«L’industria naviga a vista, troppi motivi di incertezza»

Periodo difficile per l’industria ticinese, viste le numerose sfide da affrontare. Ne abbiamo parlato con Stefano Modenini, direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI).
Oggi ci sono molte difficoltà a livello industriale, fra rincaro dell’energia, dazi, crisi dell’industria tedesca e incertezze geopolitiche mondiali. Qual è lo stato di salute del settore industriale ticinese in questo momento?
«La situazione congiunturale è particolarmente difficile e non appaiono schiarite nette all’orizzonte. L’evoluzione degli ordinativi non è soddisfacente proprio a causa delle numerose incertezze a livello internazionale, che per un settore che esporta gran parte della produzione sono decisive. Non posso dire che lo stato di salute dell’industria sia precario, ma questo è un settore che lavora anche su scenari di medio e lungo termine e qui le preoccupazioni non mancano».
Quali sono i fattori che incidono maggiormente sull'attività industriale ticinese?
«Il fattore negativo principale è dato dall’incertezza e dalla difficoltà di programmare il business con sufficienti punti di riferimento. L’incertezza si ripercuote sulla propensione agli investimenti dei clienti, ma anche chi deve produrre vive nell’incertezza, ad esempio perché non riceve per tempo il materiale e le componenti per realizzare il prodotto che il cliente ordina. Non è beninteso una situazione del tutto nuova, ma dobbiamo renderci conto tutti che da sei anni a questa parte, cioè da quando scoppiò il Covid, l’incertezza accompagna l’attività quotidiana dell’imprenditore. Sul piano energetico c’è stato un miglioramento sul fronte dei prezzi dell’elettricità rispetto a un paio di anni fa, ma anche qui, non abbiamo garanzie sull’approvvigionamento in energia nel lungo termine perché in parte dipendiamo dalle forniture dall’estero. Inoltre non dimentichiamo che tante componenti derivano dal petrolio e anche alle nostre latitudini iniziamo ad avvertire problemi di fornitura di materiali e componenti. Non solo nell’industria».
Queste difficoltà stanno incidendo anche a livello dell'occupazione? Come sta evolvendo il numero di occupati nel settore?
«In questa fase non possiamo certo parlare di espansione dell’occupazione; anzi, le domande di lavoro ad orario ridotto sono già aumentate e questo significa che sull’occupazione le aziende restano prudenti e conservative. La risposta deve essere un po’ ambivalente. Da un lato mancano specialisti e per trovarli e convincerli a venire a lavorare in Ticino ci vuole tanto tempo, a volte persino 1 - 2 anni. Dall’altro lato, una delle preoccupazioni principali delle imprese è il pensionamento della generazione nata negli anni Sessanta, che sta già avvenendo. Difficilmente potranno essere tutti sostituiti e dunque dovremo capire cosa capiterà. Spariranno delle attività economiche dal territorio? Credo che vi sarà una spinta accentuata verso processi di automazione in senso lato e uso delle tecnologie per sopperire alla mancanza di manodopera, ma non tutto può comunque essere svolto dalle macchine. Come territorio siamo posti di fronte a sfide molto impegnative».
Quali strategie possono adottare gli imprenditori ticinesi per gestire questa situazione?
«L’elenco sarebbe inevitabilmente lungo. Il lavoro di efficienza dei processi aziendali è una via indispensabile, ma chi produce ed esporta sa che dovrà convivere con problemi enormi e costosi. Una PMI può essere efficiente finché può, ma se da un giorno all’altro il prezzo del noleggio dei container per esportare via mare decuplica, sorge immediatamente un problema finanziario quasi insormontabile da digerire».
Previsioni sul futuro?
«Finché dura l’instabilità internazionale fare previsioni è arduo. I danni finanziari di questa instabilità le aziende li pagheranno per molto tempo e a ciò si devono sommare i disavanzi pubblici degli Stati e i problemi strutturali - innovazione, invecchiamento della popolazione, ecc. - che richiedono investimenti ingenti. AITI auspica da tempo una convergenza fra Stato, economia e parti sociali per lavorare sul miglioramento delle condizioni quadro in Ticino. Ma non deve trattarsi di un esercizio alibi né di un esercizio puramente accademico. È ora di guardarsi in faccia, fare delle scelte per il territorio e trovare le risorse necessarie».
