Geopolitica

L’oligarca che vuole cambiare Mosca per salvare la Russia dall’isolamento

Il re mondiale dei fertilizzanti Andrey Melnichenko è il primo grande industriale russo a esporsi pubblicamente - Non è un oppositore di Vladimir Putin, ma un pragmatico convinto che tutti gli scenari che si ipotizzano siano pericolosi per la Federazione, il suo Paese e per il mondo
©Thomas Hartwell
The Economist
13.07.2026 06:00

Quando un numero sufficiente di russi si convincerà che i combattimenti senza fine in Ucraina sono inutili e che sono loro a pagarne il prezzo, il loro presidente, Vladimir Putin, sarà costretto a fare qualcosa di spettacolare per sbloccare lo stallo. È per questo che conviene osservare la Russia alla ricerca di segnali di stanchezza o di malcontento. La nostra copertina di questa settimana presenta il più clamoroso avvertimento di questo tipo finora.

Arriva da Andrey Melnichenko, il re mondiale dei fertilizzanti e il maggiore industriale russo. Melnichenko non è certo un esponente dell’opposizione anti-Putin. Lungi dal criticare l’invasione, è un uomo del sistema, le cui fabbriche hanno sostenuto l’economia di guerra. Né è mosso da nobili principi. Dopo aver gestito le sue aziende fuori dalla Russia, nel 2023 Melnichenko è rientrato in patria, man mano che gli spazi per gli affari globali si restringevano. Come la maggior parte degli oligarchi, ha vissuto secondo le regole di Putin: fare soldi, ma tenere il naso fuori dalla politica. Ora parla perché lui e gli altri magnati non possono più permettersi di ignorare il marcio in un Paese che hanno visto scivolare nella tirannia.

Melnichenko ha lanciato il suo avvertimento nel corso di quasi sessanta ore di colloqui, sull’arco di tre mesi, con The Economist e, in modo più cauto, in un saggio che pubblichiamo online. È la prima volta che un oligarca in Russia si esprime così diffusamente. Gli diamo spazio non perché condividiamo tutte le sue opinioni, né perché sia un campione della democrazia e dei diritti umani. È piuttosto un pragmatico che vuole che le sue imprese prosperino. Proprio per questo il suo appello potrebbe trovare ascolto in un Paese in cui guerre finite male, compresa la sconfitta contro il Giappone nel 1905, hanno spinto gli industriali a promuovere campagne per il cambiamento politico.

Le parole di Melnichenko vanno ben oltre la guerra, fino al cupo orizzonte che attende la Russia e i suoi vicini. Egli mette in guardia l’Occidente dal desiderare che la Russia precipiti nel caos, in una brutale autarchia o in una dipendenza cupa e pericolosa. Benché non dica che Putin debba essere rimosso dal potere, il cambiamento che auspica equivarrebbe alla fine del potere personale.

A rendere così sorprendente l’intervento di Melnichenko è il fatto che la guerra in Ucraina è ormai arrivata in casa della Russia. Dopo gli attacchi ucraini contro la sua industria energetica, il Paese assiste a code per il carburante e a risse alle stazioni di servizio. L’annessione della Crimea nel 2014 aveva fatto crescere la popolarità di Putin; oggi la penisola viene isolata dagli attacchi dei droni ucraini. L’arruolamento militare forzato alimenta il risentimento. Le lamentele degli influencer sulla guerra diventano virali sui social media.

Questa realtà smentisce le ripetute promesse di Putin secondo cui l’«operazione militare speciale» procede secondo i piani e una svolta è vicina. Sebbene l’economia russa non sia sul punto di crollare e la popolazione non stia per sollevarsi, i russi avvertono sempre più che il loro Paese è finito in un vicolo cieco.

Putin potrebbe ben cercare di riaffermare la propria autorità intensificando la guerra e reprimendo la popolazione in patria. Alcuni servizi d’intelligence occidentali hanno recentemente riferito che la Russia si prepara ad accentuare il confronto con la NATO. Nei suoi scenari più cupi, Melnichenko teme l’uso di un’arma nucleare tattica nel tentativo di terrorizzare i sostenitori europei dell’Ucraina, anche se gli analisti occidentali continuano a ritenere improbabile questa ipotesi.

