Il punto sui preziosi

Oro e brividi di voto

La guerra sostiene la ricerca di beni rifugio, ma se fa salire i prezzi energetici e i tassi d'interesse, può produrre l’effetto opposto.
© CdT/Gabriele Putzu
Simone Knobloch
17.10.2026 06:00

L’estate dell’oro è stata un percorso a ostacoli tra guerre, petrolio e tassi. A luglio le quotazioni hanno oscillato intorno ai 4 mila dollari l’oncia; in agosto hanno recuperato fino a 4.697 dollari, chiudendo il mese con un rialzo di circa il 9%. Anche argento, platino e palladio hanno partecipato al recupero, ma per il metallo giallo è emerso soprattutto il bisogno di protezione dai rischi finanziari e politici.

Il Medio Oriente ha mostrato quanto possa essere complesso il rapporto tra conflitti e oro. L’8 luglio, dopo l’annuncio di Donald Trump che l’intesa provvisoria con l’Iran era finita, il petrolio è balzato e l’oro è sceso. Il 27 luglio, invece, una pausa nelle ostilità ha favorito il metallo con il calo del greggio che attenuava i timori d’inflazione e di una stretta monetaria.

La guerra sostiene la ricerca di beni rifugio, ma se fa salire energia e tassi può produrre l’effetto opposto.

In agosto dati americani sul lavoro più deboli delle attese hanno ridimensionato le aspettative di un rialzo dei tassi, favorendo gli acquisti. A sostenere l’oro sono stati anche i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico statunitense. Secondo alcuni analisti, i prodotti quotati legati al metallo hanno attirato circa tre milioni di once nel mese. Gli acquisti delle banche centrali hanno rafforzato il sostegno, mentre i prezzi elevati frenavano gioielleria e domanda al dettaglio.

Al di là delle oscillazioni quotidiane, il mercato appare diviso tra due logiche. Da una parte gli investitori finanziari, pronti a modificare le posizioni in funzione dei rendimenti e del dollaro; dall’altra chi considera l’oro una riserva di valore da mantenere nel tempo. È una distinzione importante: i movimenti speculativi possono amplificare rialzi e correzioni, mentre la domanda di diversificazione contribuisce a spiegare perché il metallo continui ad attirare interesse anche a prezzi elevati.

A fine agosto i segnali restrittivi della Federal Reserve a Jackson Hole hanno innescato prese di beneficio. Il rialzo dei tassi di metà settembre ha poi confermato il rischio: dollaro e rendimenti più elevati hanno penalizzato un’attività che non paga interessi. Le costanti tensioni in Medio Oriente e l’infinita guerra in Ucraina restano sullo sfondo, ma il mercato guarda soprattutto alla loro ricaduta su energia, inflazione e politica monetaria.

Tra ottobre e dicembre, le elezioni americane di midterm del 3 novembre aggiungeranno incertezza. Un cambiamento degli equilibri al Congresso americano potrebbe complicare le decisioni su bilancio e debito, alimentando la domanda di diversificazione. Un esito chiaro e una distensione internazionale potrebbero invece ridurre il premio per il rischio. Questi sono evidentemente solo scenari, perché il voto, da solo, non determina la direzione dell’oro.

Parte degli analisti nel dibattito sugli scenari futuri indicava a settembre una media di 4.750 dollari nel quarto trimestre, ipotizzando tassi Fed invariati, ma la successiva stretta rende la previsione più condizionata. Il sostegno strutturale rimane, ma il trimestre potrebbe alternare nuovamente recuperi e correzioni.

Petrolio meno caro e rendimenti in discesa potrebbero favorire l’oro, mentre nuova inflazione e ulteriori rialzi dei tassi lo frenerebbero. Il metallo conserva il ruolo di rifugio, senza essere al riparo dalle turbolenze.