Nonostante i rischi geopolitici la Svizzera continua a crescere

L’economia svizzera tiene e gli imprenditori rimangono ottimisti, e questo malgrado debbano affrontare molti rischi, che possiamo riassumere in una lunga lista: due guerre in corso (Ucraina e Iran), alti prezzi energetici, rischi di inflazione, franco forte e scarso spazio di manovra per le banche centrali per abbassare i tassi, come invece sperava il mondo economico fino a poco tempo fa.
Il miglioramento del clima nell’industria svizzera emerge dall’indice PMI, cioè dall’indicatore sul comportamento dei manager che, nelle imprese, si occupano degli acquisti aziendali. Per quanto riguarda il comparto manifatturiero, il parametro si è attestato in aprile a 54,5 punti, in lieve aumento (+1,2 punti) rispetto ai 53,3 punti di marzo, quando era tornato sopra la soglia di crescita (fissata a 50) per la prima volta dopo 38 mesi. È quanto ha reso noto lunedì di questa settimana UBS, istituto che interpreta i dati raccolti attraverso un sondaggio dell’associazione di categoria Procure.ch. Il dato è superiore alle previsioni degli analisti interrogati dall’agenzia Awp, che andavano da 49 a 53,7 punti.
Buon clima negli USA e nell’UE
Come spiegare questa apparente contraddizione? Ne abbiamo parlato con Daniel Kalt, capo economista Svizzera di UBS. «È vero - rileva - che il PMI svizzero è salito in marzo e in aprile dopo una fase negativa. Si tratta di un leading indicator (ossia predice il futuro, ndr), e abbiamo notato che il clima degli affari negli ultimi mesi ha iniziato a migliorare in tutta Europa e anche negli Stati Uniti, sia nel settore manifatturiero sia in quello dei servizi. Questo è spiegabile anche grazie al ciclo degli stock (inventory cycle), visto che abbiamo attraversato un periodo congiunturalmente debole durante la pandemia, e poi nel 2021 e nel 2022 c’è stato un «riempimento» degli stock, e questa fase è stata seguita dalla guerra in Ucraina nel 2022 e nel 2023, che ha fermato l’attività industriale anche a causa di tassi di interesse elevati. Poi nel 2023 e nel 2024 gli stock sono tornati a essere pieni e quindi fino alla fine del 2025 l’industria ha vissuto una fase di debolezza. Tuttavia, nel contempo le cose iniziavano a riprendersi leggermente, anche grazie alla decisione tedesca di investire 500 miliardi nelle infrastrutture e al calo degli interessi. Così nel 2026 abbiamo visto che globalmente la manifattura ha iniziato bene l’anno, tanto che, se la guerra non ci fosse stata, personalmente sarei stato molto ottimista sul fatto che il 2026 sarebbe stato un ottimo anno».
«Tuttavia - prosegue - la guerra in Iran è iniziata a fine febbraio, e a livello congiunturale non abbiamo ancora riscontrato problemi generalizzati a causa degli alti prezzi energetici e della guerra. Quindi questi fattori non sono ancora stati presi in conto nell’indice PMI. Forse si vedranno in estate. Infatti, prossimamente, con la guerra in corso, con l’alta inflazione e con le catene di fornitura malfunzionanti, potremmo vedere un rallentamento dell’attività industriale».
Interruzioni nelle forniture
Ma in questo scenario di incertezza, quale potrebbe essere il fattore più importante che in futuro potrebbe frenare la congiuntura? «A mio avviso - spiega Kalt - potrebbe essere l’interruzione della catena di approvvigionamento, anche se non tutti i settori saranno toccati allo stesso modo. Con la scarsità di petrolio, iniziano a mancare le plastiche e il kerosene, e quindi le compagnie aeree stanno tagliando la loro offerta di voli. Anche la disponibilità di fertilizzanti sta venendo meno, e anche quella di elio, un gas molto utilizzato nell’industria per produrre componenti importanti, come i chip. Ma per ora i problemi non sono gravi».
«Il secondo effetto in ordine di importanza è rappresentato dagli alti costi energetici, che provocano una crescita dell’inflazione, e quindi la gente ha meno soldi da spendere perché questo pesa sul potere d’acquisto».
«E in terzo luogo - sottolinea - ci sono i tassi di interesse, anche se non è ancora chiaro se le banche centrali faranno salire il costo del denaro, perché questo lo si vedrà solo nel corso dell’anno. È comunque probabile che l’inflazione non sarà così alta da far aumentare i tassi, perché le banche centrali guardano al di là di una singola fiammata temporanea dei prezzi. Ci saranno problemi se il prezzo del petrolio resterà alto per sei mesi o più, e quindi si creerà una cosiddetta spirale inflazionistica, ossia gli alti prezzi faranno salire i salari, e a loro volta faranno salire i prezzi, e così via».
«In generale comunque - conclude Daniel Kalt - UBS prevede per quest’anno una crescita in Svizzera (senza gli eventi sportivi, ndr) dell’1,7%, mentre prima la stima era dell’1,9%, e per l’anno prossimo prevediamo un +1,4%, mentre in precedenza avevamo un +1,5%».
Il mercato del lavoro migliora
Anche dal fronte occupazionale è giunta una buona notizia: malgrado le incertezze dovute al contesto globale, le prospettive sul mercato del lavoro svizzero sono in miglioramento: lo segnala l’indicatore dell’occupazione calcolato dall’Istituto KOF, il centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo.
Il parametro si è attestato nel secondo trimestre a 2,2 punti, in progressione di 0,1 punti rispetto al periodo gennaio-marzo e a fronte del +1,2 registrato nell’ultima parte del 2025, emerge dalle tabelle del KOF. L’indice - che si basa sulle risposte di 4200 aziende - rimane quindi oltre la media pluriennale, che è di 1,7 punti.
