Quando il potere dei pagamenti diventa un'arma geopolitica

Il mese scorso Jamieson Greer, il massimo responsabile americano per il commercio, ha accusato Pix, il sistema brasiliano di pagamenti istantanei, di penalizzare ingiustamente aziende statunitensi come Visa e Mastercard. In risposta, l’America ha proposto un dazio supplementare del 25% sul Brasile. I brasiliani, tuttavia, non sembrano essersi lasciati impressionare. «Pix è una conquista brasiliana e non vi rinunceremo», ha replicato Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile e frequente critico del potere americano. Persino il suo rivale di destra, Flávio Bolsonaro, si è detto indisponibile ad abbandonare il sistema, suggerendo piuttosto un compromesso in base al quale il Brasile prometterebbe di non collegare Pix a un’infrastruttura per i pagamenti transfrontalieri concorrente di quella americana.
L’episodio riassume la nuova realtà geopolitica della finanza globale. Mentre l’America persegue quella che Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ha recentemente definito una «politica di potenza economica nel XXI secolo», nella quale l’accesso globale al dollaro e all’economia americana «non è più incondizionato», e altri Paesi cercano di rispondere allo stesso modo, il sistema finanziario mondiale si sta frammentando in sistemi regionali e nazionali. Il fenomeno si manifesta anzitutto nei pagamenti. E rappresenta un problema per Visa e Mastercard, il duopolio americano del settore.
A gennaio Aurore Lalucq, presidente della commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo, ha avvertito che un’America ostile potrebbe interrompere l’accesso alle infrastrutture di pagamento. «Non potrete dire di non essere stati avvertiti», ha dichiarato, esortando l’Europa a costruire alternative proprie. Poche settimane dopo, secondo quanto riferito, un gruppo di dirigenti bancari britannici si è riunito a Londra per discutere la creazione di un concorrente nazionale di Visa e Mastercard. «È importante per tutti noi avere il controllo dei pagamenti digitali», ha fatto eco Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, in un’intervista.
In passato, il timore nei confronti dei sistemi di pagamento guidati dall’Occidente era limitato ai Paesi con «rapporti geopolitici conflittuali» con l’America, osserva John Collison di Stripe, una società di pagamenti. Dopo che le sanzioni americane ed europee hanno escluso la Russia dalle infrastrutture internazionali dei pagamenti, il Paese si è orientato verso un proprio sistema di messaggistica finanziaria, lo SPFS, e una propria rete di carte, Mir. Anche la Cina ha costruito infrastrutture transfrontaliere, attraverso iniziative pubbliche e l’espansione di colossi privati come Alipay e WeChat Pay.
Sebbene gran parte del dibattito si sia concentrata sul ruolo del dollaro, i responsabili politici considerano ora le infrastrutture di pagamento una strada più praticabile verso l’indipendenza. Xu Gao, economista della Bank of China, ha sostenuto a maggio che, anziché concentrarsi sulla conversione in yuan dei flussi transfrontalieri, la Cina dovrebbe dare priorità alla «messa in sicurezza dei canali di pagamento internazionali» e all’«espansione globale della rete di pagamenti in renminbi».
Da questo punto di vista, Cina e Russia non rappresentano più delle eccezioni. Oggi diversificare rispetto all’America è «l’ardente desiderio dei responsabili politici praticamente in ogni Paese», afferma Eswar Prasad della Cornell University.
Una possibilità, per chi intende diversificare le infrastrutture attraverso cui transitano i pagamenti transfrontalieri, consiste nel costruire sistemi propri. Diversi progetti europei stanno accelerando dopo anni di ritardi. La Single Euro Payments Area, un insieme di infrastrutture per i pagamenti denominati in euro, conta oggi 41 Paesi membri. Una coalizione di banche e società fintech europee ha sostenuto Wero, un portafoglio digitale concepito per integrare sistemi nazionali di pagamento rapido come iDeal, una piattaforma olandese. «Semplice, fluido e Made in Europe», proclama il sito di Wero. Anche la BCE spera di lanciare un euro digitale emesso dalla banca centrale entro il 2029.
