L'analisi

Quali Paesi dipendono da petrolio e gas del Golfo Persico?

Non la Svizzera, le cui importazioni dalla regione contano meno dell'1% rispetto al totale, mentre l'Italia viaggia al 22% – Le nazioni asiatiche e africane le più esposte
©GUILLAUME HORCAJUELO
Red. Online
23.03.2026 15:15

La crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente è peggiore degli shock petroliferi del 1973 e del 1979 messi insieme. Parole, e musica sinistra, di Fatih Birol, direttore generale dell'Agenzia internazionale dell'energia (AIE). Il quale, fra le altre cose, ha detto che i leader politici globali non hanno ancora compreso la reale gravità della situazione e del problema.

Il conflitto, in effetti, ha bloccato gran parte del commercio di petrolio e gas provenienti dalla regione, costringendo Paesi (anche) lontani a subire le conseguenze dell'improvvisa interruzione delle forniture energetiche. Alcuni stanno soffrendo più di altri. Chi, in particolare? Proviamo a fare chiarezza sfruttando i dati raccolti dal New York Times.

Nel 2024, quasi 21 milioni di barili di petrolio al giorno hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, il passaggio che collega il Golfo Persico al resto del mondo. L'80% di questo petrolio era destinato all'Asia. Da tempo, la Cina è il principale acquirente di petorlio e gas nella regione: un terzo del suo approvvigionamento totale proviene dal Golfo, di riflesso ogni interruzione rappresenta un grave problema per Pechino. Parliamo di 413 miliardi di dollari. Ma, come sottolinea il New York Times, ci sono altri Paesi che dipendono quasi interamente dal Golfo per il proprio fabbisogno energetico.

Il Pakistan, ad esempio, sta considerando l'introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni, della didattica a distanza e del telelavoro al fine di preservare le riserve energetiche. In Thailandia, un fondo gestito dallo Stato, istituito per sovvenzionare il costo del carburante in caso di impennata dei prezzi, è entrato in deficit questo mese. In India, ancora, dove l’economia dipende dal Medio Oriente per circa il 40% delle importazioni di petrolio e l’80% di quelle di gas, la carenza di gas da cucina sta mettendo in difficoltà le famiglie. E in tutta l’Asia, molti passeggeri sono rimasti a terra perché le compagnie aeree, a corto di carburante, hanno cancellato migliaia di voli.

L'Europa, d'altro canto, fa meno affidamento sul Golfo rispetto all'Asia. Da sempre. In passato, importava la maggior parte del proprio gas naturale dalla Russia, mentre di recente si è rivolta maggiormente agli Stati Uniti e alla Norvegia. Tuttavia, in questi ultimi anni il continente ha dovuto affrontare una crisi energetica dopo l'altra, tra cui quella causata dalla guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina e dalle sanzioni occidentali che ne sono seguite.

La Russia, ricordiamo, è il terzo produttore mondiale di petrolio e il secondo produttore mondiale di gas: le esportazioni dei suoi prodotti energetici sono state fortemente limitate proprio perché Mosca prosegue la sua invasione dell'Ucraina. L'attuale crisi, ribadisce il New York Times, si sta manifestando in un momento in cui i Paesi europei, alle prese con una crescita economica fiacca, cercano di ricostruire il proprio tessuto industriale e di contrastare la concorrenza delle esportazioni cinesi a prezzi più bassi.

Di fronte all'impennata dei prezzi registrata dopo l'attacco sferrato insieme a Israele contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno temporaneamente sospeso le sanzioni sul petrolio russo attualmente in mare, nella speranza di alleggerire così l'offerta globale e stabilizzare i mercati. L'Unione Europea, per contro, non ha adottato misure analoghe.

Quanto alla Svizzera, le importazioni di idrocarburi dalla regione contano meno dell'1% rispetto al totale. Una sciocchezza, dunque.

I Paesi africani, come molti altri Paesi del Sud del mondo, potrebbero risentire di queste turbolenze in misura diseguale. Le Seychelles, nazione insulare al largo della costa orientale dell’Africa, nel 2024 importavano quasi tutta la loro energia dagli Stati del Golfo. Mauritius ha registrato una dipendenza simile, mentre la Nigeria, Paese ricco di petrolio e membro del cartello petrolifero OPEC Plus, ha tradizionalmente importato una quantità relativamente modesta di combustibili fossili dal Medio Oriente.

Ma con il protrarsi della guerra, le ripercussioni si stanno facendo sentire ben oltre le importazioni di petrolio e gas. Il Golfo Persico, infatti, è una fonte primaria di fertilizzanti, in parte perché l’abbondanza di energia nella regione ha favorito lo sviluppo di stabilimenti che producono le materie prime per molti tipi di prodotti chimici agricoli. Un aumento prolungato del costo dei fertilizzanti potrebbe costringere i governi dell'Asia meridionale e dell'Africa subsahariana a sovvenzionare i costi di produzione agricola, pena un aumento dei prezzi dei generi alimentari. Ciò potrebbe aggravare l'onere del debito che grava su molti Paesi a basso reddito.

Gli Stati Uniti, concludendo, sono il maggiore produttore mondiale di petrolio e gas. Detto in altri termini, l'interruzione degli scambi energetici con il Medio Oriente avrebbe un impatto molto meno grave. Eppure, gli Stati Uniti e gli altri Paesi della regione che non importano grandi quantità dal Golfo continuano a subire le ripercussioni economiche. L'impennata dei prezzi del petrolio – che nelle ultime settimane hanno superato i 100 dollari al barile – ha già influito negativamente su altri importanti fattori economici. Da quando è scoppiata la guerra, come noto, il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone a livello nazionale. Le compagnie aeree americane hanno iniziato a ridurre i voli a causa dei costi del carburante. I timori per l’inflazione, di nuovo, hanno spinto i tassi ipotecari al livello più alto degli ultimi tre mesi, a poche settimane dal loro primo calo sotto il 6% dal 2022.

Se la guerra dovesse protrarsi, o se i prezzi del petrolio e del gas continuassero a salire, i danni molto probabilmente aumenterebbero, secondo gli economisti. Questo è forse uno dei motivi per cui la Casa Bianca ha ribadito con forza di non aver bisogno del petrolio mediorientale e, parallelamente, sta cercando sempre più di ricorrere alla forza militare per porre fine al blocco imposto dall’Iran.