L'intervento

Quello che nessuno vede della crisi del carburante per aerei

Le compagnie si stanno preparando al peggio, come dice una fonte al Corriere della Sera, ma la crisi ha una struttura a due tempi: il secondo sta per arrivare
© Martin Meissner
Patrick Trancu
01.05.2026 19:46

Le compagnie aeree si stanno preparando al peggio. «Mai visto nulla del genere», dice una fonte del settore al Corriere della Sera. Secondo le proiezioni degli analisti settembre potrebbe essere il mese in cui le riserve toccano il livello zero. Secondo altri «sull’Europa si sta scatenando la tempesta perfetta». Voli ridotti o azzerati, vacanze a rischio. È la parte della storia che tocca ciascuno di noi direttamente. Ma non è la parte più importante. E soprattutto, non è ancora la parte più grave. Perché questa crisi ha una struttura a due tempi: il primo è già in corso, il secondo sta per arrivare.

Il primo innesco: prezzi e hub chiusi

Tutto è cominciato il 28 febbraio 2026, con l'operazione militare americana e israeliana contro l'Iran e la risposta iraniana che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz. In pochi giorni, due cose sono successe simultaneamente.

La prima: il prezzo del cherosene ha cominciato a salire in modo verticale, fino a toccare un record storico di 1.900 dollari per tonnellata. Quasi il doppio rispetto a prima del conflitto. Le compagnie aeree hanno iniziato a tagliare le rotte meno redditizie, quelle in cui il costo del carburante non copriva più le entrate. Le low cost hanno iniziato a valutare rotta per rotta, mettendo sulla bilancia ogni tonnellata di cherosene caricata.

La seconda, meno visibile ma più grave per l'economia: la chiusura dello spazio aereo mediorientale ha neutralizzato i tre grandi hub di smistamento del cargo mondiale. Dubai, Doha e Abu Dhabi — attraverso cui transita una quota rilevante del traffico aereo merci tra Asia ed Europa — sono stati messi fuori uso in pochi giorni.

I numeri parlano chiaro. Le rotte legate al Medio Oriente rappresentano il 15,6% del traffico cargo aereo globale e il 18,2% della capacità complessiva. La capacità di trasporto merci sulla direttrice Asia-Europa si è ridotta del 40%. Le tariffe cargo globali sono salite a 2,98 dollari al chilogrammo, con aumenti settimanali a doppia cifra. Su alcune rotte — Taiwan, Nord America — i rincari hanno raggiunto il 20-50% nel giro di settimane. I noli del trasporto marittimo Cina-Rotterdam sono cresciuti del 19% in una settimana, perché chi non riesce a spedire per aria cerca disperatamente posto sulle navi. La ferrovia merci Cina-Europa ha già saturato la capacità aggiuntiva, con sovrapprezzi che superano i 500 dollari per container.

Non c'è una valvola di sfogo: il sistema logistico si è congestionato su tutti i canali contemporaneamente. Questo è il primo innesco. È già in corso. E già si sente, anche da noi.

Che cosa viaggia nelle stive che nessuno vede

Prima di parlare del secondo innesco — quello che deve ancora arrivare — vale la pena spiegare perché questa crisi non riguarda solo i potenziali vacanzieri estivi.

Il 50% circa delle merci trasportate per via aerea nel mondo non viaggia su aerei cargo dedicati. Viaggia nelle stive dei voli passeggeri normali, gli stessi che portano i turisti in vacanza e i manager agli incontri d'affari. Si chiama «belly cargo», letteralmente «cargo di pancia»: la merce che vola sotto i passeggeri, invisibile, silenziosa, indispensabile. Quando un volo passeggeri viene cancellato perché il cherosene costa troppo quella capacità di trasporto merci scompare con esso. Senza annunci, senza titoli di giornale.

