L'analisi

L’inflazione torna ad aumentare sull’onda di dazi alti e tassi bassi

Negli USA e in altri Paesi il rincaro sta risalendo, spinto dal protezionismo di Trump e dal costo del denaro molto contenuto – La Svizzera dal canto suo va controcorrente, grazie anche all’ampia forza del franco che rende decisamente meno care le importazioni
©Chiara Zocchetti
Lino Terlizzi
05.10.2025 23:00

L’inflazione sta risalendo. Negli Stati Uniti, nuova patria dei maxi dazi, ma anche in altri Paesi. Non in Svizzera, fortunatamente, grazie anche al lato buono del super franco. Dopo le impennate dei prezzi del biennio 2022-2023, legate soprattutto al post pandemia e all’invasione russa dell’Ucraina, le maggiori banche centrali sono intervenute, seppur con ritardo, alzando i tassi di interesse. Poi, a partire dal 2024, una volta abbassate le percentuali di inflazione, hanno iniziato a tagliare i tassi. Il percorso di contenimento dei rincari sembrava lineare, ma a partire dall’aprile scorso, con i dazi targati Trump, la situazione si è fatta più complicata.

I dati

Gli ultimi dati disponibili sugli indici dei prezzi al consumo, rilasciati dagli uffici di statistica, sono chiari. Per una parte non secondaria delle economie avanzate l’inflazione sta aumentando. Negli Stati Uniti ad agosto il tasso di rincaro era al 2,9%, contro il 2,4% di un anno prima. Nel Regno Unito, sempre in agosto, era del 3,8% (indice CPI), contro il 2,2% di dodici mesi prima. Per l’area euro sono disponibili le stime flash per settembre: la Germania è al 2,4%, contro l’1,6% di un anno prima; la Francia all’1,2% contro l’1,1%; l’Italia all’1,6% contro lo 0,7%; la Spagna al 2,9% contro l’1,5%. La Svizzera va controcorrente, con lo 0,2% di settembre, contro lo 0,8% di un anno prima. Si potrebbe obiettare che la risalita dell’inflazione è legata ad una maggiore crescita economica, perché quando le economie vanno meglio in genere la domanda di beni e servizi aumenta, con spinte al rialzo dei prezzi. Ma purtroppo non sembra questo il caso. Il quadro internazionale è segnato da tensioni geopolitiche, conflitti bellici, dazi. Il rallentamento economico mondiale complessivo sta proseguendo, anche se sulla sua entità ci sono pareri diversi. Per gli stessi USA la maggior parte delle previsioni indica per quest’anno una crescita annua - quella che più conta, al di là dei singoli trimestri - ben inferiore a quella dell’anno scorso.

I motivi

A quanto pare, non è dunque una maggior crescita economica a spingere i prezzi. Quelli che appaiono come motivi principali sono ora due: tassi di interesse e dazi. Le maggiori banche centrali hanno come obiettivo un’inflazione media annua del 2%. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha come obiettivo la fascia 0%-2%. Con la discesa dell’inflazione nel 2024 e all’inizio di quest’anno, gli istituti centrali hanno ridotto i tassi guida. La Federal Reserve americana e la Banca d’Inghilterra li hanno ridotti meno ma hanno fatto capire che li vogliono tagliare ancora. La Banca centrale europea (BCE) li ha ridotti di più. Nel complesso, il costo del denaro è a livelli bassi; ciò è un sostegno alla crescita economica, ma è anche una riduzione della difesa contro l’inflazione.

Quanto ai dazi, il discorso è netto per gli Stati Uniti, che ora pagano molto di più le importazioni, già rese più care dalla debolezza del dollaro; questo è destinato a tradursi in un aumento di molti prezzi interni, siamo all’inizio ma qualcosa comincia a vedersi. I Paesi che subiscono i dazi americani secondo la teoria non dovrebbero avere aumenti per i loro prezzi. Ma la realtà concreta, soprattutto nel quadro attuale, è più complessa. Intanto, i Paesi che applicano controdazi, o altre misure di protezione in risposta agli USA, possono avere anch’essi aumenti per una parte dei loro prezzi.

Ma anche se non applicano controdazi, i Paesi oggetto del protezionismo di Trump possono registrare incrementi dell’inflazione; gli esportatori di questi Paesi infatti subiscono danni, che si concretizzano in minori guadagni nell’export verso gli USA e/o in minori vendite sul mercato americano; se non compensano subito questi danni attraverso maggiori ricavi su altri mercati, e non è sempre facile farlo in tempi brevi, questi esportatori per parare il colpo possono dover alzare i prezzi nei rispettivi mercati interni e/o in altri Paesi al di fuori degli USA. Il rischio di un’ulteriore risalita dei prezzi in molti Paesi in questo scenario non è solo teorico, è concreto.

