Quando il gestore patrimoniale non è l'intelligenza artificiale

Dell’intelligenza artificiale si parla molto - e spesso a sproposito. C’è chi vi vede la fine dell’umanità e chi il suo futuro. Molti, però, la conoscono ancora soltanto come il chatbot gratuito con cui si conversa online. Nella finanza, dove la montagna di dati è diventata essa stessa un problema, le applicazioni sono invece già concrete. Se ne è discusso la settimana scorsa al Palazzo dei Congressi di Lugano, nell’ambito degli «Incontri della professione» organizzati dall’Associazione svizzera di gestori patrimoniali (VSV/ASG). Attorno al tavolo Ilaria Piatti Avesani, Senior Lecturer in Finance alla Queen Mary University di Londra e cofondatrice di Clear Wealth Ltd.; Andrea Ferrari, responsabile della gestione dei fondi d’investimento di House of Wealth SA a Canobbio; e Samuela Fuentes, Sales Manager di Pictet Asset Management SA a Ginevra.
L’architettura e poi la macchina
«Oggi un professionista ha accesso a una quantità enorme di dati, segnali e analisi, ma più informazioni non significano necessariamente decisioni migliori», ha spiegato in apertura Ilaria Piatti. Da qui è nata Investidea, la piattaforma di ricerca cross-asset sviluppata da Clear Wealth. «Non partiamo dall’intelligenza artificiale per creare la ricerca: prima costruiamo l’architettura della ricerca, poi inseriamo l’IA all’interno di questa architettura». L’esempio portato nella discussione è quello del cambio fra dollaro e yen. La via più semplice sarebbe affidarsi a un modello linguistico e chiedergli che cosa ne pensa. «Deliberatamente cerchiamo di non lavorare così», ha precisato Piatti. Prima si definisce che cosa deve entrare nel processo decisionale: i fattori rilevanti (per esempio la politica monetaria delle due banche centrali, il differenziale dei tassi d’interesse, l’inflazione, la divergenza macroeconomica, il rischio geopolitico) e le fonti autorizzate da cui attingere i dati. «Solo allora mettiamo l’intelligenza artificiale all’interno del processo, per trasformare tutto questo materiale in una ricerca utilizzabile», come una nota per il cliente, un rapporto per il comitato d’investimento, o un outlook. Il valore dell’IA, insomma, non sta nel dire «compra yen» o «vendi yen», ma nel rendere «più veloce, più disciplinato, più coerente e più scalabile» il processo con cui il professionista si forma un’opinione. «Un modello potente all’interno di un processo debole può anche generare errori più velocemente e in modo più convincente», ha però avvertito Ilaria Piatti.
«Sono io che scelgo»
Dal lato dell’utilizzatore, il guadagno è anzitutto di produttività. Andrea Ferrari ha descritto la sua mattina tipo, con ad esempio ciò che è accaduto durante la notte sul fronte geopolitico, i movimenti su Bund e BTP oppure i risultati societari - una mole di dati che l’IA riassume in pochi punti. «Il mio processo decisionale è molto più rapido rispetto a prima, senza ombra di dubbio», ha affermato. La regia, però, resta umana: «Non è l’IA che decide cosa darmi. Sono io che seleziono l’informazione e decido che cosa arriva al cliente o in portafoglio». E la fiducia ha dei limiti: «L’intelligenza artificiale non è infallibile. Sbaglia. E più la usi, più te ne accorgi». Da qui, Ferrari si è imposto almeno due regole: verificare l’attendibilità delle fonti («un comunicato di una banca centrale non è un’opinione») e rileggere «due o tre volte» ciò che è destinato al cliente, nel rispetto delle linee guida del comitato d’investimento.
Ma il perimetro è umano
Il caso di Pictet Asset Management mostra un altro livello di integrazione. I modelli quantitativi classici si basano su pochi fattori noti - come value, momentum, qualità - e su relazioni lineari. Il modello proprietario della casa ginevrina, frutto di anni di ricerca («Alcuni miei colleghi hanno lavorato anche al CERN», ha detto Samuela Fuentes), utilizza oltre 400 variabili aggiornate di frequente e coglie relazioni non lineari. Lo scopo, ha spiegato Fuentes, è isolare l’alpha (indicatore che misura la capacità di un investimento o di un gestore di portafoglio di «battere il mercato», ndr) di ciascun titolo, «depurandolo dall’effetto di mercato, di stile o di settore». Il modello è usato nelle strategie enhanced index sviluppate dall’istituto privato ginevrino: rischio vicino al benchmark, scarto contenuto rispetto all’indice e un «extra rendimento» che Pictet indica in circa l’1,5% annuo. «I costi sono in linea con le soluzioni indicizzate - ha indicato Fuentes - perché servono meno interventi operativi quotidiani». Anche qui, però, è «l’essere umano che definisce i limiti di rischio e il perimetro in cui il modello si può muovere» e che ne analizza i risultati prima di inviare gli ordini. Fuentes ha poi segnalato un fenomeno, quello dei clienti che si presentano con liste di titoli suggerite dai popolari chatbot, come ChatGPT. «Questi sistemi generici non sono fatti per la selezione dei titoli né per la costruzione di portafogli. Bisogna quindi investire tempo per accompagnare il cliente», ha affermato Samuela Fuentes.
Dove si sposta il valore
Se l’IA moltiplica le analisi, il valore aggiunto del professionista non sparisce, ma si sposta. Per Fuentes, il tempo liberato da calcoli e screening manuali va dedicato al cliente, «ad ascoltarne i bisogni». Ferrari, che lavora in una realtà di tipo family office, insiste sul rapporto personale: «L’IA mi può aiutare nelle scelte d’investimento, non a rapportarmi con il cliente». Per Piatti la domanda giusta non è come usare l’IA, ma «quale processo voglio migliorare e che ruolo può avere l’IA». Produrre ricerca è ormai alla portata di tutti; conta definire che cosa è rilevante, quando e perché, e controllare la qualità del risultato. Giudizio e competenza, in questo senso, contano più di prima.
Resta un interrogativo, giunto dal pubblico: se modelli sempre più simili lavorano sugli stessi dati, gli investitori finiranno per decidere tutti allo stesso modo? Andrea Ferrari ha ridimensionato il timore, ricordando come il fenomeno esistesse già prima: «Quello più bravo anticipa il tema, quello meno bravo è un po’ come la pecora, segue». E l’IA, a suo avviso, non cambierà «questo modo di essere dei mercati finanziari».
