Non è un «remake» del 2024, ma lo yen giapponese preoccupa ancora

Giusto due anni fa una mossa della Bank of Japan (BoJ) - non del tutto inattesa, ma comunque spiazzante - scatenò un «sell-off» sui mercati finanziari globali. Allora l’istituto centrale nipponico aveva appena alzato i tassi d’interesse dello yen, chiudendo di fatto la lunghissima stagione del denaro a costo zero nel Paese del Sol Levante. Pochi giorni fa, di nuovo il Giappone, ma questa volta al fianco degli Stati Uniti e con il presunto assenso dell’UE, è tornato a muoversi sul mercato valutario. Con un obiettivo diverso, quello di sostenere lo yen, da mesi in caduta libera. Ma il sentore di un certo déjà vu è forte. Oppure no?
Che cosa è successo
L’intervento è stato confermato lunedì dalla ministra delle Finanze giapponese, Satsuki Katayama. Venerdì scorso il Ministero giapponese e il Tesoro statunitense hanno comprato yen in modo coordinato per contrastare «l’eccessiva volatilità e i movimenti disordinati» della valuta, scivolata nelle settimane precedenti fin verso quota 164 sul dollaro, il livello più basso dal 1986. Il giorno prima il Giappone era già intervenuto, da solo, per un controvalore stimato fino a circa 59 miliardi di dollari, mentre nell’azione congiunta di venerdì ne avrebbe impiegati altri 37 circa. Dopo gli annunci lo yen ha recuperato terreno, riportandosi in zona 155-157 sul dollaro.
Una regia inedita
A rendere l’operazione insolita non è tanto la sua entità quanto la regia. Gli Stati Uniti non intervenivano per sostenere lo yen da quasi trent’anni, mentre l’ultima azione congiunta, nel 2011 e in ambito G7, puntava semmai a indebolirlo, dopo il terremoto e lo tsunami (lo yen allora valeva quasi il doppio di oggi, intorno ai 75 per dollaro). Stavolta il Tesoro americano guidato da Scott Bessent ha compiuto un passo ancora più raro. Secondo il «Financial Times», il Tesoro USA ha venduto euro, non dollari, per comprare yen (di qui l’ipotesi di un via libera europeo). La Fed, dal canto suo, ha messo a disposizione la propria «repo facility» in dollari (uno strumento nato nel 2020 per attenuare la corsa al contante scatenata dalla Covid) che consente alla BoJ di procurarsi liquidità in biglietti verdi senza dover vendere titoli del Tesoro USA.
L’intervento è stato «notato» anche da Donald Trump, che ha rivendicato la scelta parlando di un aiuto «da amici», buono «per l’economia mondiale» e con un «beneficio finanziario» anche per Washington. D’altronde, l’interesse americano è quello di non esacerbare la pressione sui titoli di Stato (Treasury bond). Il Giappone, ricordiamo, è il primo detentore ufficiale di Treasury al mondo: se per difendere lo yen dovesse venderne in quantità, la pressione sui rendimenti americani, già ai massimi dal 2007 sulle scadenze lunghe, non farebbe che aumentare. Del resto, non è la prima volta: dal 2022 Tokyo ha condotto più cicli di acquisti di yen per oltre 300 miliardi di dollari, in parte finanziati proprio vendendo titoli americani. A preoccupare è anche il rischio che il rialzo dei tassi sui titoli di Stato giapponesi spinga gli investitori nipponici a rimpatriare capitali, cedendo a loro volta obbligazioni americane. Sostenere lo yen e calmierare i rendimenti di Tokyo serve, quindi, anche a tenere a freno quelli statunitensi. C’è poi l’obiettivo, dichiarato dall’amministrazione Trump, di un dollaro più debole per ridurre il cronico deficit commerciale. E così, anche la scelta di vendere euro anziché dollari va letta come un modo per evitare che Washington liquidi attivi in dollari, alimentando il rialzo di quei rendimenti che invece vuole tenere a bada.
Le ragioni della debolezza dello yen sono del resto in buona parte strutturali, tra il rincaro dell’energia legato al conflitto in Medio Oriente, l’ampio divario di tassi con gli Stati Uniti e i timori che i piani di spesa della prima ministra Sanae Takaichi alimentino l’inflazione. La settimana scorsa la BoJ ha lasciato il costo del denaro all’1%, il massimo da trentun anni, ma il governatore Kazuo Ueda ha assicurato che la banca non resterà «dietro la curva», cioè in ritardo rispetto all’inflazione. Al momento, i mercati scommettono ormai su un nuovo rialzo dei tassi già in autunno.
Dinamiche diverse
Ma è davvero un «remake» dell’estate di due anni fa? Antonio Foglia, vicepresidente della Banca del Ceresio, invita a diffidare del parallelo. «Le dinamiche mi paiono molto diverse», osserva. Allora il rialzo a sorpresa della BoJ, spiega il banchiere luganese, innescò un «deleveraging» generalizzato con un «risk-off» che travolse i «carry trade», ovvero le operazioni con cui gli investitori si indebitano in valute a basso tasso, come yen e franco, per investire dove il rendimento è più alto. Fu proprio la corsa a ricoprire quelle posizioni ribassiste a far apprezzare, oltre allo yen, anche il franco svizzero.
Questa volta è diverso. Il ridimensionamento borsistico visto a luglio, spiega Foglia, è rimasto «confinato» ai titoli legati all’intelligenza artificiale ed è stato accelerato dalla liquidazione forzata di un hedge fund e dalla «sbalorditiva» proliferazione di ETF a leva. Non un rientro di sistema, insomma, ma un episodio circoscritto. «Può darsi che la volatilità attuale dia di nuovo luogo a un risk-off più ampio», aggiunge, «ma per ora non lo vedo nei prezzi».
Tendenza opposta sul franco
Nel 2024 l’«effetto farfalla» dell’intervento giapponese si era fatto sentire anche in Svizzera, con un franco spinto al rialzo dalla chiusura dei carry trade. Oggi, osserva Foglia, gli effetti sulla valuta elvetica sono per ora modesti e per certi versi paradossali: «Dovendo gli Stati Uniti vendere euro per comprare yen, semmai è il franco che dovrebbe rafforzarsi».
Sul mercato, però, c’è già chi guarda oltre. In un commento sui mercati, Bloomberg osserva che, se lo yen, reso più volatile e ora protetto da Washington, perde la sua funzione di valuta per finanziare i carry trade, il candidato naturale a sostituirlo è proprio il franco svizzero. Anche un eventuale ritocco dei tassi d’interesse da parte della Banca nazionale lascerebbe la Svizzera con il costo del denaro più basso del gruppo di Paesi del G10. Qualche segnale, del resto, si intravede nei movimenti di questi giorni. Parrebbe, infatti, che una parte delle scommesse in yen si sia spostata sul franco, indebolendolo. Se la tendenza si consolidasse, la pressione sulla valuta elvetica sarebbe verso il basso. L’esatto contrario di due anni fa.