Un’alternativa è abbandonare le infrastrutture americane per passare a quelle dell’altra superpotenza. Ultimamente la Bank of China ha aggiunto decine di Paesi al proprio sistema dello yuan digitale per gli scambi transfrontalieri, osserva Josh Lipsky dell’Atlantic Council, un centro studi. A marzo il Cross-Border Interbank Payment System cinese (CHIPS), concorrente della rete interbancaria SWIFT, con sede in Belgio ma dominata dagli Stati Uniti, ha gestito flussi medi giornalieri per la cifra record di 920 miliardi di yuan, pari a 134 miliardi di dollari: il 20% in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In aprile, secondo FXC Intelligence, un fornitore di dati, il volume delle transazioni in una singola giornata ha toccato un nuovo massimo storico di 1.200 miliardi di yuan.
Una terza possibilità consiste nel rinunciare ai progetti internazionali a favore di accordi bilaterali. La Unified Payments Interface, o UPI, il sistema indiano basato sui codici QR, è attualmente operativa in altri nove Paesi, mentre diversi altri stanno completando il processo di adesione. Ritesh Shukla di NPCI International, che gestisce l’espansione di UPI all’estero, afferma che il suo gruppo dispone di «una ricca tabella di marcia» per un’ulteriore crescita, sia collegando sistemi già esistenti, sia aiutando i Paesi a costruirne di propri. «Il nostro marchio promette che vi renderemo sovrani, consentendovi di rispettare i vostri impegni interni e di portare avanti la vostra agenda nazionale», osserva.
Nel breve periodo, la scarsa liquidità di alcune valute potrebbe limitare il volume dei trasferimenti lungo determinati corridoi. La grande maggioranza dei pagamenti continuerà quindi a transitare attraverso infrastrutture americane, o comunque accessibili agli Stati Uniti. Con il tempo, le innovazioni nel denaro digitale potrebbero permettere a un numero molto maggiore di pagamenti al dettaglio di aggirare completamente i canali tradizionali. Nel medio periodo, tuttavia, come osserva Prasad, gli accordi bilaterali e multilaterali che collegheranno sistemi nazionali come Pix e UPI potrebbero consentire ai Paesi di sottrarre flussi significativi agli attuali circuiti delle carte e delle banche corrispondenti.
Ciò potrebbe danneggiare gli operatori americani già affermati nei pagamenti. L’ascesa dei sistemi «sovrani», soprattutto in Europa, che rappresenta una fonte importante delle attività internazionali di Visa e Mastercard, potrebbe erodere i loro invidiabili margini operativi, superiori al 50%.
Transazioni sovrane sarebbero più care per i consumatori
Nei rispettivi ultimi rapporti annuali, entrambe le società, Visa e Mastercard, hanno indicato come rischio per il proprio business il trattamento «preferenziale» riservato ai sistemi di pagamento nazionali. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui ultimamente gli investitori si sono mostrati poco entusiasti nei confronti del duopolio, nonostante i solidi utili. Dopo una crescita prolungata iniziata nel 2023, nell’ultimo anno le quotazioni delle due società hanno avuto un andamento altalenante.
Oliver Jenkyn, presidente di Visa per i mercati globali, afferma di avere viaggiato in tutto il mondo per rassicurare i governi sul fatto che l’azienda è attenta alle preoccupazioni locali. A maggio la società ha annunciato un investimento di 500 milioni di euro nelle infrastrutture europee, compreso un centro tecnologico in Polonia che dovrebbe aprire nel 2027. Ad aprile i dirigenti hanno inoltre annunciato una collaborazione con UnionPay, una società cinese, per offrire pagamenti in tempo reale in Cina.
Anche Mastercard si sta affrettando a proteggere la propria attività dai cambiamenti geopolitici. «Una rete europea di pagamento esiste già oggi e opera a vantaggio dell’Europa. Quella rete è Mastercard», ha scritto nel 2025 Kelly Devine, presidente delle attività europee della società. Per dare sostanza a simili affermazioni, Mastercard sta costruendo in Francia tre centri dati per un costo di 250 milioni di euro, che si aggiungeranno alla dozzina già presenti in Europa.
Il rischio più grave, osserva però Lipsky, è che la ricerca della sovranità nei pagamenti possa un giorno rendere incompatibili tra loro i diversi sistemi regionali. Ciò aumenterebbe le frodi finanziarie e l’elusione delle sanzioni. Un rapporto commissionato da SWIFT e realizzato da Economist Enterprise, una società appartenente al nostro stesso gruppo, stima che, se le tendenze attuali proseguissero, la frammentazione finanziaria potrebbe sottrarre il 2,6% al PIL mondiale entro il 2030.
