Perché il petrolio costa più di quanto dicono le Borse

Era già successo nel 2022 con lo scoppio del conflitto in Ucraina: il prezzo del greggio sui mercati di riferimento è balzato di una trentina di dollari al barile sopra il livello considerato «normale» (attorno ai 60 dollari), per poi rientrare nei ranghi nel giro di un semestre circa. Ma ora il balzo provocato dal conflitto nel Golfo Persico rischia di avere un impatto più duraturo sui prezzi per via degli effetti sul trasporto marittimo del greggio prodotto nel comparto. L’insicurezza regna, ma una cosa è abbastanza certa: il prezzo «vero» del greggio, cioè quello fisico di consegna, è ancora più alto rispetto alle quotazioni sui mercati di riferimento (Londra e New York) e rischia di rimanere tale anche in futuro.
Due prezzi, due realtà
Per capire cosa sta succedendo sui mercati del greggio, bisogna distinguere tra il prezzo dei future - cioè i contratti a termine che fissano oggi il valore del barile che verrà consegnato tra uno o due mesi - e il prezzo fisico, ovvero quello che si paga per il petrolio disponibile subito, pronto per essere caricato su una petroliera e raffinato. In condizioni normali, i due prezzi sono vicini. In questo momento, non lo sono affatto.
Il contratto future di riferimento per il mercato globale è il Brent, il greggio del Mare del Nord quotato a Londra. A esso si affianca il WTI (West Texas Intermediate), il contratto negoziato al Nymex di New York che riflette il mercato nordamericano. Di norma, il Brent tratta a un premio di qualche dollaro sul WTI: essendo un greggio «marittimo», è più facile da movimentare a livello internazionale, mentre il WTI risente dei colli di bottiglia logistici intorno a Cushing, Oklahoma, il suo principale centro di deposito. In alcune fasi recenti di picco delle tensioni nel Golfo, questa relazione si è temporaneamente invertita, segnale di quanto fossero eccezionali le pressioni sul mercato fisico globale, per poi rientrare nella norma.
Ma la vera anomalia non riguarda il rapporto Brent-WTI ma il divario tra il Brent future e il cosiddetto Dated Brent, ovvero il prezzo fisico del greggio consegnato nel giro di dieci-trenta giorni verso l’Europa nordoccidentale. Questo scarto ha raggiunto livelli che non si vedevano nemmeno nei mesi peggiori della pandemia, quando la domanda globale collassò di circa venti milioni di barili al giorno. Oggi il Dated Brent quota poco sotto i 120 dollari al barile (ma il «Forties», come viene chiamato il greggio del Mare del Nord usato come riferimento fisico per il Dated Brent, ha toccato punte vicine ai 150 dollari), mentre i future si attestano intorno ai 95-100, uno scarto di venticinque dollari che riflette le due facce della stessa crisi. I mercati future scommettono su una risoluzione rapida del conflitto nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il mercato fisico racconta invece la realtà di oggi, cioè scorte che si assottigliano, rotte marittime disorganizzate e un’Asia che dipende dal Golfo per circa il 60% delle sue importazioni di greggio e che ora si trova a fare i conti con forniture drasticamente ridotte.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), la perdita di produzione supera i 12 milioni di barili al giorno, pari a circa l’11,5% della domanda globale, a tal punto che l’IEA stessa ha definito questo il peggior shock energetico mai registrato. Per cercare di stabilizzare i prezzi, le riserve strategiche dei Paesi membri sono state mobilitate per un volume record di 400 milioni di barili.
Non solo greggio
A differenza delle crisi precedenti, questa non riguarda solo il greggio. Il conflitto ha colpito anche circa un quinto della produzione mondiale di gas naturale liquefatto, concentrata in Qatar. Un’industria praticamente inesistente all’epoca degli shock petroliferi degli anni Settanta e oggi invece centrale per l’approvvigionamento energetico di Europa e Asia, già messa a dura prova dalla crisi del gas seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Il «cuscinetto temporaneo»
C’è un elemento paradossale che spiega perché gli effetti più pesanti si siano fatti attendere. Nelle prime settimane del conflitto, molte raffinerie, soprattutto in Asia, hanno in realtà registrato profitti insolitamente elevati. Vendevano infatti carburante a prezzi gonfiati dalla crisi, ma lavoravano ancora greggio acquistato prima dello scoppio delle ostilità, a prezzi pre-guerra. Un «cuscinetto temporaneo» che ha ritardato la «distruzione di domanda», cioè il taglio forzato dei consumi, che ci si sarebbe aspettata immediatamente. Quel cuscinetto si è ora esaurito, poiché le ultime forniture pre-conflitto sono state assorbite e le raffinerie si trovano a dover comprare sul mercato fisico ai prezzi attuali.
Le conseguenze pratiche di questo disallineamento sono già visibili, con i margini di raffinazione che si stanno comprimendo rapidamente. Mentre i prezzi fisici restano a questi livelli, molti impianti saranno costretti a ridurre i ritmi di produzione o a sospendere alcune lavorazioni, con ricadute dirette sulla disponibilità e sul costo di benzina, diesel e carburante per aerei.
Ma il danno non si ferma qui. I segnali distorti che arrivano dai mercati future finiscono per influenzare anche le decisioni di governi e banche centrali: il Fondo monetario internazionale ha recentemente alzato le sue previsioni sul prezzo medio del petrolio nel 2026 a 82 dollari, allineandosi più ai future che alla realtà fisica. Se quella realtà dovesse persistere, le proiezioni andrebbero riviste al rialzo, con tutte le conseguenze del caso su inflazione e crescita.
