UBS

L'utile è importante, pure il crollo in Borsa

L’istituto ha realizzato l’anno scorso un utile netto di 7,8 miliardi di dollari, ma il titolo ha perso il 6,25% a Zurigo – Il piano di circa tremila tagli in Svizzera è previsto nella seconda metà del 2026
La centralissima Paradeplatz a Zurigo, un tempo sede di Credit Suisse. © Keystone/Ennio Leanza
Dimitri Loringett
05.02.2026 06:00

UBS archivia il 2025 con risultati finanziari robusti, sostenuti dall’integrazione di Credit Suisse (CS) e dal buon andamento delle sue principali attività, ma il quadro resta complesso per via delle pressioni regolatorie in Svizzera e della necessità di intervenire ancora sui costi. Stando a dati pubblicati ieri dall’istituto, l’utile netto annuale si è attestato a 7,8 miliardi di dollari (+53%), mentre nel quarto trimestre raggiunge 1,2 miliardi (+56%), superando le attese degli analisti. I ricavi trimestrali sono cresciuti del 4% a 12,15 miliardi e gli oneri si riducono dell’1% a 10,29 miliardi, confermando il contributo dei risparmi derivanti dall’integrazione.

Sul fronte della remunerazione agli azionisti, UBS proporrà alla prossima assemblea generale (il 15 aprile, a Basilea) un dividendo di 1,10 dollari per azione (circa 85 centesimi di franco al cambio attuale), in crescita rispetto ai 90 cents precedenti, mentre per il 2026 ha annunciato un riacquisto di azioni da tre miliardi di dollari, con l’obiettivo dichiarato di «fare di più» una volta che il quadro normativo svizzero sarà chiarito.

A livello di gestione patrimoniale, gli afflussi netti annuali raggiungono i 101 miliardi di dollari, con il patrimonio investito del Gruppo (cioè l’ammontare totale degli attivi finanziari affidati alla banca dai clienti) che supera per la prima volta i 7 mila miliardi di dollari, confermando quindi la sua posizione di maggiore banca di gestione patrimoniale al mondo.

Nonostante ciò, il gruppo continua a registrare pressioni negli Stati Uniti, dove la divisione di wealth management ha subito deflussi a causa della partenza di consulenti finanziari. Il CFO Todd Tuckner ha avvertito che ci saranno ulteriori uscite nella prima metà del 2026, prima di un recupero atteso sull’intero esercizio.

Costi (e posti di lavoro) ancora da ridurre

In conferenza stampa, il CEO di UBS Sergio Ermotti ha sottolineato i «grandi progressi» compiuti nel processo di integrazione di CS, definito «una delle più complesse nella storia bancaria». La banca ha rivisto al rialzo di 500 milioni le sinergie attese, portandole a 13,5 miliardi di dollari, dicendosi fiduciosa di «catturare» quelle residue entro la fine del 2026.

Il tema dei costi resta centrale nella strategia di UBS, soprattutto in vista dell’ambizioso obiettivo di ridurre il rapporto costi-ricavi al 67% entro il 2028, ben al di sotto dell’attuale livello vicino all’85%. «L’anno scorso UBS ha sostenuto costi d’integrazione superiori ai 4 miliardi di dollari, cifra che dovrebbe scendere sotto i due miliardi quest’anno, ma dal 2027 queste spese straordinarie non ci saranno più», commenta al CdT Andreas Venditti, analista di Vontobel.

Una traiettoria di questo tipo implica inevitabilmente un intervento sull’organico. Su questo punto, Sergio Ermotti ha confermato che la maggior parte dei tagli in Svizzera avverrà nella seconda metà del 2026, nell’ambito del piano legato all’integrazione di CS, che prevede circa tremila esuberi nella sola Confederazione. Alla fine di dicembre 2025 UBS contava 103.200 posti a tempo pieno, ovvero 1.250 in meno rispetto alla fine di settembre.