La Confederazione

La Svizzera si sta sottraendo a questo ritorno di inflazione (la BNS ora prevede rincari medi annui sotto l’1% di qui al 2027), grazie a un sistema Paese che è calibrato su una marcata stabilità dei prezzi. Tra gli elementi che concorrono a questo sistema c’è la forza della moneta. Il super franco da un lato crea ostacoli in più all’export elvetico, ma dall’altro rende meno caro l’import, contribuendo in modo non secondario a una inflazione bassa. Anche da noi si faranno sentire le tensioni legati ai dazi USA, ciò va detto, ma la trincea contro il rincaro qui è più ampia che altrove.

Materie prime, ci sono tensioni

Il panorama per ora rimane misto, con prezzi che vanno su a altri che vanno giù. Ma dopo le impennate delle quotazioni degli anni passati è inevitabile che buona parte dell’attenzione degli analisti e degli operatori vada ora al capitolo degli aumenti dei prezzi. Parliamo del mercato delle materie prime, che ha molti collegamenti con il discorso dell’inflazione, perché naturalmente l’andamento delle quotazioni su questo versante quasi sempre ha riflessi, in un senso o nell’altro, sul quadro più complessivo dei prezzi alla produzione e al consumo. Il comparto delle materie prime è ampio. Al suo interno, ora ci sono su base annua appunto sia rialzi sia ribassi ed è interessante vedere quali beni siano toccati dagli uni e quali dagli altri. I dati di investing.com consentono di esaminare una selezione delle maggiori materie prime. Ai valori di chiusura di quest’ultimo venerdì, gli aumenti più eclatanti sono ancora quelli che riguardano i metalli preziosi: il prezzo dell’oro è a +47% rispetto a un anno fa, quello dell’argento è a +48%, quello del platino (che era rimasto basso in precedenza) è a +63%. Per questi metalli convivono gli aspetti di bene industriale e di investimento finanziario. Quest’ultimo prevale per l’oro, bene rifugio per eccellenza, mentre per argento e platino l’utilizzo industriale ha un peso in proporzione maggiore. Rimanendo nel campo dei metalli, ma non preziosi, è interessante seguire in particolare l’evoluzione del prezzo del rame, metallo industriale che ha un impiego esteso in molti e diversi settori, tanto che in una parte delle analisi viene preso in considerazione come indicatore rilevante dell’andamento generale delle economie. Il prezzo del rame è in aumento dell’11% rispetto a un anno fa e questo, pur non costituendo un allarme di prima grandezza, ci dice comunque che c’è un contributo al rialzo più complessivo dei prezzi e dunque dell’inflazione in una serie di Paesi. Per quel che riguarda l’agroalimentare, c’è da tener presente in particolare il forte aumento del caffè, la cui quotazione è in rialzo del 51% rispetto a un anno fa. Altri beni dello stesso settore agroalimentare sono peraltro invece in ribasso annuo, come ad esempio il mais con -1%, il frumento con -12%, lo zucchero con -20%. Un dossier molto specifico è poi quello del cacao, che da inizio anno è molto calato ma che ha ancora un rialzo dell’1% circa rispetto a un anno fa, in virtù delle forti impennate registrate in precedenza. Il settore energia è in larga misura caratterizzato attualmente da ribassi. Il petrolio Brent, trattato a Londra, ha un prezzo inferiore del 17% rispetto a un anno fa. Il gas naturale trattato ad Amsterdam è in ribasso del 23%. Questi e altri prezzi del settore sono incoraggianti per il contenimento dell’inflazione, ma molti operatori mantengono la guardia alta, perché questo tipo di materie prime sono molto legate anche agli assetti geopolitici; basti pensare per il petrolio ai conflitti bellici in Medio Oriente e per il gas all’invasione russa dell’Ucraina. È positivo per i consumatori che i prezzi nell’energia ora siano al ribasso, ma l’andamento di questi prezzi continuerà a dipendere in modo non secondario anche dallo spessore delle tensioni geopolitiche. Proprio la geopolitica e la guerra dei dazi o tariffe sono fattori che nella fase possono contare più dell’andamento della domanda e dunque spingere l’inflazione nonostante il rallentamento economico internazionale. In tutto questo, la Svizzera ha una freccia in più al suo arco, quella del franco forte. È vero che una moneta ad alti livelli crea problemi all’export, ma è anche vero che fa sì che l’import sia meno caro, frenando l’inflazione. Per quel che concerne le materie prime, occorre ricordare che la gran parte di queste sono quotate in dollari USA. Avendo il franco svizzero guadagnato molto terreno sul biglietto verde americano, per gli acquisti della Svizzera c’è dunque in questa fase un aumento del vantaggio legato all’effetto di cambio.