Investimenti

L'«antidoto» ai colossi dell’IA? Le società «small cap»

Una manciata di aziende tecnologiche trascinano gli indici azionari – Anche senza volerlo, chi investe con fondi passivi si ritrova, di fatto, esposto al segmento - Torna così d’attualità l’alternativa delle piccole società a bassa capitalizzazione, ma non senza rischi
Sei dei dieci titoli che più hanno spinto l’indice S&P 500 finora sono di aziende produttrici di semiconduttori. © EPA/Hannibal Hanschke
Dimitri Loringett
22.10.2026 06:00

Comprare «tutto il mercato», come si fa tipicamente con i fondi indicizzati e gli ETF passivi, è il classico approccio di diversificazione nei portafogli d’investimento. Ma quando l’andamento di un indice dipende da pochi titoli cosiddetti «mega cap», ossia a grandissima capitalizzazione di mercato, la diversificazione viene meno. Da ormai tre anni, infatti, le performance dei principali indici azionari statunitensi sono determinate da una manciata di titoli tecnologici legati all’IA. Nel 2023 e nel 2024 i dieci titoli che più hanno contribuito al rialzo dello S&P 500 ne hanno prodotto circa il 60%, nel 2025 oltre la metà, mentre nei primi sette mesi del 2026 di nuovo quasi sei punti su dieci. Fino a pochi anni fa il loro apporto si misurava in «appena» qualche punto percentuale. In pratica, chi con i fondi passivi pensa di avere un portafoglio «neutrale» e diversificato sta di fatto scommettendo sull’intelligenza artificiale.

E la scommessa si sta allargando a tutto l’ecosistema IA. Dopo i giganti del cloud come Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta, l’attenzione si è spostata sui produttori di microchip, ad esempio la statunitense Micron Technology, entrata nel «club dei mille miliardi di capitalizzazione», mentre i già noti colossi Intel e AMD registrano guadagni da inizio anno attorno al 184%. Nei mesi fino a luglio, sei dei dieci titoli che più hanno spinto l’indice S&P 500 erano semiconduttori. E il quadro non cambia allargando lo sguardo: nel super indice globale FTSE All Cap, che conta oltre diecimila società, le prime dieci valgono più di un quinto del totale, quasi tutte statunitensi e tecnologiche

Il ritorno delle «piccole»

Tra i vari «antidoti» a questa concentrazione, caratterizzata oltretutto da preoccupanti fenomeni di circular financing tra società dell’IA e produttori di semiconduttori, sta tornando d’attualità quello delle cosiddette «small cap», le piccole società quotate in Borsa. Se ne è parlato recentemente a un incontro con gli investitori organizzato a Zurigo da Vanguard, che proprio cinquant’anni fa lanciò il primo fondo indicizzato per i piccoli risparmiatori e che oggi propone un ETF sulle small cap europee.

Dalla fine del 2007, è stato spiegato, lo S&P 500 ha reso il 610%, dividendi compresi, ma 122 punti percentuali di quel guadagno vengono soltanto dal fatto che oggi gli investitori pagano ogni dollaro di utile molto più di allora. Le small cap globali hanno fatto il percorso inverso, con multipli in calo e rendimento costruito su utili e dividendi. Le piccole europee «costano» 13,8 volte gli utili attesi. In altre parole, per ogni euro o franco di profitto che le aziende dovrebbero realizzare quest’anno, chi compra le loro azioni ne paga poco meno di 14. In confronto, per lo S&P 500 ne paga quasi 20, per il Nasdaq 100 oltre 23 (dollari, naturalmente). E anche gli utili dei giganti tecnologici vanno letti con cura, è stato rimarcato, poiché una parte della loro crescita viene dalla rivalutazione contabile delle partecipazioni in OpenAI e Anthropic, dai riacquisti di azioni proprie e, sempre più, dal debito.

In Europa, dove la crescita economica è un po’ anemica (attorno all’1% da alcuni anni), le piccole società hanno comunque continuato a rafforzarsi. Dal 2008 il loro patrimonio netto per azione (book value, ovvero la differenza fra attivi e passivi divisa per il numero di azioni in circolazione) è quasi triplicato, contro un aumento inferiore al 30% per le grandi società quotate. Inoltre, sono aziende che vendono soprattutto in casa, con oltre il 60% del loro fatturato realizzato in Europa, contro circa un terzo per i grandi gruppi del continente, molto più esposti a Stati Uniti e Cina.