«Entro la fine di marzo dovrebbe essere completata la migrazione dei clienti ex CS sulla piattaforma di UBS – spiega Andreas Venditti – c’è da attendersi quindi che il tanto annunciato piano di esuberi in Svizzera verrà attuato nel corso della primavera o a partire dall’estate prossima. È altresì chiaro che la riduzione del personale, assieme naturalmente ai risparmi infrastrutturali, contribuiranno in modo significativo all’obiettivo di riduzione generale dei costi della banca».

Gli AT1 nei requisiti di capitale?

Il dossier più delicato rimane quello dei requisiti di capitale. Dopo il salvataggio di CS nel 2023 e del rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta (pubblicata a fine 2024), il Consiglio federale ha proposto un pacchetto di misure per rafforzare la resilienza delle banche sistemiche, introducendo regole più severe su governance, liquidità e soprattutto capitale delle filiali estere.

UBS respinge con forza la proposta di dedurre integralmente dal Common Equity Tier 1 (CET1, il «cuore» del capitale di una banca, composto da azioni e utili accantonati) il capitale delle sue controllate fuori dalla Svizzera, ritenendola estrema e non in linea con gli standard internazionali, oltre che penalizzante per la competitività del centro finanziario elvetico. Secondo la banca, la misura genererebbe costi aggiuntivi per circa 23 miliardi di dollari, rischiando di compromettere la continuità del proprio modello globale d’affari.

Il 65.enne dirigente luganese ieri si è però detto favorevole al compromesso proposto sull’utilizzo delle obbligazioni Additional Tier 1 (AT1) per la capitalizzazione delle filiali estere della banca. In dicembre un gruppo di parlamentari di area borghese aveva portato avanti l’idea di un questo nuovo approccio, pur mantenendo l’obbligo di una piena copertura patrimoniale per le consociate estere, che consentirebbe a UBS di utilizzare gli AT1 fino al 50% dell’importo richiesto, affiancandole al capitale CET1.

I bond AT1, ricordiamo, sono titoli di debito emessi dalle banche che appartengono alla categoria di strumenti finanziari definiti come «strumenti di patrimonializzazione» (o «strumenti di capitale ibrido») dalle norme internazionali di Basilea III, disposizioni volte a migliorare la solidità degli istituti e a scongiurare tracolli.

«Sell on good news»

Nonostante i buoni risultati e, soprattutto, l’aumento del dividendo (e il nuovo piano di riacquisto di azioni), ieri il titolo UBS quotato alla Borsa di Zurigo non ha proprio brillato, anzi: in mattinata il prezzo dell’azione è crollato, passando da 37,09 franchi (prezzo d’apertura) fino a un minimo di 34,71 (-6,44%), per poi chiudere la sessione a 34,78 (-6,25%).

«I risultati sono solidi e migliori delle aspettative – commenta al CdT Sascha Kever, CIO di Cornèr Banca – ma le cifre del Wealth Management negli USA sono risultate inferiori alle attese; la banca sta infatti faticando nel comparto, tant’è che registra pure dei deflussi, mentre l’annunciato share buyback è nella parte bassa delle aspettative. Inoltre, permane l’incertezza sui requisiti di capitale, in attesa di novità dal Parlamento federale. Tuttavia, non ritengo impattanti né il tema della successione di Sergio Ermotti (lascierà la carica di CEO l’anno prossimo, ndr), né la vertenza, allo stato attuale, negli USA riguardo ai conti ex CS risalenti ad esponenti del regime nazista. In essenza – conclude Kever – siamo di fronte a una classica presa di profitto (sell on good news)».

Dal canto suo, Andreas Venditti ricorda che nell’ultimo scorcio dell’anno scorso il titolo UBS è salito da 30 a poco oltre 38 franchi: «I mercati avevano accolto molto positivamente la prospettiva, diffusa a seguito di alcune indiscrezioni di stampa, di un compromesso sui requisiti di capitale. Probabilmente la reazione è stato un po’ “euforica” e ora c’è del profit taking in attesa di ulteriori sviluppi. Va anche detto – conclude l’analista di Vontobel – che il buon andamento nel comparto Investment Banking ha contribuito in modo significativo al risultato complessivo, ma ai mercati questo interessa meno perché le attività di trading sono piuttosto volatili e non necessariamente continui nel tempo»