Società

Le difficoltà dell'Europa liberale, un sistema che scontenta molti

I governanti centristi si sono dimostrati pericolosamente inadeguati e ora ne pagano il prezzo - Le manifestazioni di piazza mostrano come parte della popolazione abbia perso fiducia nei propri leader, e i disordini che scuotono il Continente non sono una questione di razza o religione
©HANNAH MCKAY / POOL
The Economist
26.10.2026 06:00

«I primi passi verso i disordini sembrano abbastanza facili da comprendere: rabbia per il calo dei salari reali, per l’aggressività del capitalismo, per l’inerzia del Parlamento; rabbia fomentata dagli agitatori… la ragione si scontra con l’istinto». Pochi tra quanti hanno preso d’assalto le città francesi questa settimana riconoscerebbero queste parole. Ma molti concorderebbero con George Dangerfield, il giornalista angloamericano che le scrisse. I manifestanti erano consumati dalla rabbia. Rabbia per il fallimento dello Stato e contro i politici centristi al governo, sempre più in difficoltà. Rabbia per il carovita e le disfunzioni dell’economia. E, per alcuni, rabbia contro l’idea stessa di una politica di centro.

Dangerfield scrisse della «strana morte dell’Inghilterra liberale» negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale. Oggi alcuni prevedono un destino altrettanto cupo per l’Europa liberale. Incendi dolosi, violenze di piazza, saccheggi e manifestazioni di massa mostrano quanto i cittadini abbiano perso fiducia nei propri leader. La Francia vanta una lunga tradizione di manif, ma la violenza scatenata in tutto il Paese dai rivoltosi incappucciati e mascherati nello scorso fine settimana è stata insolitamente grave. Proteste sono divampate anche in Belgio, Italia e Portogallo. Nei prossimi appuntamenti elettorali, prima in Spagna il mese prossimo, poi in Francia e in Polonia l’anno venturo, gli elettori si preparano a punire i partiti moderati. E in Italia l’estrema destra sta scavalcando sulla destra la populista Giorgia Meloni, che ha governato dal centro. Dietro le quinte attendono figure più carismatiche degli schieramenti estremi, tra cui Marine Le Pen in Francia e Alice Weidel in Germania.

Molti, in America e in Europa, sostengono che il centro possa incolpare soltanto sé stesso. Donald Trump proclama con compiacimento che l’Europa è in fiamme perché i suoi leader hanno respinto i suoi consigli, lasciato aperte le frontiere e permesso ogni anno l’ingresso di milioni di immigrati provenienti da Afghanistan, Algeria e Siria. Esponenti della destra MAGA, come Elon Musk, affermano che la crescita della popolazione musulmana rappresenti la minaccia maggiore. Alcuni parlano, con toni apocalittici e assurdi, di «cancellazione della civiltà» o di guerra civile. Persino in Germania il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato questa settimana che gli elevati livelli di immigrazione e la mancata integrazione delle persone nate all’estero sono in parte all’origine dell’improvvisa esplosione di violenza. Lo stesso ha fatto il primo ministro ungherese Péter Magyar, in carica da relativamente poco tempo. La loro analisi è dettata dalla viltà o dalla convenienza politica. Senza dubbio molti elettori europei desiderano anche limitare l’immigrazione e gli ingressi dei richiedenti asilo. Ma, per quanto riguarda le proteste violente, la diagnosi è semplicemente sbagliata. I problemi che affliggono i centristi europei sono invece più complessi e meno facili da risolvere.

Anche se alcuni giovani manifestanti in Francia indossano maglie della nazionale di calcio algerina o scandiscono slogan filopalestinesi, i disordini che scuotono oggi l’Europa non sono una questione di razza o di religione. Sabato in Francia hanno sfilato oltre 500.000 persone, perlopiù a volto scoperto e bianche. A mobilitarle, come in altri Paesi, sono stati il costo della vita e la scarsa qualità dei servizi pubblici. Vogliono più sussidi per i carburanti, più spesa per le scuole, più aiuti economici. Il gruppo forse più numeroso è vicino a Jean-Luc Mélenchon, esponente della sinistra populista, anziano agitatore di folle ed ex trotskista, più simile a Bernie Sanders che a un emiro dell’ISIS.

Sono poi seguiti veri e propri episodi di violenza. Ma vanno attribuiti ad altri fattori, nessuno dei quali ha a che fare con la razza. Gruppi di facinorosi hanno attaccato edifici pubblici, auto della polizia e altri obiettivi. Hanno anche infranto vetrine e saccheggiato negozi di lusso, come quelli di Louis Vuitton, e piccoli esercizi gestiti da immigrati. La polizia non è riuscita a mantenere l’ordine, dopo essere stata accusata in precedenza di brutalità nei confronti degli studenti che manifestavano. E gran parte delle violenze è stata istigata e orchestrata da anarchici con un programma politico rivoluzionario. Un caso emblematico è quello dell’uomo arrestato dopo l’incendio di un municipio ottocentesco a Limoges: un cittadino francese bianco di circa 35 anni.

Sebbene i loro critici sbaglino, i centristi europei devono affrontare problemi reali, e la Francia ne mostra la gravità. Il primo è la stretta dei conti pubblici, che rende tanto difficile un’azione politica efficace. Quando il presidente Emmanuel Macron affrontò le grandi proteste dei gilet gialli nel 2018-2019, poté mettere sul piatto miliardi di euro per placarle. Oggi non è più possibile. La Francia spende troppo e cresce troppo lentamente: poco più dell’1% annuo sotto la presidenza Macron. Quest’autunno i parlamentari faticheranno ad approvare una legge di bilancio che riduca il disavanzo di appena 0,4 punti percentuali, portandolo a un insostenibile 5% del PIL. E il governo potrebbe comunque cadere. La Francia è talmente indebitata, e i mercati hanno così poca fiducia nei suoi politici, che il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi è balzato a livelli che non si vedevano dalla crisi dell’euro.