma anche - come gran parte dell’industria svizzera - orientata all’export».

Qui si tocca un tasto sensibile, visto il forte apprezzamento del franco rispetto ad euro e dollaro: ricavi in euro e costi in franchi che mettono in difficoltà molte PMI?
«Il mio punto di vista personale è che nell’apprezzamento del franco svizzero c’è un trade off – uno scambio – da tenere in considerazione: contribuisce a mantenere sotto controllo l’inflazione interna e quindi la capacità di produrre comunque domanda interna e sprona le imprese votate all’export a ridurre i costi».

Ci sarà un’ulteriore apprezzamento del franco?
«Non sappiamo cosa ci riserva il futuro da questo punto di vista, nessuno ha la sfera di cristallo. Molto dipenderà anche dall’incertezza geopolitica attuale tra guerre in Ucraina e Medio Oriente e dalla percezione del franco come bene rifugio. Però bisogna anticipare lo scenario peggiore. Prendiamo il caso di un euro a 0,80 franchi, le imprese devono mettersi nell’ipotesi di poter lavorare con quel valore della moneta prendendo le contromisure senza farsi trovare impreparate. Non c’è nulla di peggio per un’azienda prendere decisioni sull’onda emotiva. L’improvvisazione non è mai amica della buona decisione».

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