Svizzera

Nonostante il caro petrolio l’economia mantiene la rotta

Nel primo trimestre di quest’anno il PIL è aumentato dello 0,5%, superando le attese degli analisti - Mandruzzato (EFG): «L’andamento della congiuntura per il resto del 2026 dipenderà dalla durata della guerra in Iran»
Roberto Giannetti
19.05.2026 06:00

L’economia svizzera ha messo a segno una buona crescita nel primo trimestre di quest’anno, e quindi non è stata frenata dalla guerra in Iran e dal corollario del rincaro dei prezzi energetici che ha comportato.

Come emerge dalla stima rapida («Flash-PIL») pubblicata ieri dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), nel primo trimestre il PIL reale al netto degli effetti stagionali è cresciuto dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. Al risultato hanno contribuito sia il settore industriale che quello dei servizi. Per contro, nell’ultimo trimestre del 2025 il PIL era cresciuto dello 0,2%, mentre nel trimestre precedente era diminuito dello 0,5% a causa della disputa sui dazi.

La crescita attuale supera le previsioni degli esperti: in un sondaggio condotto dall’agenzia AWP, gli analisti avevano previsto una crescita compresa tra lo 0,3% e lo 0,4%.

Per Felicitas Kemeny, responsabile del settore congiuntura presso la SECO, la sorpresa è tuttavia limitata. «La fiducia nell’economia è migliorata», afferma. «La riduzione dei dazi ha avuto un effetto positivo e anche dalla Germania è arrivato un leggero impulso positivo».

Gli indicatori restano positivi

Diversi indicatori anticipatori hanno infatti segnalato un andamento positivo. Inoltre, non va dimenticato che il prezzo del petrolio è aumentato in modo significativo solo a marzo, ovvero nel terzo mese del trimestre.

Come valutare questi dati?E quali sono le previsioni per il resto dell’anno? Ne abbiamo parlato con GianLuigi Mandruzzato, economista senior di EFG Bank a Lugano. «Effettivamente - illustra- il dato relativo al primo trimestre di quest’anno è un po’ più forte delle attese, ma non lo è in maniera clamorosa, e non va dimenticato che in termini di crescita annua fotografa comunque un ulteriore rallentamento della crescita svizzera. Infatti in termini di crescita annua il PIL aggiustato per gli eventi sportivi si colloca allo 0,3%, mentre la media dell’anno scorso era stata dell’1,5%. Quindi c’è un miglioramento della crescita trimestrale, che passa dallo 0,2% allo 0,5%, ma su base annua la crescita rallenta rispetto 0,6% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso e rispetto alla media dell’interno 2025».

«Inoltre - precisa - l’aspetto fino ad adesso incoraggiante è che gli indicatori congiunturali KOF e PMI (Purchasing Managers Index), nel mese di aprile erano rimasti su buoni livelli, restando coerenti con un miglioramento della crescita svizzera nel trimestre in corso, il ossia il secondo del 2026, anche se l’informazione sull’intero trimestre è ancora incompleta».

«Questo lascia ben sperare - spiega - sul fatto che complessivamente i contraccolpi della crisi legata alla guerra in Iran sull’economia svizzera siano contenuti, fermo restando che tutto dipenderà dalla durata della crisi, perché è ovvio che più si prolunga e maggiori saranno i potenziali contraccolpi negativi, anche per l’economia svizzera».

Protetti dal mix energetico

«In questo momento - precisa - un aspetto che protegge l’economia svizzera è il suo mix energetico, meno dipendente dai carburanti fossili rispetto alle altre principali economie mondiali. Pertanto il meccanismo più importante di trasmissione della crisi all’economia svizzera è il possibile rallentamento del commercio internazionale».

«Nel complesso, quindi, le previsioni per il 2026 rimangono inusualmente incerte - rileva - a causa della crisi in corso. Chiaramente, se vi fosse una risoluzione in tempi relativamente rapidi della guerra, la crescita dovrebbe rimanere intorno all’1%. Se, al contrario, la crisi si prolungasse, questo scenario diventerebbe troppo ottimista e la crescita scenderebbe in un range che comunque dovrebbe rimanere positivo, fra lo 0 e lo 0,5%».

Ma come mai questa guerra, che provoca un aumento dei costi energetici, ha avuto ancora effetti relativamente contenuti sulla congiuntura mondiale? «Innanzitutto - risponde - forse non abbiamo ancora visto tutti gli effetti di questa guerra, nel senso che abbiamo a disposizione solo i dati fino al mese di aprile, che è stato il mese della speranza, perché dopo un mese di bombardamenti sono arrivati i negoziati, anche se poi, nell’ultima parte del mese, si è capito che questi negoziati non stavano progredendo, e quindi le quotazioni del petrolio e del gas naturale sono tornate a salire, e anche a livello di fiducia delle imprese è possibile che qualche problema abbia iniziato ad emergere».

USA: giocano i rimborsi fiscali

«Inoltre - aggiunge - negli USA hanno iniziato ad essere distribuiti i rimborsi fiscali, che hanno sostenuto la capacità di spesa delle famiglie, anche di quelle meno abbienti. Questo ha aiutato a compensare lo shock del prezzo dell’energia, dando un po’ di sostegno alla domanda finale. Infine, sono state utilizzate le scorte di petrolio ed altre materie prime come i fertilizzanti, evitando che ci fosse carenza di input produttivi, a parte il settore dell’aviazione, senza però evitare l’aumento dei prezzi».

«Ora - conclude GianLuigi Mandruzzato - siamo entrati nella 12.esima settimana di guerra, e le notizie sugli effetti della relativa scarsità di materie prime iniziano ad essere più frequenti, visto che buona parte delle scorte orami sono state utilizzate. Per questo la possibilità di razionamento in alcune aree del mondo inizia a porsi, aumentando i rischi per l’economia mondiale».