Metalli preziosi

Oro e argento, oscillazioni «senza precedenti»

Le quotazioni dei due metalli preziosi hanno archiviato un anno eccezionale – Forti rialzi a gennaio spinti dalle tensioni geopolitiche e da un’ondata di acquisti speculativi – Il mercato correggerà gli eccessi, ma gli acquisti al dettaglio, assieme a quelli strategici, sosterranno i valori nel medio-lungo periodo
© CdT/Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
12.02.2026 06:00

Per i mercati dei metalli preziosi il mese di gennaio è stato definito da molti come «senza precedenti». Sull’arco dei primi trenta giorni dell’anno, infatti, le quotazioni dell’oro sono salite di ben mille dollari l’oncia, quelle dell’argento di quasi cinquanta dollari, movimenti che in termini percentuali significano rispettivamente +25% e +65% circa. Questi movimenti sono stati «provocati» dalle forti tensioni globali che si sono succedute nel corso di gennaio, tutte targate Stati Uniti, in particolare il blitz nel Venezuela e le minacce di invasione della Groenlandia.

Poi, nell’ultimo giorno di negoziazione del mese, il crollo verticale: l’oro è sceso del 10% circa attorno a quota 4.800 dollari/oncia – pari a un movimento giornaliero di circa 700 dollari – e l’argento ha ceduto il 25% circa del suo valore, chiudendo il mese attorno a 80 dollari/oncia. Piccola curiosità sull’argento: attualmente servono circa 60 once d’argento per comperare una d’oro, un rapporto che solo sei mesi fa era superiore a 100 – a dimostrazione dello spettacolare rialzo della «cenerentola» dei metalli preziosi.

A confermare i movimenti assolutamente eccezionali dei metalli preziosi è Nicky Shiels, Head of Research & Metal Strategy presso MKS PAMP, che abbiamo raggiunto a New York: «I mercati hanno chiaramente esagerato al rialzo e messo alla prova i limiti dell’attività speculativa. Il commercio al dettaglio, gli investitori istituzionali (fondi d’investimento, principalmente), i flussi FOMO (fear of missing out, ndr) e i forti “posizionamenti di inizio anno” hanno spinto i prezzi troppo in alto e troppo velocemente. Il calo, invece, è stato inizialmente innescato da un clima di “risk off” nel settore tecnologico, seguito dalle notizie secondo cui il prossimo presidente della Fed sarà Kevin Walsh, ritenuto più “falco”. Ciò ha raffreddato le strategie di trading basate sul deprezzamento del dollaro, che era diventato eccessivo».

Che cosa succederà ora? O meglio, dove potranno «correggere» le quotazioni dei metalli preziosi? «In termini di livelli – risponde Shiels – ritengo ragionevole un ribasso dell’argento verso i 70 dollari e dell’oro verso i 4.600 dollari l’oncia circa. Il superamento dei 50 dollari da parte dell’argento – livello massimo storico di lungo periodo – rispecchia il superamento dei 2 mila dollari da parte dell’oro: questi livelli sono consolidati e indietro non si torna. Il mercato sta attualmente “scremando” gli eccessi e cercando di ristabilire livelli minimi fisici guidati dai consumi reali prima che i prezzi possano risalire con una traiettoria più sostenibile e moderata».

Consumatori alla ribalta

Il grosso del cambiamento strutturale nel mercato dell’oro, che va detto parte da più lontano nel tempo, è da attribuire ai compratori «strategici», ovvero le banche centrali. Come spiega Nicky Shiels, «Paesi come la Cina, i Brics, l’Europa orientale – ad esempio la Polonia, che ha recentemente annunciato l’intenzione di ampliare il proprio programma di acquisti – hanno costantemente aumentato le proprie riserve auree. Questi flussi fungono da sostegno per il mercato e hanno fortemente sostenuto il rialzo dell’oro».

Tuttavia, il più recente rally dei metalli preziosi, l’oro in particolare, non è appannaggio degli acquisti «istituzionali», cioè da parte di fondi d’investimento e pensionistici. «Negli ultimi sei mesi – spiega l’analista di MKS PAMP – e persino dalla crisi delle banche regionali americane nel 2023 (Silicon Valley Bank e altre, ndr) il rialzo è stato guidato dal commercio al dettaglio. Ciò è molto insolito nel settore delle commodities, poiché in genere sono gli investitori professionisti a guidare il mercato. Lo vediamo dalla domanda di prodotti fisici (lingotti, monete), ma anche dal lancio di nuovi prodotti retail quotati in Borsa e persino piattaforme crittografiche che lanciano futures sui metalli, come ad esempio Coinbase, che ha introdotto dei contratti futures sul rame e sul platino».

I motivi di questo fenomeno sono ormai noti, come la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni finanziarie, dei politici e del sistema economico globale. «È un cambiamento secolare – afferma Nicky Shiels – le persone puntano sempre più su beni “fisici” come i metalli preziosi rispetto ad attivi custoditi o istituzionali, come azioni e obbligazioni».

A ulteriore dimostrazione di questo passaggio verso il «fisico», l’esperta osserva come la curva dei prezzi, tra quelli spot e futures si sia invertita, passando da una normale situazione cosiddetta «contango» (prezzi a termine superiori a quelli spot) a quella chiamata «backwardation». «Questo evidenzia una carenza di offerta e il fatto che i consumatori, sia al dettaglio che industriali, stanno sottraendo metallo dal mercato».

Mercato «deglobalizzato»

Storicamente, i prezzi spot dei metalli preziosi, oro e argento in particolare, sono fissati a Londra mentre quelli a termine fanno riferimento al Comex di New York. Detto altrimenti, Londra è il «caveau» del mondo e New York ne è la «sala mercato».

Tra le due piazze esistono, da sempre, delle normali opportunità di arbitraggio che però in determinate situazioni, come si è visto l’estate scorsa in particolare per l’argento, possono creare tensioni sul mercato – i famosi squeeze (squilibri tra domanda e offerta di metallo fisico) – e forti balzi delle quotazioni.

All’esperta chiediamo se, dato il clamore creatosi attorno ai preziosi, dobbiamo aspettarci altre turbolenze. «Non credo che vivremo altri episodi di squeeze così drammatici – sostiene Shiels – ma vedremo sicuramente un ulteriore scollamento tra le varie regioni. Oggi esistono divergenze persistenti tra i prezzi di Londra e Shanghai (specialmente nell’argento) e tra Londra e gli Stati Uniti, a causa dell’incertezza sugli scambi commerciali e dazi. Le discussioni sulla Sezione 232 (del Trade Expansion Act del 1962, ndr) relative ai metalli critici fanno sì che questi materiali vengano trattenuti negli Stati Uniti come se stessero diventando una riserva quasi-strategica, quindi non disponibile per il mercato globale, contribuendo quindi alla scarsità regionale. Stiamo entrando in un mondo in cui la domanda non è più ‘Qual è il prezzo dell’argento?’, bensì: ‘In quale regione? In quale forma? Con quale tempistica?’ – e ciò rappresenta un elemento della de-globalizzazione e della frammentazione delle catene di approvvigionamento».

Volgendo, in conclusione, lo sguardo al futuro, chiediamo a Nicky Shiels una prospettiva sul settore. «L’oscillazione dei prezzi che stiamo vivendo capita una volta in una generazione. Tutti parlano dei metalli preziosi, dai tassisti ai portinai. Quando succede questo, il settore non rimane più lo stesso. Questi prezzi impongono un cambiamento strutturale e a questi livelli non è più possibile continuare come se nulla fosse».