L'intervista

«Se non rafforziamo la famiglia, ogni crescita è senza significato»

A tu per tu con Martin Burt, imprenditore sociale di fama mondiale ospite del simposio FOSIT a Lugano
© AP Photo/Jorge Saenz
Paolo Galli
14.11.2025 06:00

Martin Burt ha vissuto mille vite. Oggi è una voce riconosciuta a livello internazionale, tra le figure più influenti dell’America Latina. Domani mattina sarà tra gli ospiti del simposio FOSIT a Lugano.

Signor Burt, il suo modello di “Poverty Stoplight” è stato adottato in diversi Paesi. Come aiuta le famiglie e le comunità a uscire dalla povertà?
«Il cuore della metodologia è semplice: chiediamo alle famiglie di definire e misurare la propria povertà attraverso indicatori concreti - come alimentazione, abitazione, reddito, salute, istruzione, dignità e resilienza - utilizzando un “semaforo”, dove il rosso indica un livello di privazione/indigenza estrema, il giallo un livello intermedio di privazione/indigenza, e il verde l’assenza di privazione/indigenza. Anziché dire loro cosa manca, è la famiglia stessa a svolgere un’autodiagnosi, scegliere le proprie priorità e costruire un piano di vita su misura. Questo piano traduce grandi obiettivi in azioni pratiche e concrete, con il supporto di un facilitatore che affianca la famiglia nella ricerca di soluzioni, ponendosi sullo stesso piano, senza ruoli gerarchici. Grazie alla natura visiva e intuitiva degli indicatori, chiunque può partecipare e comprendere il processo, indipendentemente dal proprio livello di istruzione: l’intero nucleo familiare viene coinvolto nella risoluzione condivisa dei problemi. A livello comunitario, migliaia di piani familiari si aggregano in una mappa di bisogni e opportunità, che può guidare l’azione di cooperative, amministrazioni locali, scuole e imprese. Il risultato è uno spostamento del potere: le famiglie smettono di essere semplici beneficiarie per diventare protagoniste, mentre le istituzioni imparano ad adattarsi a loro».

Quali sono le principali barriere che ancora impediscono la creazione di impieghi sostenibili nei Paesi del Sud del mondo? E potrei estendere la domanda anche alle economie più sviluppate...
«Tre ostacoli principali emergono con chiarezza: la mancanza di risorse umane qualificate, la scarsa fiducia in sé stessi da parte dei leader del Sud globale e le restrizioni commerciali imposte dal Nord globale. Il Nord può esportare liberamente, ma spesso esita a importare prodotti del Sud: promuove il libero scambio solo quando è vantaggioso per sé stesso - provate, ad esempio, a vendergli burro sudamericano. Lo stesso schema si ripete anche nelle economie più ricche, ma con un’altra faccia: disallineamento tra competenze e mercato, inflazione dei titoli di studio e regolamenti rigidi che impediscono ai piccoli imprenditori di crescere. L’antidoto, ovunque, è fatto di competenze pratiche, accesso a mercati davvero aperti e leadership locali che credano nella capacità della propria gente di competere e riuscire».

In merito all’Agenda 2030, molti indicatori mostrano progressi insufficienti. Qual è, a suo giudizio, l’errore più grande compiuto finora dalle istituzioni internazionali nella lotta alla povertà?
«Credo che uno degli ostacoli al progresso sia stato il fatto di misurare i progetti più che la vita delle persone. Troppi indicatori chiave di performance - i KPI - tracciano input e conteggi di attività, ma non verificano se una famiglia è passata concretamente dal rosso al verde su aspetti come alimentazione, acqua, reddito o resilienza. Quando il successo si definisce a livello nazionale o di programma, si può “vincere” sulla carta mentre la cucina di una madre è ancora “rossa”. La correzione di rotta è mettere la famiglia al centro della misurazione e della rendicontazione, e lasciare che le istituzioni rendano conto partendo da quella realtà vissuta».

La Fundacion Paraguaya punta su un approccio “imprenditoriale” alla povertà. In che modo l’impresa sociale e l’educazione imprenditoriale possono essere strumenti di emancipazione economica?
«L’educazione imprenditoriale - imparare facendo, vendendo e guadagnando - trasforma scuole e comunità in laboratori di dignità. Gli studenti gestiscono imprese reali - agroforestali, trasformazione alimentare, ospitalità -, imparano contabilità dei costi, empatia verso il cliente e problem solving, e portano queste abitudini anche a casa. Le imprese sociali mostrano un modello di sostenibilità: risolvono un problema e generano reddito, così l’impatto non finisce quando terminano i finanziamenti. Questo costruisce una cultura del “posso farcela”, che è proprio ciò che la povertà cerca di cancellare».

