I dati

L’economia del Dragone dinamica nonostante i dazi

Il PIL cresce del 5%, sopra le attese - Export record, la politica protezionista di Trump non ha causato danni alla Cina - Barone Adesi: «La strategia americana spinge molti Paesi a rivolgersi a Pechino e rischia di compattare l’alleanza dei Brics»
©EPA/XINHUA
Roberto Giannetti
20.01.2026 06:00

L’economia del Dragone rimane forte. Ieri sono stati pubblicati dati importanti.Il PIL nel 2025 ha messo a segno in rialzo del 5%, poco sopra il 4,9% atteso, e centra il target ufficiale governativo di una crescita di «circa il 5%». Per giunta, la Cina ha registrato un surplus commerciale record di quasi 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno, trainato dal balzo dell’export verso i mercati non USA. Questo lascerebbe intendere che il Paese di mezzo non è stato danneggiato dalla politica protezionista americana, visto che è riuscito a più che compensare il calo dell’export verso gli Stati Uniti.

Chiaramente, il dato sul PIL, che a prima vista sembra molto buono, anche perché si confronta con una crescita americana attorno al 2% e una espansione europea di circa l’1%, non è del tutto positivo. Infatti il dato si colloca ai livelli più bassi degli ultimi decenni al netto del periodo della pandemia del COVID-19. Nell’ultimo trimestre il PIL si è attestato a +4,5% su base annua, al passo più lento dal quarto trimestre del 2022: il dato è di poco superiore al +4,4% stimato alla vigilia ed è in frenata rispetto al 4,8% del periodo luglio-settembre 2025.

Reazione alle avversità

Comunque, il Dragone ha mostrato di saper reagire e trovare nuovi sbocchi, in gran parte grazie a dazi USA inferiori alle attese e alla spinta degli esportatori a diversificare sui mercati al di fuori degli Stati Uniti, consentendo al Governo centrale di rinviare l’avvio di misure di stimolo su larga scala.

Sul fronte dell’export, la Cina chiude il 2025 con un surplus commerciale record «monstre» di 1.189 miliardi di dollari. In totale, il commercio estero di beni della Cina ha raggiunto nel 2025 i 45.470 miliardi di yuan (6.510 miliardi di dollari), in crescita del 3,8% su base annua, comunica ancora l’Amministrazione generale delle dogane. Le esportazioni, in particolare, sono cresciute del 6,1%, mentre le importazioni sono aumentate dello 0,5%.

Mercati di sbocco diversificati

Nei confronti degli Stati Uniti l’export è sceso a doppia cifra per gran parte dell’anno, ma Pechino è riuscita a incrementare, in base ai dati dell’Amministrazione generale delle dogane, le spedizioni verso i mercati non USA, facendo aumentare lo squilibrio commerciale con i principali partner, tra cui l’Unione europea.

Come valutare questi dati sull’economia cinese? E il rafforzamento dell’export rappresenta una «vittoria» cinese nei confronti della politica dei dazi di Donald Trump? Ne abbiamo parlato con Giovanni Barone Adesi, professore emerito di Teoria finanziaria all’USI. «In una prospettiva puramente economica e nel breve termine - afferma - è indubbio che i dazi avvantaggino la Cina rispetto agli Stati uniti. La politica di Washington ha peggiorato i rapporti con molti Paesi, che a questo punto trovano la Cina più affidabile rispetto agli Stati Uniti, con i quali spesso si fa un accordo e dopo un mese bisogna rifare tutto da capo a causa dei cambiamenti di orientamento decisi da Trump».

«Come conseguenza di tutto questo, la Cina è riuscita a consolidare molto i suoi rapporti con i Paesi non allineati. Anche se resta il neo della continua ostilità con l’India, che crea attriti nel Sud-Est asiatico. Ovviamente, gli Stati Uniti cercano di approfittare di questa situazione e hanno deciso di vendere i loro caccia F35 all’India, anche se questa doveva essere la loro arma segretissima».

«Tuttavia - precisa - questo riguarda solo il breve periodo, mentre a lungo termine il quadro diventa meno chiaro. In generale, se guardiamo cosa è successo nella storia, i Paesi che erano più sviluppati e hanno deciso di isolarsi, come la Cina nel ‘500, sono rimasti indietro. Ma il fatto che Trump stia applicando queste politiche adesso, non significa che gli USA le applicheranno anche fra dieci anni. Infatti hanno una tradizione pragmatica, e se qualcosa non funziona, cambiano facilmente strategia».

Ma questa politica, che ha provocato un aumento dell’export cinese al di fuori degli Stati Uniti, non avrà come effetto quello di compattare i Paesi Brics? «Certo. Ci sono Paesi, come il Brasile, che sono molto sensibili alle pressioni americane, ma stanno cercando per quanto possibile di "appoggiarsi" anche alla Cina. Inoltre, dal canto suo la Cina ha sempre bisogno di molta soia per i suoi allevamenti, e adesso la comprano dal Brasile invece che dagli Stati Uniti. Il quadro mondiale sta cambiando molto rapidamente».

Calano i prestiti bancari

Comunque, a livello di economia domestica, non tutto va come sperato. I nuovi prestiti bancari sono scesi ai minimi degli ultimi 7 anni, a 16.270 miliardi di yuan (2.330 miliardi di dollari) nel 2025, evidenziando la debole domanda di prestiti. La Banca centrale cinese ha annunciato la scorsa settimana misure di allentamento del credito, quali un taglio di un quarto di punto dei tassi su vari strumenti di finanziamento e l’aumento di quote sui programmi per settori come agricoltura, tecnologia e imprese private. Inoltre, Pechino ha cercato di frenare l’eccesso di capacità industriale e le aggressive guerre dei prezzi interne, soprattutto nell’auto elettrica. L’inflazione al consumo ha visto un’accelerata dello 0,8% a dicembre, il ritmo più rapido in quasi tre anni, mentre i prezzi alla produzione sono scesi dell’1,9%.

L’FMI in dicembre aveva sollecitato riforme economiche strutturali allo scopo di stimolare i consumi interni e di ridurre la dipendenza da esportazioni e investimenti, avvertendo che l’attuale modello di crescita presenta rischi a lungo termine.