Il fenomeno

Polymarket e gli altri: le «macchine della verità» che sfidano le Borse

Dallo sport alle elezioni, fino ai farmaci, i «prediction market» fanno scommettere su (quasi) tutto e quest’anno sono cresciuti a dismisura - Ma cause legali, «insider trading» e verdetti contestati ne rivelano i limiti
Oltre due terzi degli scambi su Kalshi e Polymarket riguardano lo sport. © EPA/Olga Fedorova
Dimitri Loringett
30.07.2026 08:38

Scommettere su una partita di calcio? Alzi la mano chi non ha mai compilato, almeno una volta, una schedina del Totocalcio. Ma scommettere anche sul risultato delle elezioni americane di metà mandato, sull’esito di uno studio clinico per un farmaco anticancro, su che cosa dirà il presidente degli Stati Uniti nel prossimo discorso, o perfino su dove si sposerà una popstar? Oggi si può scommettere su quasi tutto, dal più serio al più futile, ma non nel modo «classico», come dai «bookmaker», bensì su piattaforme di negoziazione, alcune regolamentate, altre no, che funzionano come una Borsa valori, dove ogni previsione ha un prezzo che oscilla con gli scambi.

È il mondo dei «prediction market», i mercati delle previsioni diventati popolarissimi e cresciuti nel 2026 a velocità impressionante. Mentre i volumi erano quasi trascurabili fino al 2025, quest’anno sono esplosi, complice il Mondiale di Calcio appena conclusosi. A giugno la sola Kalshi, la maggiore di queste «Borse», ha trattato scommesse per 33 miliardi di dollari, quaranta volte più di un anno prima, di cui ben 27 legati proprio al Mondiale. La rivale Polymarket ne ha mossi altri quattordici. E alcune proiezioni parlano di 240 miliardi di contratti su eventi quest’anno e mille miliardi entro il 2030.

A far esplodere i numeri è soprattutto lo sport, che rappresenta oltre due terzi delle «puntate» su queste piattaforme. Ma Kalshi - dall’arabo «tutto», è stata creata nel 2018 dall’americano-libanese Tarek Mansour e la brasiliana Luana Lopes Lara, entrambi laureati MIT - punta più in alto. Ha lanciato, tra le altre cose, un portale sulle elezioni di metà mandato, con quote, sondaggi, finanziamenti e dati storici. E ha aperto, per la prima volta al mondo, scommesse sull’esito degli studi clinici e sulle decisioni della Food and Drug Administration, dall’approvazione di un farmaco anticancro di Gilead a una cura contro l’Alzheimer. Ma qui, almeno, le regole sono precise, dato che ogni contratto è ancorato a un documento pubblico e i criteri per interpretarlo sono fissati prima dell’apertura degli scambi.

Le zone d’ombra

Ma più questi mercati crescono, più sollevano interrogativi. E i primi arrivano dai tribunali. Più di una dozzina di Stati americani hanno fatto causa a Kalshi e Polymarket, accusandole di gestire scommesse sportive illegali travestite da «contratti su eventi». Contro Kalshi, in particolare, il Massachusetts è stato il primo a chiedere un’ingiunzione e un giudice di Washington ne ha poi bloccato l’attività, ritenendo che quei contratti violassero le leggi statali sul gioco. Il regolatore federale, però, la vede diversamente: la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’autorità sui derivati, ha impugnato le decisioni degli Stati rivendicando la «giurisdizione esclusiva» su quei contratti. Eppure, nelle scorse settimane, la stessa CFTC ha aperto un’indagine proprio su Polymarket, senza rivelarne l’oggetto, a poco più di un anno da quando le aveva riaperto il mercato americano, vietato dal 2022 (Polymarket ha sede a Panama, Kalshi a Manhattan).

C’è poi il problema di chi scommette su informazioni riservate. Ad aprile, per esempio, i procuratori americani hanno incriminato un militare coinvolto nella pianificazione del blitz per catturare Nicolás Maduro in Venezuela: aveva scommesso sull’operazione, guadagnando oltre 400 mila dollari. E non è un caso isolato: quest’anno erano già emersi un collaboratore dello youtuber MrBeast e un candidato governatore, sorpresi a puntare su informazioni riservate; il secondo, addirittura, sulla propria elezione.

La questione più spinosa, però, riguarda il momento in cui si decide chi ha vinto. Stando a una corposa inchiesta di The Economist, né Kalshi né Polymarket hanno trovato un modo affidabile per «chiudere» i contratti. Su Polymarket, dai regolamenti spesso vaghi, l’esito delle scommesse contese è affidato al voto dei detentori di una criptovaluta, un «oracolo» che dovrebbe garantire imparzialità. Il settimanale britannico ha però scoperto che pochi portafogli ne controllano la maggioranza e che i grandi trader votano sull’esito delle scommesse su cui hanno puntato. Kalshi, più «rigorosa», affida le regole a una piccola squadra di ex campioni di dibattito a cui è vietato scommettere. Troppo pochi, però, per i circa diecimila contratti scambiati ogni giorno e le decisioni finiscono per essere incoerenti. Ha per esempio rifiutato di pagare per intero la scommessa sull’addio dell’ayatollah Khamenei, ma ha dato per persa quella sulla presenza di Jimmy Carter all’insediamento di Trump, dopo la morte dell’ex presidente.

Oltre il gioco

Finché a scommettere sono studenti e curiosi per poche centinaia di dollari, l’ambiguità è «tollerabile», benché le cifre in ballo siano tutt’altro che marginali. Ma Kalshi punta agli investitori istituzionali, ai fondi che muovono cifre «serie» e che non entrano certo in un mercato di cui non si fidano. Ma i prediction market sono solo un fronte di una più ampia finanza «cripto-nativa». Sulle stesse logiche, oggi si comprano e vendono strumenti che replicano il prezzo di un’azione senza possederla - dai titoli cinesi alle società non ancora quotate come OpenAI -, di fatto scommesse che sfuggono ai regolatori nazionali.

Dietro il fenomeno c’è però un’idea seria e in parte fondata. Il prezzo di qualunque mercato non è che la sintesi di innumerevoli scommesse sul futuro. Aggregando infatti le aspettative di migliaia di persone che rischiano denaro si ottiene spesso una stima collettiva più accurata, anche più di sondaggi o delle analisi degli esperti. È il principio del «price discovery» su cui poggiano anche le Borse. I prediction market, in fondo, non fanno altro che trasformare un’aspettativa in una probabilità. Ecco perché li chiamano «macchine della verità». Ma queste dicono il vero solo a due condizioni, che si aggreghi in modo onesto (senza barare) e che si sappia riconoscere alla fine che cosa è davvero accaduto. Ed è qui che questi mercati restano ancora un «cantiere», perlomeno fintanto che pretenderanno di prevedere il domani…