Lavoro

L'IA sta chiudendo la porta al «primo impiego»?

La «Generazione Z» fatica sempre più a entrare nel mercato - Fra i motivi, oltre alle fragili dinamiche congiunturali, anche l’avvento dell’intelligenza artificiale - In Svizzera il fenomeno è meno marcato, ma le regole d’ingresso stanno cambiando
© CdT/Chiara Zocchetti
Dimitri Loringett
20.08.2026 06:00

«Career opportunities, the ones that never knock», cantavano i Clash nel 1977, riferendosi a quell’Inghilterra in fase di deindustrializzazione (e in piena stagflazione) che portò alla doppia cifra il tasso di disoccupazione giovanile. A cinquant’anni di distanza il ritornello del quartetto londinese torna d’attualità, con l’aumento dei senza lavoro tra gli «zoomer», i giovani nella fascia 15-29 anni, la cosiddetta Gen Z. E tra i motivi, oltre all’incertezza congiunturale provocata dalle tensioni geopolitiche, si punta il dito contro l’intelligenza artificiale.

Gen Z e minaccia IA

Stando all’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), un giovane su otto, nel mondo, è senza lavoro. Il tasso nella fascia 15-24 anni è al 12,4%, pari a 67 milioni di persone. E con una particolarità, ovvero i peggioramenti più marcati non riguardano i Paesi poveri, ma quelli ricchi. In Nord America la disoccupazione giovanile è salita dall’8,3% del 2023 al 9,8% del 2025; nell’Europa occidentale, meridionale e settentrionale resta «inchiodata» al 15%.

Nel cercare le cause, l’ILO affianca alla debolezza della crescita e alle tensioni geopolitiche l’IA. A ridursi, spiega il rapporto, sono proprio le occupazioni che facevano da porta d’ingresso al mercato del lavoro, come le mansioni d’ufficio e amministrative, vendita e alcune professioni tecniche. L’agenzia dell’ONU stima che il 6,1% dei posti oggi occupati da persone tra i 15 e i 29 anni rientri nelle professioni più esposte ai cambiamenti legati all’IA. Secondo l’organizzazione, se solo il 10% di quei posti di lavoro dovesse scomparire del tutto, circa 5,6 milioni di giovani lavoratori, soprattutto nei Paesi ad alto reddito, potrebbero trovarsi ad affrontare la disoccupazione, un cambiamento di carriera o l’uscita dalla forza lavoro.

Svizzera risparmiata, per ora

Anche la Svizzera è toccata dal fenomeno della disoccupazione giovanile, sebbene in modo meno marcato. Secondo la Segreteria di Stato dell’economia (Seco), a luglio il tasso di disoccupazione tra i giovani (15-24 anni) era al 2,8%, in aumento dal 2,7% di giugno, mese in cui, sul confronto annuo, i giovani senza lavoro erano già cresciuti di oltre mille unità (+9,8%). Anche il dato dell’Ufficio federale di statistica, calcolato secondo la definizione dell’ILO (sui sondaggi e non con gli iscritti agli uffici di collocamento), colloca la disoccupazione giovanile elvetica al 7,9% nel secondo trimestre (dal 7,6% di un anno prima), un valore lontano, comunque, dal dato mondiale.

Sebbene meno elevata rispetto ad altri Paesi, si può imputare la crescita della disoccupazione giovanile all’IA? Lo abbiamo chiesto ad Adecco, primo operatore del ramo del collocamento di personale, secondo cui le posizioni di primo impiego, cioè quelle che non richiedono esperienza, «non risultano colpite dall’IA più di altri tipi di ruoli». Anzi, negli ultimi tempi «il calo degli annunci è stato più pronunciato tra le posizioni che non sono di primo impiego, mentre le offerte per i ruoli entry-level sono rimaste relativamente stabili». È lo stesso segnale colto, oltre Atlantico, da un recente approfondimento del «Financial Times» (FT). Il quotidiano cita un’analisi di Revelio Labs secondo cui le imprese più impegnate a investire nell’IA hanno aumentato gli organici di circa il 10% e fra le più aggressive nell’adozione figurano proprio quelle che assumono più giovani, non meno.

Il lavoro che quei giovani trovano, però, non è più lo stesso. Con l’IA che assorbe le mansioni ripetitive su cui un tempo si facevano le ossa i neoassunti, cambiano le competenze richieste. Adecco segnala che i datori di lavoro danno oggi più peso alla dimestichezza con gli strumenti digitali, alla capacità di adattamento e all’abilità di lavorare con l’IA. È il fenomeno che gli analisti chiamano «seniorisation» dei posti d’ingresso, ridefiniti in modo da richiedere, già dal primo giorno, competenze un tempo pretese solo da chi aveva anni di esperienza alle spalle. Secondo un’analisi di PwC, citata ancora dal FT, su oltre un miliardo di annunci in sei continenti, dal 2019 quelli di questo tipo sono cresciuti del 35%.

Ciclo o effetto strutturale?

Sulle cause, poi, non c’è unanimità. Secondo Ariane M. Baer, esperta del mercato del lavoro e Project Manager presso swissstaffing, l’associazione svizzera dei prestatori di servizi del personale, l’aumento «sembra legato principalmente al rallentamento economico generale in atto già da tempo e, in misura minore, all’uso dell’intelligenza artificiale». Anche Adecco vede «l’impatto principale, oggi, nel cambiamento dei requisiti professionali più che in una riduzione delle opportunità di primo impiego», dato che le aziende «continuano ad assumere giovani a inizio carriera in molti settori». Il gruppo ammette però che alcuni studi segnalano rischi maggiori per i giovani nelle professioni più esposte all’IA. L’evidenza svizzera, tuttavia, non mostra ancora un’eliminazione diffusa delle posizioni di primo impiego.

Con molta probabilità le due letture, quella strutturale e quella del ciclo economico destinato prima o poi a rientrare, non si escludono e pesano entrambe. Ma su un punto convergono: la cara vecchia «porta d’ingresso», il lavoro ripetitivo un tempo affidato ai giovani, si sta stringendo. Sottrarre ai neoassunti le mansioni semplici rischia inoltre di privarli dell’esperienza necessaria a diventare, un domani, i professionisti di un mondo del lavoro che sarà verosimilmente un «ibrido» di creatività umana e funzionalità algoritmica.