Investimenti

Lo scenario d’instabilità favorisce la «riscoperta» dei mercati emergenti

Gli esperti di Pictet delineano le alternative al dominio finanziario americano
© CdT/Gabriele Putzu
Gian Luigi Trucco
06.03.2026 06:00

I mercati emergenti non hanno finora avuto un peso di rilievo nei portafogli di molti investitori privati, ma gli attuali scenari inducono a considerarli sotto una nuova luce. È quanto hanno illustrato gli specialisti di Pictet Asset Management durante un incontro a Lugano. Le performance dimostrano le nuove tendenze, come ha esposto Samuela Fuentes, Sales Manager, mentre i fattori che rendono appetibili tali mercati sono stati discussi da Flora Dishnica, Senior Product Specialist e da Marco Piersimoni, Senior Investment Manager. La loro «riscoperta», sia sul versante azionario, sia obbligazionario, è favorita fra l’altro dalla debolezza del dollaro USA, dalle riforme strutturali che molti di questi Paesi attuano, dal ruolo della materie prime e dai tassi d’interesse reale che molti Paesi offrono. Quanto alle materie prime, un deprezzamento del biglietto verde fa alzare di solito il loro prezzo di mercato, favorendo i produttori, mentre ne traggono beneficio gli emittenti dei prestiti in dollari. Questa classe di attivi è ampia (oltre 70 nazioni) ed eterogenea, può presentare volatilità elevate, richiede competenza nelle scelte e un attento controllo del rischio. Oggi la diversificazione vede un sovradimensionamento di Cina e India, ma altri Paesi andrebbero considerati, quali Turchia, Arabia Saudita, Indonesia, Brasile, Messico, oltre alla Russia, tenuta fuori per motivi di compliance geopolitica.

Piersimoni si è soffermato in particolare a considerare lo scenario cinese, ancora caratterizzato da difficoltà a livello macroeconomico, per la crisi del comparto immobiliare e i bassi consumi domestici che Pechino sta tentando di stimolare con varie misure. D’altro canto la Cina si trova in un posizione particolarmente vantaggiosa sul mercato dei minerali strategici e delle terre rare in particolare, di cui detiene il quasi-monopolio per produzione e lavorazione, usandoli quindi come elemento di pressione nella guerra commerciale che ha in corso con gli Stati Uniti. Ma, al di là di questo, il gigante asiatico ha compiuto enormi progressi in altri campi, come quello delle energie alternative, della robotica, delle auto elettriche e della biotecnologia.

I riflessi della guerra all’Iran

Nel corso della serata non poteva mancare un cenno all’attualità del Medio Oriente e ai suoi riflessi su scenari economici e mercati finanziari. Per gli analisi di Pictet i fattori critici verrebbero da un ampio prolungamento delle operazioni e da un poco probabile intervento dei «big», Russia e Cina, nel conflitto a fianco dell’Iran.

Costi energetici e distorsioni nelle supply chain, secondo gli analisti di Pictet, hanno in effetti un potenziale stagflattivo, cioè di rallentamento economico e aumento dell’inflazione, ma questo effetto dovrebbe risultare contenuto e non portare a conseguenze simili a quelle dello scenario 2021-2022, quando i flussi commerciali si interruppero e i tassi di interesse erano a zero se non addirittura negativi in diversi Paesi. Ancora una volta, comunque, il Medio Oriente si rivela un polo di instabilità, soprattutto sul fronte energetico e, geograficamente, lo Stretto di Hormuz torna ad assumere un ruolo critico.

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