E che cosa viaggia in quelle stive? Farmaci, principi attivi per le medicine, semiconduttori, componenti per macchine industriali. Prodotti per cui non esiste un'alternativa rapida: non puoi mandare per nave un principio attivo che deve arrivare in tre giorni a una fabbrica farmaceutica, e non puoi sostituire con il camion un chip che viene da Taiwan. Il Canton Ticino, con le sue oltre 240 aziende chimico-farmaceutiche e la sua industria elettromeccanica di precisione, quest’ultima pilastro fondamentale della nostra economia, dipende da questi flussi più di quanto molti si rendano conto.

Il Ticino è geograficamente posizionato tra due grandi poli logistici: Malpensa a sud — il principale hub cargo d'Italia — e Zurigo a nord. Una posizione di vantaggio straordinaria in tempi normali. In questa crisi, è anche una finestra diretta sull'attrito crescente: tempi di consegna allungati, costi più alti, forniture meno prevedibili. Non è ancora un'emergenza dichiarata. Ma chi lavora nella logistica industriale ticinese lo sta già probabilmente misurando.

Il secondo innesco: quello che deve ancora arrivare

Finora, abbiamo parlato di un problema di prezzi e di rotte. Il secondo innesco è diverso, e più serio: è un problema di disponibilità fisica del carburante.

L'Europa importa dal Golfo Persico tra il 25% e il 30% del suo fabbisogno totale di cherosene, ma dipende dal Medio Oriente per il 75% delle sue importazioni nette, quelle che bilanciano la produzione interna europea con la domanda reale. Con lo Stretto di Hormuz chiuso, le ultime grandi spedizioni di jet fuel destinate all'Europa sono già partite prima dell'inizio del conflitto. Le scorte esistono, ma si stanno erodendo. In una nota citata dal Corriere della Sera, Kpler avverte sul «quadruplo colpo per il jet fuel: esportazioni dal Medio Oriente quasi azzerate, esportazioni cinesi quasi azzerate, prodotto sulle navi cisterna esaurito, produzione delle raffinerie in calo». Detto in altri termini: «La riserva di offerta si sta prosciugando da ogni direzione».

Il direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia ha dichiarato che l'Europa dispone di riserve per «circa sei settimane». A maggio l’Europa disporrà di meno di 46 giorni di copertura di carburante per aerei. E se la situazione nello Stretto di Hormuz non si sblocca rapidamente, a settembre l’Europa si ritroverà con meno di 8 giorni di copertura di cherosene.

Quando le scorte scenderanno sotto la soglia critica — stimata dagli esperti intorno a 23 giorni di copertura della domanda — non si tratterà più di rotte tagliate per ragioni economiche. Si tratterà di voli fermi per mancanza fisica di carburante. A quel punto la logica cambia completamente: non si sceglierà più quale rotta tagliare per massimizzare i profitti. Si sceglierà a chi dare il carburante rimasto.

La risposta è già scritta: prima i grandi hub. Francoforte, Parigi, Amsterdam, Roma Fiumicino. Gli scali secondari — e con loro le rotte che servono le regioni periferiche, le destinazioni meno trafficate, i mercati minori — perderanno la connettività prima e più duramente. Non gradualmente: di colpo, quando la soglia viene superata. Non è un'ipotesi remota: Air BP Italia ha già emesso avvisi di disponibilità ridotta di cherosene negli aeroporti di Linate, Bologna, Venezia e Treviso, fissando tetti di rifornimento per volo. Il segnale c'è. Siamo nella fase in cui chi ha occhi per vedere può ancora prepararsi.

Per il Ticino, questo significa una dipendenza sempre più acuta da Malpensa e Zurigo come unici punti di accesso alla rete cargo internazionale. Con prezzi alle stelle e meno rotte servite.

Non è la prima volta. E non sarà l'ultima.

C'è una domanda che chi si occupa di gestione delle crisi si pone da anni, e che questa vicenda rende di nuovo urgente: da quando, esattamente, viviamo in uno stato di crisi permanente?

