Giappone

Per la donna più potente al mondo la strada è ancora tutta in salita

ll grande successo elettorale del Partito Liberal Democratico offre alla premier Sanae Takaichi l’occasione di avviare riforme profonde, dalle politiche di sicurezza alla modernizzazione economica e sociale del Paese - Ma le sfide che dovrà affrontare travalicano i confini del Paese
Sanae Takaichi, 64 anni, è stata eletta presidente del PLD il 4 ottobre e primo ministro del Giappone il 21 ottobre 2025. È la prima donna a ricoprire queste cariche nel Giappone democratico. © EPA/Franck Robichon
The Economist
16.02.2026 06:00

Il Partito Liberal Democratico (PLD) domina la politica giapponese sin dalla sua fondazione nel 1955, con solo due brevi interruzioni al potere. Mai, tuttavia, aveva trionfato in modo tanto netto quanto nelle elezioni anticipate dell’8 febbraio scorso, quando ha conquistato quasi il 70% dei seggi nella potente Camera bassa del Parlamento. La premier Sanae Takaichi dispone ora di un’opportunità storica per trasformare il Paese. Non deve sprecarla.

Una leader per tutto il Paese

Per essere all’altezza delle aspettative generate dalla sua scommessa elettorale e dalla vittoria schiacciante, Takaichi deve pensare in grande e in modo più ampio. Non può considerare il suo mandato come ordinaria amministrazione, concentrata su misure di sollievo a breve termine per alleviare i dolori del presente; deve affrontare di petto le sfide demografiche ed economiche di lungo periodo del Giappone. Deve inoltre riconoscere che il suo Paese ha un ruolo cruciale da svolgere come forza stabilizzatrice in un mondo turbolento. E deve essere una leader per tutto il Giappone, non soltanto per i suoi sostenitori di destra. In breve, deve scommettere di nuovo.

Il sostegno non le manca. L’appoggio a Takaichi è arrivato da tutto il Paese. Il PLD ha ottenuto 316 seggi sui 465 della Camera bassa, contro i precedenti 198, conquistando una supermaggioranza dei due terzi che gli consentirà di aggirare la Camera alta, dove non dispone del controllo. Takaichi ha intercettato il desiderio degli elettori giapponesi di sicurezza e cambiamento insieme. Ha offerto un realismo inflessibile per un’epoca aspra. Incarna anche una rottura con la vecchia guardia: è figlia di una famiglia della classe media che dice le cose come stanno, non è l’erede compassata di una dinastia politica, come molti dei suoi predecessori. Ed è una donna, la prima a guidare il Giappone democratico.

Infrangere i tabù

Un’elezione storica apre opportunità storiche – se la signora Takaichi avrà il coraggio di coglierle. Soprattutto, lei è nella posizione ideale per accelerare la trasformazione delle politiche di difesa giapponesi. Il compianto Abe Shinzo, primo ministro dal 2012 al 2020, aveva avviato un rafforzamento delle forze armate in risposta all’assertività della Cina e all’inaffidabilità americana. Ma il mondo è cambiato più rapidamente del Giappone. Takaichi ha già anticipato all’anno fiscale in corso un aumento della spesa per la difesa al 2% del Prodotto interno lordo (PIL), inizialmente previsto per il 2027; ma non è ancora sufficiente. E in ogni caso, aumentare i bilanci è solo una parte della risposta. Il Giappone necessita di una revisione complessiva alla luce del nuovo «disordine» globale. La disponibilità del primo ministro a infrangere tabù, incluso il dibattito sulle armi nucleari, è un segnale di vitalità. Le sue idee sono solide quando si tratta di liberare il settore della difesa dai vincoli, promuovere l’innovazione militare e rafforzare le capacità di intelligence del Paese.

