Sale la tensione tra Europa e USA in attesa del Forum

«Quale 2050 vogliamo?». Si aprirà da qui, questa sera, il World Economic Forum di Davos. Una tavola rotonda che, volutamente, guarderà lontano, oltre un presente davvero molto nuboloso. «Guardando al futuro, dobbiamo chiederci: che tipo di 2050 stiamo scegliendo di creare?». Sarebbe una domanda interessante da porre a Donald Trump, figura più attesa dell’edizione 2026 del WEF. Molto, se non tutto, nei Grigioni, questa settimana, ruoterà attorno a lui, al presidente americano. La sensazione è che Trump arriverà in Svizzera con l’intenzione di prendersi il palcoscenico e di vendere al mondo intero il proprio show, chiamando in causa amici e nemici, dettando l’agenda globale e affrontando più temi, su più fronti. Si parlerà di Ucraina, visto che a Davos ci sarà anche Volodymyr Zelensky, e di Gaza, con il Board of Peace in via di definizione - a proposito, Trump ha invitato anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu a farne parte -, ma anche di dazi, di Venezuela e, sicuramente, di Groenlandia. È su quest’ultimo punto che, anche nel weekend appena trascorso, si sono accumulate nuove tensioni tra una costa e l’altra dell’Atlantico.
La minaccia di Trump
L’isola danese - che la Russia già definisce, con sarcasmo, «il 51. Stato americano» - sembra diventata una priorità per l’amministrazione Trump. L’Europa, sin da subito, ha provato a fissare i paletti, ma la pressione da parte statunitense non ha fatto altro che crescere. Fino a sabato, quando il presidente americano ha annunciato dazi aggiuntivi nei confronti di quei Paesi che si stanno mettendo di traverso. Dal 1. febbraio dovrebbero quindi entrare in vigore - a suo dire - tariffe accresciute del 10% alle esportazioni di quelle nazioni che hanno inviato a Nuuk soldati o funzionari. Parliamo di alcuni pesi massimi europei, quindi di Francia e Germania, naturalmente Danimarca, e poi Norvegia, Svezia, Paesi Bassi, Finlandia e anche Gran Bretagna. «Questa tariffa sarà dovuta e pagabile fino a quando non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia», ha scritto su Truth. Trump ha citato le solite motivazioni: sicurezza globale, pace e un freno alle ambizioni nell’Artico di Cina e Russia. Motivazioni che non convincono la Danimarca e l’Europa tutta. «Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente Trump, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico», ha risposto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen. Ma non sempre - anzi, sempre meno - la razionalità e la logica bastano a descrivere gli scenari geopolitici attuali. L’unica cosa certa è che, a gongolare, è la Russia stessa. Dal Cremlino hanno già avuto modo di sottolineare: «Crollo dell’unione transatlantica. Finalmente qualcosa di cui vale davvero la pena discutere a Davos». Il post, su X, è stato firmato da Kirill Dmitriev, consigliere di Vladimir Putin, inviato del presidente sulle questioni di cooperazione economica. L’assenza della Russia tra gli invitati del WEF farà ancora una volta notizia.
Il «bazooka» commerciale
La risposta dell’Europa a Trump, in questo caso, non si è fatta attendere. Il New York Times, ieri, analizzando la situazione, suggeriva: «La dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per la sicurezza della NATO limita le sue opzioni. La sua risposta più decisa potrebbe essere una rappresaglia con il suo “bazooka” commerciale». Emmanuel Macron è stato il primo a muoversi proprio in quella direzione e ad armare il «bazooka», visto che ha reagito chiedendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Unione europea nel caso in cui ulteriori dazi diventeranno realtà. Macron ha coordinato una reazione d’insieme, culminata in un comunicato - firmato dagli otto Paesi direttamente coinvolti - diramato nel corso del pomeriggio di ieri. «Le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità». Nessun cenno esplicito, nella nota, allo strumento anti-coercizione, che potrebbe essere utilizzato - per la prima volta nella storia - proprio come risposta a un’eventuale riconosciuta coercizione, imponendo limitazioni alle grandi aziende tecnologiche americane e ad altri fornitori di servizi. Un’arma tanto potente da essere davvero paragonabile a un «bazooka», per i potenziali effetti. E tra i potenziali effetti potrebbe esserci un’ulteriore escalation di tasse e tensioni a cavallo dell’Atlantico. L’Europa, al solito molto prudente rispetto al partner americano, lo riconosce. La stessa Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha parlato di «una pericolosa spirale discendente», nel caso venga innescato un botta e risposta a suon di dazi, quindi una vera e propria guerra commerciale. Una spirale discendente che riguarderebbe principalmente i rapporti tra Stati, tra quelli che eravamo abituati a interpretare come alleati. Le premesse al WEF sono inquietanti.