Rischi da valutare

Le small cap sono però più volatili e nelle crisi il loro calo in Borsa è spesso marcato. Gli esperti di Vanguard hanno infatti ricordato come durante la crisi finanziaria globale del 2008 queste società, in aggregato, persero circa due terzi del loro valore. Ma poi, in genere, recuperano più in fretta, sempre che si abbiano i nervi saldi per resistere ai momenti di crisi sui mercati.

Piccolo, inoltre, non significa automaticamente a buon mercato. Negli Stati Uniti l’indice Russell 2000, che raccoglie duemila piccole società, costa oltre 25 volte gli utili attesi, più dello S&P 500 quindi. Il motivo è semplice. Molte di queste aziende non guadagnano, anzi perdono, con metà delle dieci più grandi che è in rosso, per 1,6 miliardi di dollari complessivi in un anno. In sostanza, significa che le perdite delle une si mangiano i profitti delle altre e, a parità di prezzo, ci si ritrova a pagare caro per un utile che non c’è. E non è tutto: tra le maggiori piccole società globali, quasi tutte americane, figurano fornitori di data center e, quindi, chi cerca nelle small cap (sempre americane) un riparo dall’IA rischia di ritrovarsela in portafoglio.

Pochissime, peraltro, salgono di categoria. Secondo FTSE Russell, che pubblica l’omonimo indice, solo il 7-8% diventa una società di media o grande capitalizzazione, due su tre restano piccole, mentre le altre vengono acquisite, ritirate dalla Borsa o falliscono.

C’è poi un limite alla diversificazione. In Europa piccole e grandi società si muovono in larga misura insieme, con una correlazione molto elevata. Detto altrimenti, possono proteggere dalla scommessa sull’IA, non da un crollo dei mercati.

Resta infine un’obiezione di fondo, ovvero che la concentrazione dei titoli tecnologici negli indici americani non è solo un effetto dell’«euforia» per l’IA. Dei 610 punti percentuali guadagnati dallo S&P 500 in quasi vent’anni, 274 vengono dalla crescita degli utili. In altre parole, i mercati premiano chi guadagna e finora i colossi tecnologici hanno guadagnato.

In Svizzera i fondi ETF conquistano le donne

Più di un investitore svizzero su tre utilizza ormai gli ETF, i fondi negoziati in Borsa: il 35%, contro il 31% di un anno fa. Lo rileva lo studio della Scuola universitaria professionale di Lucerna (HSLU). La diffusione è maggiore tra i giovani: li usa il 44% degli investitori sotto i 45 anni, contro il 26% dei più anziani.

L’elemento forse più rilevante che emerge dallo studio è che a trainare la crescita sono soprattutto le donne. La quota di investitrici con ETF in portafoglio è infatti salita in un anno dal 21% al 27%, contro un solo punto in più per gli uomini: il 70% della crescita viene dal pubblico femminile. Migliorano anche le conoscenze: il 44% delle donne ha almeno nozioni di base sugli ETF (38% un anno fa), contro il 64% degli uomini. «Gli ETF sono sulla buona strada per sostituire i fondi d’investimento tradizionali come prodotto standard nei portafogli svizzeri», osserva Brian Mattmann, responsabile dello studio, citato in una nota.

Pesano anche i «finfluencer», i divulgatori finanziari sui social: tra le investitrici che li seguono, oltre la metà dichiara che hanno influito su una decisione d’acquisto.

Cambia anche l’offerta. Gli ETF non sono più sinonimo di investimento passivo: il 13% di quelli disponibili in Svizzera è a gestione attiva e lo è quasi un nuovo prodotto su due. Si contano infine oltre 110 mila piani di risparmio in ETF, per più di 800 milioni di franchi.

L’indagine, commissionata dal portale finanzen.ch, si basa su un sondaggio svolto tra maggio e giugno su 3.572 persone nella Svizzera tedesca e romanda. Il Ticino non è stato incluso.

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