MKS PAMP investe in Ticino e punta agli USA

Un accordo tra Svizzera e Stati Uniti sui dazi al 15%, secondo l’agenzia Bloomberg, è vicino. Sulle proposte messe sul tavolo di Donald Trump da parte dei sei imprenditori svizzeri che hanno incontrato il presidente USA martedì della settimana scorsa non si sa, però, ancora molto. Una cosa è certa: nello Studio Ovale c’era anche il CEO del Gruppo MKS PAMP Marwan Shakarchi e si è parlato (anche) di oro. Senza commentare l’incontro alla Casa Bianca, James Emmett, CEO di MKS PAMP, da noi raggiunto, osserva: «I consumatori americani sono davvero entusiasti dei nostri lingotti d’oro». Di base a Ginevra, Emmett è a capo delle operazioni di trading e raffinazione di MKS PAMP, compreso il noto impianto di produzione di Castel San Pietro. Il riferimento del dirigente britannico con un passato in ambito bancario non è al regalo portato dal suo capo al presidente USA, bensì ai famosi lingotti Lady Fortuna da un’oncia (ca. 31 grammi) che la grande catena statunitense di ipermercati all’ingrosso Costco ha introdotto, nella primavera 2024, sulla sua piattaforma e-commerce, causando una vera e propria «corsa all’oro» tra i suoi clienti. Corsa che possiamo dire sia valsa la pena: nel giro di un anno e mezzo il prezzo al dettaglio del lingottino è raddoppiato, passando da quasi 2 mila dollari agli attuali 4 mila.
Una storia di rialzi
Il rialzo delle quotazioni del metallo giallo negli ultimi tre anni è impressionante: si è passati dal livello di 1.600 dollari l’oncia dell’ottobre 2022 a poco meno di 4.400 dollari giusto un mese fa, pari a un apprezzamento di oltre il 170%. Ma è ben poca cosa se confrontato con i balzi del 518% tra luglio 1976 e febbraio 1980 e del 643% tra febbraio 2001 e settembre 2011. Certo, i rispettivi quadri congiunturali erano diversi e la durata di quelle due storiche fasi rialziste era più lunga. È però interessante notare come entrambi questi rialzi prolungati sono stati seguiti da una lunga tendenza al ribasso, ma le perdite non sono state neanche lontanamente sufficienti a cancellare i guadagni. Dal picco di circa 692 dollari l'oncia nel febbraio 1980, l’oro è infatti sceso di circa il 63% a 256 dollari nel febbraio 2001, mentre ha registrato un calo del 44% dal massimo di circa 1.902 dollari nel settembre 2011 al minimo di 1.052 dollari nel novembre 2015.
Obiettivo 5 mila dollari l’oncia
Ciò non significa che il rialzo di questa fase continuerà a lungo, ma significa che, se così fosse, non sarebbe senza precedenti. «Sul lungo termine, riteniamo che ci sarà un aumento continuo dei prezzi e che il raggiungimento dei 5 mila dollari l’oncia sia un obiettivo assolutamente realizzabile che potrebbe avvenire anche entro il prossimo anno», sostiene Emmett, che giustifica la previsione facendo un paragone con il concetto del debasement, ovvero la svalutazione progressiva del valore intrinseco di un bene, come ad esempio una valuta. «Con l’aumento delle pressioni inflazionistiche e delle politiche economiche meno rigorose rispetto al passato – spiega – si è alimentato la percezione che sia giunto il momento di spostarsi verso beni alternativi. Di conseguenza, molti investitori stanno aumentando le loro posizioni in oro e, sempre più spesso, anche in argento. Inoltre, c’è una forte componente geopolitica, con il persistente clima di incertezza globale. Tutto ciò si traduce in comportamenti concreti, con aumenti della domanda non solo al dettaglio, ma anche con significativi aumenti dei volumi d’acquisto da parte di governi e investitori istituzionali, inclusi attori non tradizionali». E a proposito di attori «non tradizionali» il nostro interlocutore racconta di un suo recente passaggio in Arabia Saudita: «Durante una visita a Riad ho notato una lunga fila di donne vestite con l’abaya tradizionale che acquistavano lingotti d’oro. Mi è stato spiegato che queste donne hanno reddito disponibile, fanno parte della forza lavoro e vogliono risparmiare in modi che permettano loro di avere pieno controllo sui propri beni. È solo un piccolo esempio, ma segnali simili stanno emergendo in diversi mercati».
Espansione in Ticino
Tornando alla nostra realtà, chiediamo a James Emmett una prospettiva sull’attività di raffinazione in Ticino, alla luce delle speculazioni sul possibile trasferimento di attività negli Stati Uniti per «sfuggire» ai dazi (a fine estate scorsa, ricordiamo, è stato chiarito che i dazi USA non saranno applicati sull’import di oro da investimento, cioè i lingotti da un chilo e da 100 once, noti come bullion, destinati alle riserve auree). La concorrente Metalor, nel Canton Neuchâtel, ha infatti recentemente indicato che intende produrre più oro negli USA, senza tuttavia abbandonare il sito neocastellano dove, anzi, intende investire fra i 40 e 50 milioni di franchi nei prossimi dieci anni per incrementare la capacità di raffinazione, specie di altri metalli «speciali» (rodio, rutenio e iridio). «Non posso commentare sulle altre società – afferma Emmett – posso però confermare che MKS PAMP sta progettando di espandere la produzione in Ticino, parliamo di investimenti a doppia cifra percentuale perché la domanda per il prodotto svizzero è semplicemente molto alta. A livello globale, oltre all’India e al comparto sudest asiatico, continuiamo a cercare opportunità negli Stati Uniti. Siamo stati molto chiari su questo punto. Ma non stiamo cercando di “delocalizzare”. Quello che vogliamo fare è intraprendere una produzione negli Stati Uniti, per gli Stati Uniti. Vorrei infine sottolineare che abbiamo già investito circa 600 milioni di dollari in una società di e-commerce proprio per il mercato USA, che possiede anche un impianto di produzione di lingottini in Oklahoma, ma l’idea di espanderci lì è avvenuta già prima di ogni discussione recente», conclude James Emmett.