Proviamo a ripercorrere gli ultimi venticinque anni. Il 2001 con gli attacchi alle Torri Gemelle, che hanno ridisegnato la geopolitica globale e reso il terrorismo una variabile strutturale. Il 2003 con la SARS, prima prova generale di una pandemia respiratoria internazionale. Il 2008 con il crollo finanziario seguito ai mutui subprime, che ha messo in ginocchio l'economia occidentale per anni. Il 2015 con la crisi migratoria, che ha fratturato l'Europa politicamente. Il 2020 con il Covid-19, che ha fermato il mondo per due anni e svelato la fragilità delle supply chain globali. Il 2022 con l'invasione russa dell'Ucraina, che ha mandato in crisi l'approvvigionamento energetico europeo. E ora, nel 2026, il conflitto in Iran con il blocco di Hormuz e la crisi dei derivati del petrolio. Per essere chiari i costi dell'asfalto in opera sono cresciuti del 20-30%, portando a un considerevole aumento del costo dei lavori stradali e delle infrastrutture. La mancanza di urea proveniente dal Golfo Persico ha fatto schizzare i prezzi della materia prima alla base dei fertilizzanti di oltre il 50% oltre a renderli scarsi. La crisi si espande a macchia d’olio con effetti domino.

Non è solo che le crisi si susseguono. È che stanno accelerando. L'intervallo tra una crisi sistemica e la successiva si è accorciato. E molte di esse non si chiudono: si sovrappongono, si intrecciano, si alimentano a vicenda. La pandemia non era ancora metabolizzata che è arrivata la guerra in Ucraina. La guerra in Ucraina non era risolta che è arrivato il conflitto in Iran. Ogni nuovo shock trova un sistema già indebolito dallo shock precedente, senza aver avuto il tempo di ritrovare un nuovo punto di equilibrio. Siamo passati dall’era dell’instabilità inaugurata dall’attacco di inizio secolo a Manhattan a quella attuale dell’incertezza costante.

Gli studiosi di gestione delle crisi hanno un nome per questa condizione: «perma-crisi». Non è una crisi che dura a lungo. È la crisi come stato normale, come contesto permanente dentro cui le organizzazioni — e le persone — devono imparare a operare.

Quello che cambia, e non tornerà indietro

In questo contesto, la crisi del jet fuel non è un'anomalia. È l'ennesima conferma di una tendenza strutturale: i sistemi globali — logistici, energetici, finanziari, sanitari — sono talmente interconnessi e interdipendenti che uno shock in un punto si propaga ovunque, spesso in modi che nessuno aveva previsto. È la complessità. Il cherosene mediorientale che manca trasforma la logistica europea. La logistica europea che si inceppa ferma le fabbriche ticinesi. Le fabbriche ticinesi che rallentano si portano dietro i loro fornitori, i loro clienti, le loro filiere.

La tendenza avviata con la pandemia — ridurre la dipendenza da fornitori lontani, aumentare le scorte, costruire ridondanza nelle filiere — non viene invertita da questa crisi. Viene accelerata, e per molti settori resa irreversibile. Chi aveva già avviato questa ricalibrazione si trova oggi più resiliente. Chi aveva rimandato si trova a doverla affrontare oggi in una situazione che vira già verso il critico, che è sempre il momento peggiore: i costi sono più alti, il tempo è scarso, le alternative sono già occupate da chi ha mosso prima.

La crisi del jet fuel passerà, come sono passate le altre. Ma il mondo che troveremo dall'altra parte non sarà quello di prima. Non lo è mai stato, dopo ogni crisi sistemica degli ultimi venticinque anni. Le fratture indotte sono profonde, alcune sono già visibili, altre emergeranno nei mesi e anni a venire.

La resilienza non è più una risposta straordinaria a eventi straordinari. È la competenza ordinaria del nostro tempo. E chi ancora non l'ha capito ha ancora — forse — qualche settimana per cominciare.