Metalli preziosi

L'oro recupera terreno, ma è presto per parlare di «rally»

Il metallo giallo recupera terreno grazie agli spiragli diplomatici tra Iran e Stati Uniti e gli analisti restano fiduciosi sul lungo termine - A raffreddare l’entusiasmo c’è però la frenata degli acquisti da parte delle banche centrali, tranne quella cinese
© CdT/Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
08.08.2026 06:00

Dopo il brusco calo di giugno, quando le quotazioni erano scivolate fin sotto i 4 mila dollari oncia, questa settimana l’oro pare aver ritrovato un certo slancio. Ieri le quotazioni spot del metallo giallo hanno toccato un massimo di giornata a 4.350 dollari per oncia, il livello più alto dal 16 giugno. Tuttavia, di terreno da recuperare ce n’è ancora molto, se si pensa al picco storico di fine gennaio, a 5.595 dollari per oncia.

Tentativi di distensione nel Golfo

A muovere i prezzi sono le speranze di una riapertura dello Stretto di Hormuz. Un’ipotesi di accordo tra Iran e Oman, volto a porre fine a cinque mesi di guerra tra Teheran e Washington, affiderebbe all’Iran il controllo del transito navale nel Golfo. La prospettiva di un ripristino dei flussi di greggio sta attenuando i timori inflazionistici e ridimensionando le scommesse su una Federal Reserve più aggressiva. L’oro, ricordiamo, non offre rendimento e tende a soffrire quando il costo del denaro resta elevato a lungo. A dargli ossigeno è quindi il ridimensionamento di quelle aspettative, perlomeno in questa fase. Infatti, il mercato continua a puntare su un rialzo dei tassi d’interesse del dollaro da parte della Federal Reserve in settembre. Del resto, all’ultima riunione della Fed, ben tre governatori avevano votato a favore di un ritocco di 25 punti base dei Fed funds. Inoltre, gli analisti avvertono che l’oro rimane comunque esposto a nuove pressioni qualora la trattativa diplomatica fra USA e Iran dovesse nuovamente arenarsi.

I fondamentali «reggono»

Sullo sguardo di breve termine si innesta bene anche una lettura più strutturale. Secondo Imaru Casanova, portfolio manager di VanEck, storico gestore americano specializzato in fondi d’investimento auriferi, la correzione di circa il 25% dai massimi di gennaio non intacca i fondamentali che sostengono il metallo, ovvero inflazione persistente, rischi geopolitici e tassi reali più bassi. Uno scenario prolungato di una «Fed in pausa» tende inoltre a comprimere i rendimenti reali, storicamente il terreno più fertile per l’oro.

VanEck resta costruttivo anche sui titoli auriferi e il motivo è nei conti delle società. Con costi di produzione stimati sotto i 2 mila dollari l’oncia, il margine per oncia estratta supera tale soglia perfino ipotizzando un prezzo dell’oro fermo a quota 4 mila, cioè ben al di sotto della media di circa 4.700 dollari toccata finora nel 2026. Non a caso gli utili del primo trimestre delle società aurifere hanno riflesso flussi di cassa record, mentre le valutazioni dei titoli restano contenute rispetto alla media storica.

Sulla stessa linea, UBS ha fissato un obiettivo di 5 mila dollari l’oncia per la prima metà del 2027, giudicando le fasi di debolezza verso i 4 mila dollari «occasioni per costruire un’esposizione strategica».

Segnali dalle banche centrali

Secondo un rapporto della Banca centrale europea (BCE), a fine 2025 l’oro ha superato i titoli di Stato statunitensi come principale bene di riserva globale, salendo al 27% del totale (dal 20% dell’anno prima), mentre la quota dei Treasury è scesa dal 25% al 22%. Le banche centrali detengono oltre 36 mila tonnellate d’oro, vicino al picco dell’era di Bretton Woods, frutto della volontà di molti Paesi di diversificare rispetto al dollaro, un movimento accelerato dal 2022, quando le sanzioni congelarono le riserve russe. «Le tensioni geopolitiche continuano ad alimentare una forte domanda di oro da parte delle banche centrali», ha osservato la presidente della BCE, Christine Lagarde.

Il ritmo dei nuovi acquisti, però, è più incerto. Un rapporto del World Gold Council del 30 luglio ha rivisto drasticamente gli acquisti ufficiali del primo trimestre 2026, da 244 ad «appena» 57 tonnellate (−76%), il minimo per un inizio d’anno da oltre quindici anni; nel primo semestre il settore ufficiale si è fermato a 345 tonnellate, il dato più debole dal 2022. Ma il dato aggregato nasconde una divaricazione: mentre Turchia, Russia e alcuni fondi sovrani del Golfo hanno venduto(questi ultimi per compensare il calo dei ricavi da idrocarburi legato alla guerra), il singolo acquirente più importante ha accelerato. A luglio la People’s Bank of China ha infatti aggiunto quasi 20 tonnellate, il maggiore incremento mensile da ottobre 2023 e il 21.mo mese consecutivo di acquisti, con un ritmo in crescita da marzo. E poiché Pechino dichiara solo una parte delle sue operazioni, il sostegno effettivo potrebbe essere sottostimato.