Le Borse viaggiano sui massimi, spinte dagli utili più che dall'IA

Giunti a fine semestre (e prima di partire per le ferie estive), è il momento dei bilanci sulle gestioni patrimoniali. I mercati hanno attraversato quello che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito, in merito allo shock petrolifero causato dal conflitto nel Golfo Persico, «la più grave interruzione dell’approvvigionamento della storia», restando tutto sommato composti, al netto delle turbolenze. Il prezzo del greggio è rientrato vicino ai livelli precedenti al conflitto in Iran e le Borse viaggiano sui massimi storici. Eppure, i premi al rischio azionario sono negativi per la prima volta dal 1999 e la Federal Reserve non esclude una stretta monetaria entro fine anno. È legittimo chiedersi, tra le altre cose, se i prezzi azionari si siano scollati dai fondamentali. Lo abbiamo fatto con Piera Elisa Grassi, portfolio manager di J.P. Morgan Asset Management, che abbiamo raggiunto a Londra, dove guida il gruppo Global Research Enhanced Index.
La sua risposta parte dagli utili aziendali, che stanno tenendo bene. «Le stime per il 2026 che facciamo oggi sono più alte di quelle di inizio anno: si parla di una crescita degli utili del 26-27%». Numeri elevati, ma con una novità qualitativa: «In passato erano guidati quasi solo dal comparto tecnologico, mentre ora si vedono maggiormente dalle banche, dalle telecomunicazioni e dalle utilities». Quanto alla guerra nel Golfo Persico, «gli investitori hanno imparato a distaccarsi dalla narrativa costante - siamo in guerra, non siamo in guerra, facciamo pace - e questo ha portato stabilità».
Diversificare, ma come?
Il termine più gettonato da un paio d’anni a questa parte è «diversificazione», intesa come composizione geografica e settoriale dei portafogli d’investimento. Ma cosa significa, concretamente, per chi teme la sovraesposizione degli indici americani ai titoli tecnologici? Per Grassi la risposta è duplice: regionale e settoriale. «Il 2025 ce lo ha dimostrato: il divario tra i rendimenti americani e quelli internazionali ha sorpreso tutti». Il punto è che il tema dominante, l’IA, non appartiene più soltanto agli hyperscaler statunitensi: «Oggi ci sono gli enabler e gli adopter, le società che quindi consentono la realizzazione effettiva dei progressi dell’IA, distribuite ovunque». Sono i «pick and shovel», i picconi e le pale della corsa all’oro digitale, quindi produttori di semiconduttori e componentistica come le europee ASML, STMicroelectronics e Infineon, ma anche le utilities, «che dieci anni fa erano un’area di scarso interesse e oggi si trovano al punto d’incontro tra la crescente domanda di elettrificazione dell’IA e l’ammodernamento delle reti».
E i mercati emergenti, protagonisti di un semestre clamoroso? L’indice MSCI Emerging Markets ha guadagnato il 24%, il Kospi coreano è raddoppiato, l’indice tecnologico MSCI (sempre delle economie emergenti) è salito di oltre il 90%. C’è da chiedersi se la paventata bolla dell’IA non si sia semplicemente trasferita a Oriente, oppure se c’è della sostanza in queste straordinarie performance. «Selettivamente, c’è sostanza», risponde Grassi. Le società di Taiwan e Corea che producono i semiconduttori «hanno una domanda altissima a fronte di un’offerta che richiede tempo per crescere, mentre per gli hyperscaler è difficile vedere esattamente quale sarà il ritorno del capitale investito nei modelli». I grandi flussi, osserva, si sono però mossi finora soprattutto dagli Stati Uniti verso i mercati sviluppati internazionali, Giappone in testa, mentre sugli emergenti si procede «a passettini», con investitori ancora scottati dalle crisi passate. «Che sia giusto o sbagliato, lì bisogna mettere un punto interrogativo. Ma i presupposti ci sono e i risultati si sono già visti».
«Stock picking» nell’era dell’IA
Ha ancora senso la selezione dei titoli, ora che si affaccia persino la gestione patrimoniale «agentica», affidata all’IA? Per Grassi la risposta è controintuitiva: «Più IA circola sui mercati, più si crea dispersione e più c’è bisogno di qualcuno che decida». Lo stock picking, paradossalmente, torna centrale proprio nell’era degli algoritmi. In casa J.P. Morgan l’IA ha prodotto una raffica di strumenti interni, ma resta un supporto: «Serve a presentare le informazioni più velocemente, non a prendere le decisioni», osserva la nostra interlocutrice. A decidere è un processo che riflette l’orientamento di lungo periodo del colosso bancario americano. I fondi gestiti da Grassi, per esempio, mantengono deviazioni contenute dagli indici, non con grandi scommesse macroeconomiche, bensì «con tante piccole decisioni a livello di singolo titolo, sostenute da una piattaforma di ottanta analisti che seguono lo stesso settore da 15-20 anni e da un rigoroso controllo del rischio, l’unica sicurezza in un mondo di informazioni imperfette». L’orizzonte, sottolinea, «non è mai di soli sei mesi».
Opportunità e mine
Per i prossimi mesi, le opportunità restano nell’ecosistema dell’IA, «ma non necessariamente nei beneficiari diretti: infrastrutture, semiconduttori e un tema a lungo dormiente come la difesa, partito con le elezioni tedesche e diventato, con la guerra in Iran, una necessità di lungo periodo», annota Piera Elisa Grassi.
E le mine? La prima si chiama momentum crowding, i rialzi speculativi accumulati negli ultimi 12-18 mesi. «Quando queste variazioni diventano troppo tirate, si sa che a un certo punto l’elastico si rompe». La seconda è il software, dato per spacciato dall’avvento dell’IA. Su questo punto Grassi invita a distinguere: «Alcune società soccomberanno, ma quelle che hanno accumulato dati per decenni e i cui contratti di servizio sono difficili da sostituire, possono resistere ancora a lungo».

