Lavoro «part time»: lo vorrebbero i Gen Z, ma sono gli «over 50» che lo scelgono di più

Giovani Gen Z (15-30 anni) «pigri», attaccati al loro «work-life balance», poco inclini al sacrificio professionale e campioni del «part time»? È la narrativa che circola spesso nelle conversazioni tra imprenditori e nei corridoi delle risorse umane - e sui media. Questo ritratto ora viene, almeno in parte, rovesciato da un’analisi dell’Unione svizzera degli imprenditori (USI), secondo cui il fenomeno del lavoro a tempo parziale in Svizzera riguarda piuttosto i lavoratori ultracinquantenni e, come si può facilmente intuire, con redditi medio-alti. Ma, precisa l’USI, il fenomeno ha un costo per l’economia tutt’altro che trascurabile: 86 mila posti a tempo pieno, 8 miliardi di franchi di salari (lordi) e 2-3 miliardi di entrate fiscali e contributi sociali e previdenziali «evaporati» ogni anno.
Part time «per stile di vita»
L’analisi dell’USI, che ha incrociato i dati del Rilevamento sulle forze di lavoro in Svizzera (Rifos), distingue con precisione le ragioni del lavoro a tempo ridotto. C’è chi lavora meno perché studia, chi perché si occupa dei figli, chi per ragioni di salute o per mancanza di offerte a tempo pieno. E poi c’è chi, semplicemente, non ha interesse a lavorare di più: il cosiddetto part time «per stile di vita».
Tra i 30 e i 40 anni il motivo principale del tempo parziale è la cura dei figli. Ma dai 50 anni in su cresce progressivamente la quota di chi dichiara di non essere interessato a un impiego a tempo pieno. Nella fascia 60-64 anni, quasi un lavoratore su sei lavora meno semplicemente perché non vuole fare di più.
Impatto sull’economia
I lavoratori che dichiarano espressamente di non voler aumentare il proprio carico di lavoro rappresentano un potenziale inutilizzato di circa 86 mila posti a tempo pieno, grosso modo l’equivalente dell’immigrazione netta in Svizzera in un anno di forte afflusso. Tradotto in salari, il conto è ancora più pesante: circa 8 miliardi di franchi di salari lordi non percepiti ogni anno, pari a quasi l’1% del Prodotto interno lordo. E poiché su quei redditi lo Stato e le assicurazioni sociali non incassano né imposte né contributi, le entrate pubbliche perdono ogni anno tra i 2 e i 3 miliardi di franchi.
Profilo del «part timer»
L’analisi smonta anche un secondo stereotipo: quello secondo cui il tempo parziale volontario sarebbe più diffuso nei lavori precari o poco qualificati. Accade esattamente il contrario. Quanto più è elevato il livello di istruzione, tanto più marcata è la tendenza al part time per scelta. I lavoratori svizzeri con un titolo universitario mostrano, più di altri, scarso interesse per il tempo pieno. E questo vale anche per una quota di giovani adulti tra i 25 e i 34 anni. Eppure è nella categoria degli over 50 che il fenomeno raggiunge la sua massima concentrazione.
La spiegazione proposta dall’USI è economica. A salari orari elevati corrisponde un «punto di saturazione finanziaria» oltre il quale guadagnare un’ora in più vale meno che guadagnarsi un’ora libera. In molte famiglie il bilancio è tale che una riduzione dell’orario di lavoro non incide sul tenore di vita, anche considerata la progressione fiscale. I lavoratori stranieri, invece, mostrano questo comportamento assai meno frequentemente. Chi si trasferisce in Svizzera per lavorare, lo fa tipicamente a tempo pieno. Il tempo parziale per stile di vita si rivela così principalmente un fenomeno della forza lavoro indigena con redditi medio-alti.
Il caso ticinese
In Ticino il quadro si presenta con caratteristiche proprie. I dati Rifos mostrano una crescita costante del lavoro a tempo parziale: la quota di occupati part time è passata dal 29% del 2010 all’attuale 35,6% nel 2025, avvicinandosi progressivamente alla media nazionale (38,8%), ma mantenendo ancora un divario di qualche punto. In termini assoluti, gli occupati a tempo parziale nel cantone sono oggi circa 60 mila, su un totale di circa 169 mila occupati residenti.
Il contesto però è strutturalmente diverso. Il salario mediano ticinese è di circa il 25% inferiore a quello nazionale, una differenza che in un certo senso riduce la possibilità di «permettersi» di lavorare meno. Alcuni costi fissi, a cominciare dai premi di cassa malati tra i più elevati del Paese, non diminuiscono proporzionalmente ai redditi locali, riducendo ulteriormente i margini per scelte orientate allo stile di vita. Ciononostante, anche in Ticino potrebbero emergere tendenze simili a quelle nazionali nelle fasce di reddito più elevato e in alcune professioni , come ad esempio in quelle bancarie e in quelle mediche, dove si raccolgono già alcune voci di una leggera crescita delle richieste di riduzione volontaria dell’orario, pur restando verosimilmente un fenomeno più marginale rispetto al resto del Paese.
Stigma e cultura aziendale
Il lavoro a tempo parziale è da tempo oggetto di acceso dibattito, con il mondo imprenditoriale che ne critica la diffusione come fattore aggravante della carenza di manodopera.Ma la lettura non è unanime.
«Il part time non produce costi marginali per le aziende», aveva osservato, su queste colonne, Marialuisa Parodi , condirettrice dell’associazione Equi-Lab di Lugano. «Assumere due persone a metà tempo oppure una a tempo pieno è equivalente». Il problema semmai, aggiungeva, è culturale: «In Svizzera c’è ancora una questione di stigma sul part time, che viene sempre associato - e questo vale sia per gli uomini, sia per le donne - a una scarsa motivazione o ambizione professionale. Siamo rimasti ai tempi in cui si riteneva necessario “controllare” e questo è parte di quella cultura aziendale tossica da cui i giovani rifuggono».
Una considerazione che invita alla prudenza: prima di puntare il dito sul lavoratore che sceglie di lavorare meno, potrebbe valere la pena chiedersi cosa spinge tanti, soprattutto tra i cinquantenni benestanti, a non voler lavorare di più. La risposta, suggerisce l’USI, passa probabilmente anche da una revisione degli incentivi fiscali. Ma quella è già un’altra storia. E un’altro dibattico politico.