È in corso la COP30 in Amazzonia. Che ruolo possono avere i modelli locali di sviluppo sostenibile nel contrastare la crisi climatica globale?
«Per quanto la natura sia importante, la resilienza umana lo è altrettanto, se non di più, a mio avviso. Come faranno le comunità lungo i fiumi a sopravvivere e prosperare? Come possiamo rafforzare le famiglie affinché riescano a vivere dignitosamente anche di fronte agli shock climatici? A livello familiare, ogni persona ha bisogno di competenze e fiducia per resistere e adattarsi. I modelli locali funzionano perché integrano gli indicatori legati al clima (come la sicurezza idrica, la preparazione agli eventi climatici estremi o la diversificazione del reddito) all’interno dello stesso piano familiare che guida le scelte quotidiane. Il cambiamento su larga scala avviene quando migliaia di questi piani individuali orientano gli investimenti pubblici e quelli delle catene di fornitura».

La tecnologia è un alleato quando mette strumenti di diagnosi, competenze e accesso al mercato nelle mani di una madre, e consente a un municipio di vedere in tempo reale quali quartieri sono ancora “rossi”

Pensa che la tecnologia sia un alleato o un rischio per una crescita equa e inclusiva?
«La tecnologia è un alleato quando mette strumenti di diagnosi, competenze e accesso al mercato nelle mani di una madre, e consente a un municipio di vedere in tempo reale quali quartieri sono ancora “rossi”. Diventa un rischio quando centralizza le decisioni, estrae dati senza restituire valore o sostituisce il lavoro locale senza creare nuove capacità. La mia regola è questa: se la tecnologia aumenta l’autonomia delle famiglie e la trasparenza, è nostra alleata. Noi riusciamo a far sì che la tecnologia sia al nostro servizio nel Poverty Stoplight e nei programmi di educazione imprenditoriale per estendere il nostro impatto, ed è qualcosa di straordinario».

Lei è stato, in passato, nel board della Schwab Foundation for Social Entrepreneurship. Il WEF stesso promuove il concetto di “reskilling revolution”. Quanto sono importanti la formazione e la riqualificazione professionale per garantire lavoro dignitoso in un’economia in rapido cambiamento?
«Sono fondamentali: senza di esse, i giovani sono indifesi. Riqualificarsi non è un corso una tantum, ma un’abitudine per tutta la vita. Servono percorsi formativi brevi e pratici, collegati subito a opportunità di guadagno: microimprese, apprendistati, imprese comunitarie. L’apprendimento deve potersi tradurre in reddito già questo mese, non in un futuro indefinito».

A proposito del WEF, dal suo particolare punto di vista sta facendo abbastanza per dare voce al Sud globale?
«Apprezzo il fatto che sostenga gli imprenditori sociali del Sud Globale: sono gli unici a farlo su questa scala. Mi piacerebbe vedere più voci del Sud che contribuiscono a definire l’agenda, non solo che partecipano ai panel. In particolare, con dati e soluzioni locali e familiari che possano viaggiare oltre i confini».

Ora la domanda che, visti i tempi, più mi preme farle. Quali lezioni di governance possiamo trarre per rendere più efficace la cooperazione internazionale?
«Dobbiamo rimettere la famiglia al centro. Alla fine, ciò che conta davvero è la salute e il rafforzamento delle famiglie. Una crescita economica che non rafforza la famiglia è priva di significato. Oggi la tecnologia ci permette di capire che dobbiamo dare potere alle famiglie, più che focalizzarci sul potere delle istituzioni nazionali, regionali o municipali. Dobbiamo ascoltare le loro voci. Il Cerrito Forum - il nostro forum globale che si tiene ogni anno in Paraguay - sta lavorando proprio in questa direzione».

Guardando al 2030 e oltre, quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani, soprattutto a chi oggi cerca di conciliare aspirazioni personali, responsabilità sociale e rispetto per il pianeta?
«Credete che la dignità sia qualcosa che si può misurare e trasformare. Iniziate da voi stessi: fate in modo che i vostri “indicatori” personali - competenze, salute, resilienza - diventino tutti verdi. Costruite qualcosa di utile insieme ad altri. Trattate il pianeta come un vostro socio, non come un limite esterno o strumento da sfruttare. E ricordate: la povertà non è solo mancanza di reddito, è mancanza di opportunità per scegliere e costruire la propria strada. Rivendicate quella opportunità per voi stessi, e poi aiutate un’altra famiglia a fare lo stesso».