Il caso

Nuovi dazi USA, nel mirino anche la Svizzera: «Prendiamo atto, ma respingiamo le accuse di lavoro forzato»

Il Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca si esprime sulle nuove tariffe (12,5%) imposte dagli Stati Uniti sui prodotti svizzeri – Economiesuisse: «Decisione incomprensibile e ingiustificata»
©SAMUEL CORUM / POOL
Red. Online
24.07.2026 07:30

La minaccia, alla fine, è diventata realtà. Nelle scorse ore, gli Stati Uniti hanno annunciato l'imposizione di dazi compresi tra il 10% e il 12,5% a oltre 60 partner commerciali, a partire da oggi, venerdì 24 luglio. Una misura – entrata ufficialmente in vigore questa mattina alle 6.00 (ora svizzera) – che, nei piani dell'amministrazione Trump, mira a contrastare il presunto «lavoro forzato». La nuova serie di tariffe – diffusa dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio USA, Jamieson Greer – è destinata a sostituire quelle globali temporanee del 10% introdotte da Trump, la cui validità scadeva, come detto, proprio oggi. La Corte Suprema aveva infatti annullato la maggior parte dei dazi globali imposti dal tycoon a febbraio. 

Le nuove misure, secondo quanto reso noto dall'ufficio di Greer, colpiscono oltre il 99% del commercio americano. Ai Paesi dotati di leggi di contrasto al lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10%, mentre a quelli privi è stato invece addebitata una maggiorazione del 2,5%, al 12,5%. Secondo un'indagine ad ampio raggio condotta dall'amministrazione Trump, alcuni Paesi non tutelano adeguatamente i lavoratori, a prescindere dall'esistenza di legge in materia. Da qui, dunque, la decisione di imporre dazi: decisione che, tuttavia, sembra essere destinata a creare una nuova bufera legale. Per gli osservatori, però, la mossa dell'amministrazione Trump avrebbe in realtà l'obiettivo di ricostruire il regime tariffario globale del tycoon del Liberation Day, demolito dalla sentenza della Corte Suprema. Non a caso, le misure arrivano dopo una nuova ondata di dazi del 50% su alcune merci canadesi. Non solo: la scorsa settimana, Trump ha imposto un dazio del 25% su molti prodotti brasiliani. A tal proposito, Gree ha dichiarato che i dazi sul lavoro forzato «ripristineranno l'equità nel mercato globale per i lavoratori americani» e spingeranno i partner commerciali degli Stati Uniti a «unirsi agli Stati Uniti nell'eliminare il lavoro forzato dalle catene di approvvigionamento globali»

Questi dazi, come anticipato, sono entrati in vigore nel momento della scadenza dei dazi temporanei, questa mattina. Le merci già soggette a dazi specifici legati alla sicurezza nazionale, tra cui acciaio, alluminio, automobili e relativi componenti, non saranno interessate dai nuovi provvedimenti. Questi, infatti, si basano su una disposizione della normativa commerciale frequentemente utilizzata – la Sezione 301 del Trade Act del 1974 – considerata giuridicamente come più solida rispetto alla base legale dei dazi annullati dalla Corte Suprema. Di più, sono previste esenzioni anche per petrolio, gas e fertilizzanti, oltre ad altri bene che non vengono prodotti dagli Stati Uniti.

Ma non è tutto. I Paesi che compiranno progressi nella lotta al lavoro forzato potrebbero vedere i dazi scendere al 10%. Ne è un esempio l'India, «premiata» con tariffe del 10% dopo l'approvazione di una legge contro il lavoro forzato che ha corretto il 12,5% inizialmente previsto. 

Alla Svizzera dazi del 12,5%

Nella lista dei Paesi soggetti ai nuovi dazi, come riporta il Guardian, figura anche la Svizzera, a cui sono stati imposte tariffe del 12,5%. Restano possibili però eccezioni. Nel documento del rappresentante commerciale Jamieson Greer si parla di «10 o 12,5%» su «determinati prodotti» provenienti dall’UE, dal Giappone, da Taiwan e dalla Svizzera.

In una prima dichiarazione, il Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR) del presidente della Confederazione Guy Parmelin ha affermato di prendere atto degli ultimi sviluppi, seppur respingendo con fermezza la motivazione con cui Washington applica i nuovi dazi «punitivi». Economiesuisse, a sua volta, ha criticato aspramente i nuovi dazi, sottolineando che questa decisione «non è né comprensibile né giustificata» e «penalizza le imprese svizzere rispetto ai concorrenti provenienti da Paesi con dazi doganali più bassi, tra cui l’UE e il Regno Unito», a cui si applicano dazi solo del 10%.

L'organizzazione respinge inoltre «con fermezza l'accusa secondo cui la Svizzera non fa abbastanza per impedire l'importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato», sottolineando che il lavoro forzato è vietato nella Confederazione dalla Costituzione, dal diritto civile e dal diritto penale. Economiesuisse, inoltre, che rappresenta decine di migliaia di imprese, tra cui le più grandi multinazionali, evidenzia che queste nuove sovrattasse non contribuiscono a dissipare le incertezze.

Le reazioni dal mondo

Non solo la Svizzera: nelle scorse ore, neanche a dirlo, non sono mancate le reazioni di disappunto da tutto il mondo per la nuova ondata di dazi. Tra queste, quella del governo brasiliano, che ha dichiarato di respingere le nuove tariffe del 12,5% imposte dagli USA sulle esportazioni del Paese per presunte carenze nella lotta al lavoro forzato, definendo la decisione di Washington «completamente arbitraria e ingiustificata». Il ministro delle Finanze brasiliano, Dario Durigan, ha anche accusato Donald Trump di aver reintrodotto «con la forza» i dazi reciproci bocciati dalla Corte suprema USA. «Questa tariffa riguarda il 99% delle importazioni verso gli Stati Uniti, il che mi porta a concludere che sia un semplice espediente per sostituire quella precedente, caduta alla Corte Suprema», ha dichiarato alla tv BandNews, definendo la misura «ingiustificata e unilaterale». 

Al tempo stesso, anche il ministro del commercio australiano ha rilasciato dichiarazioni in cui definisce «ingiustificate e incoerenti» le nuove tariffe imposte dall'alleato statunitense, chiedendo che vengano rimosse. Il Giappone, a sua volta, ha annunciato di «deplorare i nuovi dazi statunitensi», così come la Nuova Zelanda che si è detta «estremamente delusa».