L'analisi

L'aumento dei prezzi del petrolio? Il vero problema è un altro

Secondo Simon Evenett, professore di politica commerciale e geopolitica all'Istituto internazionale per lo sviluppo manageriale di Losanna, a frenare la crescita mondiale è la volatilità e non un prezzo del barile alto ma stabile
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Red.Online
28.04.2026 08:59

C'è chi sospira. E chi, invece, brontola. Dall'inizio della guerra in Iran, gli automobilisti – in Svizzera e altrove – stanno «lottando» con i prezzi di benzina e diesel, in taluni casi (e momenti) schizzati alle stelle. Mentre la popolazione si irrita, scrive al riguardo il Blick, gli esperti monitorano il prezzo del barile: a circa 90 dollari, leggiamo, l'economia svizzera cresce soltanto dello 0,7% invece dell'1% previsto. Se dovesse mantenersi a lungo sui 120 dollari, invece, si parlerebbe di crisi mondiale. Al momento, il barile viaggia sui 105 dollari a barile.

Una nuova analisi, tuttavia, potrebbe rovesciare quanto affermano gli esperti. Il suo autore, Simon Evenett, professore di politica commerciale e geopolitica all'Istituto internazionale per lo sviluppo manageriale di Losanna, assicura infatti che un prezzo del petrolio alto ma stabile sarebbe sopportabile. Il vero problema, per l'economia mondiale, è la volatilità. Ovvero, le fluttuazioni improvvise e imprevedibili. Analizzando i dati del commercio mondiale dal 2000 al 2026, Evenett è giunto a una conclusione sorprendente: un prezzo del petrolio alto e costante, in realtà, in molti casi può accelerare la crescita del commercio mondiale. Se il livello dei prezzi del petrolio aumenta del 10%, il commercio aumenta di 0,38 punti percentuali. Perché? Perché, scrive sempre il Blick, i Paesi esportatori di energia ottengono maggiori entrate. Entrate che, a loro volta, questi Paesi spendono per l'importazione di beni e servizi.

Al contrario, solo gli speculatori di Borsa si rallegrano delle maggiori fluttuazioni di prezzo. Un aumento del 10% della volatilità, ad esempio, è sufficiente a frenare sensibilmente la crescita del commercio mondiale. E il prezzo del petrolio, attualmente, sta facendo le montagne russe. Il presidente americano Donald Trump fa annunci quasi ogni giorno, capaci di mandare in tilt le Borse. L'aspetto più preoccupante dello studio, in ogni caso, riguarda l'effetto ritardato di questi shock. Secondo Evenett, infatti, le «scosse» attuali provocheranno un terremoto che sarà seguito da uno tsunami tra, circa, 19 mesi. Solo allora, insomma, l'impatto si farà sentire pienamente. Perché un simile ritardo? Perché, spiega il professore, se il prezzo del petrolio fa le montagne russe, i manager di tutto il mondo tirano il freno d'emergenza. Gli investimenti vengono fermati. E ancora: i contratti di fornitura vengono rinegoziati dopo la loro scadenza, tenendo conto della nuova volatilità. Inoltre, le scorte vengono svuotate. Risultato: il commercio crolla più tardi, ma con una forza da tre a quattro volte superiore allo shock iniziale. Per l'esperto, l'ingranaggio è già in moto. Anche se Trump negoziasse la pace in Iran o se la situazione si calmasse un po'. Poiché i prezzi del petrolio hanno già fluttuato enormemente nelle ultime settimane e negli ultimi mesi a causa del conflitto, questa tendenza al ribasso per il commercio è «già in cantiere». Evenett scrive esplicitamente che le dichiarazioni secondo cui il commercio mondiale è rimasto robusto di fronte al conflitto sono premature.

Le conseguenze più gravi dovrebbero manifestarsi alla fine del 2026 e nel 2027, con grandi differenze geografiche. I Paesi dell'Africa e del Medio Oriente sarebbero, di gran lunga, i più colpiti. Per Evenett, quindi, è chiaro che la politica non deve concentrarsi su una riduzione artificiale del prezzo del petrolio non appena questo sale alle stelle. Le riserve strategiche di petrolio dovrebbero essere utilizzate, a suo dire, soprattutto per attenuare gli aumenti di prezzo incontrollati.