Melnichenko sostiene che l’escalation non porterebbe a una pace duratura tra Russia, Ucraina ed Europa. Resta implicito che, se i russi comuni dovessero allarmarsi per la guerra e diventare ancora più risentiti a causa di una mobilitazione generalizzata e della repressione politica, ciò aggraverebbe soltanto i problemi interni di Putin, conducendo al successivo ciclo di escalation.

Queste riflessioni fosche conducono Melnichenko al cuore del suo ragionamento. Egli espone la propria tesi attraverso una serie di scenari di lungo periodo per la Russia, tutti, a suo dire, pericolosi per la Russia e per il mondo.

Nel caso più allarmante, la Russia potrebbe collassare nell’anarchia, con signori della guerra in lotta per il controllo delle risorse e delle armi nucleari. Questo timore era abbastanza reale da indurre l’amministrazione Biden a cercare di evitare che la Russia venisse umiliata in Ucraina.

Oppure la Russia potrebbe finire sotto il giogo di potenze straniere. Potrebbe essere dominata dalla Cina, che potrebbe servirsene come fonte di materie prime e come cuscinetto contro l’America. Oppure, dopo una guerra di logoramento, la Russia potrebbe forse esistere ai margini dell’Europa, come un dipendente impoverito. Entrambi gli esiti alimenterebbero risentimento e malcontento, prevede Melnichenko, incubando un nazionalismo violento che un giorno potrebbe esplodere in un conflitto.

Nell’ultimo scenario, la Russia si ripiegherebbe su se stessa, come la Corea del Nord: una fortezza chiusa e assediata, privata di crescita e di capitali. A quanto pare, questa ipotesi sarebbe oggetto di discussioni attive nei recessi del Cremlino. Ma, come la Corea del Nord, la Russia si troverebbe in uno stato di guerra permanente contro il mondo.

Melnichenko resta enigmatico su come evitare esattamente questi esiti. In modo interessato, esorta i Paesi occidentali a resistere alla tentazione di spingere la guerra fino ai suoi limiti estremi. Loro e la Russia devono invece trovare un modo per vivere in pace. A tal fine, chiede che venga concessa alla Russia una «sovranità»: un’immunità che assomiglia molto alla richiesta cinese di non ingerenza. Quanto alle riforme in Russia, rimane evasivo. Il Paese deve essere prevedibile per il mondo esterno e deve conquistare il consenso della propria popolazione senza ricorrere alla coercizione. Implicitamente, vuole che Putin rinunci al potere personale e deleghi autorità. Ma non parla di democrazia. Anche questo, tuttavia, si scontrerà con i «securocrati», i veri padroni da quando Putin, oltre vent’anni fa, estromise dalla politica gli oligarchi originari dell’era post-sovietica. Se la Russia diventerà un Paese più normale, saranno loro a perdere. Forse, però, tecnocrati e magnati preoccupati per il futuro della Russia si schiereranno dalla parte di Melnichenko. Putin potrebbe rifiutarsi di cedere. Ma è in trappola. Proseguire nella guerra d’attrito, intensificare il conflitto o avviare riforme: ciascuna opzione comporterebbe dei costi. La riforma ha un precedente. Nel 1905 la Russia perse una guerra durata 19 mesi contro il Giappone. Industriali e tecnocrati attribuirono la colpa al dittatoriale Nicola II. Ciò dimostrava, dissero, che il potere personale condannava la Russia a restare indietro rispetto al resto d’Europa. Quell’anno, dopo una rivolta, costrinsero lo zar ad accettare il Manifesto di ottobre, che proponeva libertà civili e un’assemblea legislativa. Entro la metà del 1907 Nicola aveva soffocato le riforme; dieci anni più tardi sarebbe stato rovesciato dalla rivoluzione. La speranza deve essere che la Russia impari questa lezione: ha bisogno di riforme che durino.