Le «falle» lasciate da Credit Suisse

A quasi due anni dalla scomparsa di Credit Suisse (CS), il sistema bancario svizzero non mostra segni di cedimento generalizzato. Nessuna crisi di liquidità, nessuna impennata nei costi dei servizi di base, nessun «credit crunch» (stretta del credito) diffuso. Ma sotto la superficie, come mette in luce uno studio della Segreteria di Stato dell’economia (Seco) realizzato da BAK Economics, emergono alcune fragilità tutt’altro che marginali, in particolare i grandi prestiti aziendali non garantiti, i syndicated loan (finanziamenti consortili), certe operazioni di emissione obbligazionaria in franchi e i servizi di global custody per i clienti istituzionali.
Operazioni complesse
La maggior parte delle aziende analizzate non segnala difficoltà nei servizi abituali, come conti, pagamenti, garanzie, cambio, operazioni a basso rischio. La qualità non peggiora e nemmeno la disponibilità si contrae in modo marcato. La situazione cambia però in modo significativo man mano che si sale nella complessità.
Secondo lo studio, che ha analizzato in totale 179 aziende e 103 casse pensioni (79% nella Svizzera tedesca, 18% in Romandia, 3% in Ticino), molte imprese rilevano maggiori difficoltà a ottenere finanziamenti non garantiti di importo elevato, a organizzare prestiti sindacati o, in alcuni casi, a condurre emissioni obbligazionarie in franchi alle stesse condizioni avute in precedenza. I problemi citati più spesso sono la minore disponibilità da parte degli istituti e prezzi più alti, mentre la qualità del servizio rimane sostanzialmente stabile. Tra le imprese che segnalano un peggioramento, oltre il 90% era cliente CS prima della fusione, segno che la banca svolgeva un ruolo particolarmente rilevante proprio nei segmenti più sofisticati del corporate banking.
Banche più prudenti
Nello studio gli interpellati confermano che CS era un attore di riferimento per strutturare operazioni complesse e per assumere quote di rischio rilevanti. Dopo la crisi della banca e alcuni eventi problematici nel settore, molte istituzioni – non solo UBS – mostrano un rischio appetito più basso, indipendentemente dalla vicenda CS. A farne le spese sono soprattutto le imprese medio grandi e innovative, spesso internazionalizzate, che non dispongono di garanzie sufficienti per i prestiti non garantiti e che necessitano di partner disposti a sostenere operazioni articolate.
Casse pensioni
Se per le imprese il nodo è il credito complesso, per le casse pensioni il problema è la drastica riduzione dell’offerta nel global custody (custodia mondiale di titoli in qualità di banca depositaria). Lo studio evidenzia che il 72% delle casse pensioni rileva un calo nel numero di fornitori disponibili dopo la scomparsa di CS, mentre il 93% di quelle che si appoggiavano a CS è passato a UBS. Una concentrazione mai vista in questo segmento.
I margini restano perlopiù stabili, ma la questione centrale è la mancanza di alternative. Un servizio essenziale per investitori istituzionali che improvvisamente si trova con un solo operatore realmente attivo e competitivo.
UBS domina, ma non può tutto
Gli esperti di Seco-BAK non hanno dubbi, UBS è l’unico istituto bancario pienamente in grado di coprire i segmenti d’attività finanziaria più avanzati lasciati scoperti con la scomparsa di CS. Tuttavia, permane nei mercati la preoccupazione che UBS possa ridurre, nel medio periodo, l’esposizione al corporate banking svizzero per concentrarsi sulle attività internazionali di wealth management.
Le banche cantonali, pur molto attive nel credito alle PMI e presenti nei syndicated loan, raramente agiscono come lead bank (capofila e principale sostenitore del rischio) e spiegano esse stesse di avere limiti strutturali, notoriamente mandato regionale, competenze tecniche più contenute, costi di ingresso elevati e bilanci non sempre adatti a operazioni complesse.
Le banche estere, dal canto loro, nonostante un incremento della loro presenza e attività nella Confederazione, mostrano invece un interesse marginale. In generale, indica lo studio, la mancanza di depositi in franchi, i costi di adattamento locale, le barriere linguistiche e culturali e la forte posizione degli operatori svizzeri rendono poco probabile un ampliamento dell’offerta, anche in caso di ritiro parziale di UBS.
Mercato più esposto in Ticino
Lo studio della Seco indica che solo il 3% delle imprese intervistate proviene dal Ticino, un dato che invita alla cautela nel trasporre automaticamente al sud delle Alpi l’intera fotografia nazionale. Tuttavia, proprio la struttura economica ticinese – caratterizzata da un buon numero di aziende esportatrici e da un ricorso storico ai servizi delle grandi banche svizzere – suggerisce che alcune tendenze possano essere persino amplificate a livello locale.
Le analisi mostrano che sono soprattutto le imprese internazionalizzate a percepire un peggioramento nell’accesso ai finanziamenti complessi, con quote che superano il 60% nei casi più delicati. Inoltre, la riduzione dell’offerta nel global custody, segnalata dal 72% delle casse pensioni svizzere, riguarda anche gli istituzionali ticinesi, che dopo la scomparsa di CS dipendono quasi esclusivamente da UBS.
Barriere strutturali
Il rapporto rileva che, nonostante la Svizzera disponga di un sistema di autorizzazione bancaria relativamente aperto, le vere barriere all’ingresso si trovano altrove. Operare su scala significativa richiede infatti costi fissi molto elevati, difficili da sostenere per nuovi operatori. A questo si aggiunge un mercato interno di dimensioni limitate, che riduce le possibilità di raggiungere volumi tali da rendere redditizi i servizi più specializzati. Il settore è inoltre caratterizzato da un marcato «home bias», ovvero una preferenza sia dei clienti, sia delle istituzioni per attori già radicati sul territorio, il che rafforza ulteriormente la reputazione storica dei grandi operatori e rende complesso per nuovi concorrenti conquistare fiducia e massa critica. A completare il quadro vi è la necessità di disporre di una fitta rete locale di competenze e infrastrutture, dalla consulenza legale ai sistemi informatici fino alla compliance regolamentare, elementi che richiedono investimenti consistenti e difficilmente replicabili da zero.
Confronto internazionale
Un capitolo interessante dello studio riguarda il confronto con Paesi simili. Sorprendentemente, non emerge alcun legame forte tra la presenza di una grande banca nazionale e il livello dei costi di finanziamento aziendale. In alcuni Paesi senza giganti domestici (come la Danimarca) i tassi reali per le imprese sono comunque competitivi, mentre in altri che ne hanno (come i Paesi Bassi) risultano più elevati.