«Finite le concessioni, la Groenlandia è diventata una linea rossa»
Giampiero Gramaglia è consigliere dell'Istituto Affari internazionali di Roma e attento osservatore delle dinamiche e degli equilibri tra Europa e Stati Uniti. Lo abbiamo interpellato per una lettura dell'attuale situazione, a ridosso del Forum economico mondiale di Davos.
Giampiero Gramaglia, come leggere le tensioni tra USA ed Europa? Il rapporto sembra arrivato a un punto bassissimo. È così?
«Sì, se guardiamo all’intero dopoguerra, è il momento di minore fiducia reciproca tra europei e americani, al punto che la stessa sopravvivenza dell’Alleanza atlantica è oggi messa in discussione. La questione della Groenlandia è esemplare e testimonia il disinteresse di Donald Trump e dei suoi nei confronti degli europei. Dall’altra parte, le azioni di molti leader europei lasciano trasparire la tentazione di scaricare Trump. Ma quel che sta accadendo con la Groenlandia ha avuto, quale premessa, i fatti in Venezuela, assolutamente illegittimi dal punto di vista del diritto internazionale. Trump, in quel caso, aveva chiamato in causa la retorica della lotta al narcotraffico e del rovesciamento di un regime autoritario. Ma in realtà abbiamo appurato che in Venezuela non è certo tornata la democrazia. Tutto ruotava attorno al petrolio. Allo stesso modo, per la Groenlandia il presidente USA chiama in causa il tema della sicurezza globale, ma le sue ultime azioni rendono trasparente l’obiettivo reale».
Ultime azioni: si riferisce ai dazi.
«Certo. Non risulta che il mare attorno alla Groenlandia sia effettivamente pieno di sottomarini cinesi o russi. Ma se anche così fosse, nonostante le smentite della NATO, Trump dovrebbe essere contento che gli europei siano disposti a contribuire alla difesa dell’isola. Sì, perché la presenza americana, sommata a quella europea, avrebbe un effetto doppio a livello di deterrenza. Sarebbe una garanzia ulteriore. È evidente, però, che la sua preoccupazione non è la sicurezza dell’area, bensì la possibilità di disporre della Groenlandia come terra di prospezione per petrolio e terre rare in futuro. Non vuole che gli europei lo aiutino a renderla più sicura, vuole l’isola e basta».
La risposta europea, in questo caso, appare più ferma. Va in questa direzione la reazione di Emmanuel Macron, ieri.
«È così. Sono arrivate parole forti sia da Parigi che da Asuncion, dove è stato firmato l’accordo con il Mercosur. È anche vero che poi ci sono risposte, all’interno dell’UE, più morbide e opportunistiche. In tutti i casi, dopo mesi caratterizzati da atti di concessione da parte dell’Europa, a partire dall’aumento delle spese militari, per non parlare dell’accordo sui dazi, ora mi pare che la Groenlandia sia una sorta di linea rossa. L’Europa non sembra più disposta a rispondere “com’è bravo Lei” o “facciamo come vuole Lei”. In questo caso, il Vecchio Continente non è più disposto ad assecondare Trump. Lo stesso, in fondo, si è visto con il mantenimento della fermezza da parte del gruppo dei Volenterosi, rispetto alla guerra in Ucraina. Questo potrebbe ora tradursi in un rafforzamento della politica comune di sicurezza tra i Paesi europei, non in contrapposizione netta agli Stati Uniti, ma con l’obiettivo di generare una capacità di dissuasione nei confronti di tutti gli interlocutori internazionali, Stati Uniti compresi».
Che cosa dobbiamo aspettarci dal WEF, che si apre oggi?
«Lo scorso anno, più che il collegamento di Trump al WEF era stato centrale il discorso del vicepresidente JD Vance a Monaco. In questo caso, Trump arriverà a Davos con l’intento di sottolineare quanto di buono sta facendo in Medio Oriente, mettendo molta enfasi sulla creazione del Board of Peace. Ma difficilmente si limiterà a questo. E potrebbe essere accolto con molta freddezza da una parte dei leader politici europei proprio a causa della vicenda groenlandese. Certo, poi quando parla, Trump non cerca mai di abbassare i toni, ma anzi usa tutte le maiuscole, proprio come quando utilizza i social. Perché anche l’ultimo annuncio sui dazi è stato fatto su Truth, non per vie ufficiali. I social, per lui, valgono quanto una sorta di Foglio ufficiale universale».