Rapporti con USA e UE

Tutto ciò richiederà una diplomazia intraprendente. Come altri alleati degli Stati Uniti, il Giappone è rimasto scosso dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma, ancor più dei membri della Nato, Tokyo non può permettersi di alienarsi Washington. È circondato da avversari dotati di armi nucleari – Cina, Russia e Corea del Nord – e, per ora, dipende dall’ombrello nucleare americano. Takaichi ha fatto un lavoro ammirevole nel restare in buoni rapporti con Trump (che l’ha persino sostenuta prima del voto). Tuttavia, pur collaborando con gli Stati Uniti, il Giappone non dovrebbe esitare ad aggirarli quando necessario, come fece Abe salvando l’accordo di libero scambio Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) dopo che Trump lo aveva abbandonato durante il suo primo mandato. Ciò non impedì ad Abe di mantenere un rapporto cordiale con il presidente americano. Questa volta il Giappone dovrebbe farsi promotore di un collegamento tra il CPTPP e l’Unione europea, creando un blocco commerciale che coprirebbe oltre il 30% della produzione globale.

La sfida demografica

Il Giappone dovrà dimostrare questa leadership globale mentre le sue risorse interne sono sotto pressione. Una popolazione in calo e sempre più anziana rappresenta il principale freno alla crescita. Come stanno scoprendo molti altri Paesi, non esistono soluzioni semplici: le famiglie non sono una catena di montaggio che si possa accelerare a piacimento. Il cambiamento demografico, come quello climatico, richiede piuttosto un adattamento costante. La vittoria elettorale schiacciante offre a Takaichi lo spazio politico per compiere scelte difficili finora eluse.

Dovrebbe concentrarsi sul liberare il potenziale delle persone che il Giappone già possiede e rendere il Paese più accogliente verso i nuovi arrivati. Il sistema previdenziale necessita di riforme urgenti. Le imprese dovrebbero abbandonare le rigide pratiche di impiego a vita basate sull’anzianità a favore di sistemi più flessibili fondati sulle mansioni. Le strutture fiscali e di diritto di famiglia, ancora intrise di patriarcato e disincentivanti per il matrimonio e la partecipazione femminile al lavoro qualificato, vanno superate. Il Giappone dovrebbe attrarre migranti, non demonizzarli.

Un'agenda «imponente»

E mentre crescono le richieste di spesa per la difesa e la socialità, Tokyo dovrà rassicurare i mercati sulla propria capacità di finanziare i programmi necessari. Potrebbe essere il momento opportuno per realizzare gradualmente plusvalenze sugli attivi detenuti all’estero, contribuendo così a ridurre il debito lordo.

Takaichi è all’altezza della sfida? Entrata in carica solo a ottobre, non è ancora stata messa alla prova. Potrebbe interpretare l’ampio sostegno come un lasciapassare per perseguire un’agenda ideologica ristretta. Nazionalista convinta, potrebbe visitare il santuario Yasukuni, che onora i caduti giapponesi, inclusi leader imperiali, alcuni dei quali criminali di guerra: un gesto che infiammerebbe i rapporti con la Cina e comprometterebbe il fragile riavvicinamento con la Corea del Sud, essenziale per bilanciare l’ascesa cinese. Socialmente conservatrice, potrebbe alimentare sentimenti anti-stranieri, respingendo i migranti di cui il Giappone ha bisogno per compensare il declino demografico e i turisti che sostengono l’economia. Sul piano fiscale, potrebbe cedere alla tentazione di una politica di forte spesa che alimenti l’inflazione e allarghi le crepe nei mercati obbligazionari. Un banco di prova sarà la promessa populista di sospendere per due anni l’imposta dell’8% sui generi alimentari, senza emettere nuovo debito. Gli elettori possono anche aver creduto a questo pensiero magico; i mercati, no. Dovrà trovare il modo di finanziare la misura, oppure rinunciarvi.

La difficoltà del fare

L’agenda del primo ministro è imponente. Non sorprende che i giapponesi siano inquieti. Takaichi ha chiesto agli elettori se volessero che fosse lei a guidarli in questi tempi tumultuosi. La risposta è stata un sì fragoroso. Ma se disperderà il suo mandato tra simbolismi e populismo, fioriranno alternative più corrosive. E il Giappone difficilmente offrirà presto a un altro leader un’occasione così straordinaria.