L’Impero colpisce ancora: si scrive Iran, si legge Cina

Si dice che ogni impero, oltre alle armi vere e proprie, abbia elementi di potere alternativi: per Roma furono le strade consolari, per la Gran Bretagna l’onnipresenza delle postazioni coloniali, per gli Stati Uniti sono il dollaro e il sistema finanziario che ruota intorno a esso e che include il meccanismo delle sanzioni, sia nella forma primaria, orientate cioè a colpire l’entità «nemica», che in quella secondaria, mirata a chi intrattenga con essa relazioni ritenute non gradite.
Ora gli strali di Washington, nella forma di un «D-Day economico», come annunciato dal Segretario del Tesoro Scott Bessent, colpiscono Teheran anche in ambiti risparmiati dai precedenti round di sanzioni, quali asset digitali, tecnologia, oro, aviazione, shipping, armi, missilistica, perseguendo aziende, istituzioni, persone che operano con Teheran in questi settori, impedendo loro l’accesso al circuito finanziario legato al dollaro e sottoponendoli ad altre misure.
Le prime sanzioni all’Iran risalgono al 1979, e ne sono quindi seguite nel 1995, 2006, 2019, da parte anche di Bruxelles e delle Nazioni Unite. La mossa americana ha oggi il suo centro nella frustrazione legata alla situazione stagnante e incerta di Hormuz, e l’obiettivo vero, più che la Repubblica Islamica, appare la Repubblica Popolare Cinese.
L’operazione non è semplice: dovrebbe evitare un innalzamento del prezzo del greggio, rendere il petrolio iraniano non vendibile attraverso alcun canale, consentire il passaggio del greggio e del gas di altri produttori attraverso lo Stretto, non inimicarsi troppo gli «alleati» del Golfo già delusi e possibili obiettivi di attacchi iraniani.
Giova ricordare che la Cina importa circa il 90% del petrolio iraniano, le sue banche sono molto attive nelle transazioni e che Dubai è di fatto il centro finanziario più importante per le attività finanziarie di Teheran, in area tradizionale e crypto-digitale. Importanti sono fra l’altro gli ammontari di crypto Tether detenuti all’ombra del Burj Khalifa per conto della Repubblica Islamica.
Il precedente del 2005
Quanto all’impatto delle sanzioni secondarie USA su Pechino, già sperimentate in passato, il punto di svolta è avvenuto nel 2005, allorché l’OFAC (Office of Foreign Assets Control) di Washington sanzionò cinque raffinerie cinesi per aver importato e raffinato greggio iraniano, fra cui il colosso Hengli Petrochemical. Il Ministero del Commercio di Pechino rispose in modo sorprendentemente duro, rifiutando di riconoscere le sanzioni e continuando a operare come nulla fosse.
E questo ci porta ad altre conseguenze delle sanzioni, di natura valutaria, mercantile, e legate ai sistemi finanziari internazionali. A livello operativo le soluzioni di contrasto vanno dalle «flotte ombra» alle misure di distorsione delle comunicazioni e del posizionamento navale, dall’uso di porti e di terminali logistici e petroliferi secondari alle bandiere ombra, ai documenti fittizi, agli armatori ed intermediari compiacenti e molto altro. Ma a livello macroeconomico e macrofinanziario le conseguenze sono ben altre.
L’accesso limitato o del tutto precluso al sistema internazionale di pagamento usato dalle istituzioni finanziarie, SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), di fatto controllato dagli USA, ha condotto alla nascita di sistemi alternativi, in Russia (MIR, alternativo a VISA e Mastercard), con lo sviluppo delle transazioni, soprattutto con Pechino, in Yuan ed in Rubli, ed in Cina, con il diffuso CIPS (Cross Border Inter-Bank Payment System), denominato in Yuan, che oggi collega quasi 2.000 istituzioni con 25 trilioni di dollari di transazioni all’anno. Una nuova piattaforma BRICS Pay è attualmente allo studio dei vertici dell’organizzazione.
Un altro aspetto riguarda l’oro, sia fisico che digitale, più difficile da bloccare per ragioni politiche entro il circuito finanziario. Non è un caso che la quota di metallo giallo sia cresciuta sensibilmente anche nelle riserve delle banche centrali, tanto che secondo i dati del 2025 esso superava per la prima volta il valore dei Treasury USA detenuti. In linea generale aumentano nei portafogli di molte banche centrali le quote di Won sud-coreani, Franchi svizzeri e Yuan cinesi.
L’arma monetaria
Al momento il ruolo dominante del Dollaro USA nel sistema di pagamenti globale e nelle riserve offre ancora a Washington un’influenza notevole, facendo delle sanzioni uno strumento parzialmente efficace, seppure il più delle volte in misura inferiore alle attese. Il 50% del commercio mondiale è oggi denominato in Dollari, nonostante la quota effettiva delle transazioni americane sia solo del 10%, e ciò vale anche per il rilievo del suo apparato finanziario (anche se in gran parte costituito da titoli di debito) e del ruolo di Wall Street.
Tuttavia le sanzioni possono causare danni commerciali alle stesse aziende USA ed intaccare le relazioni con Paesi più o meno «alleati».
È altrettanto chiaro che un uso indiscriminato e pretestuoso delle sanzioni, o quantomeno giudicato tale, stimola la ricerca di alternative, non ancora in grado di intaccare il predominio dell’Impero USA, ma comunque tali da rappresentare un segnale che l’altro Impero, quello Celeste, osserva da vicino.