Aziende

Successori non si nasce

La continuità imprenditoriale non sempre avviene in famiglia - La riforma della Legge tributaria ticinese fa facilita la trasmissione della proprietà anche al di fuori della linea ereditaria - Se n’è parlato al Centro Studi Villa Negroni in un incontro promosso dalla Camera di Commercio del Cantone Ticino
Il passaggio del testimone in azienda va preparato per tempo. © Shutterstock
Dimitri Loringett
29.10.2026 06:00

In Giappone, quando in famiglia manca un erede all’altezza, un imprenditore può arrivare ad adottare un figlio - spesso un adulto, talvolta il collaboratore più capace - pur di garantire la continuità dell’azienda. È una tradizione secolare, evocata ieri da Cristina Maderni all’incontro organizzato dalla Camera di Commercio del Cantone Ticino (Cc-Ti) a Villa Negroni (Vezia). In Svizzera la cultura è diversa e non si arriva a tanto: quando in famiglia manca chi prenda il timone si guarda piuttosto ai collaboratori più fidati. Il problema, però, è lo stesso: trovare chi raccolga il testimone è sempre più difficile e sempre più spesso la famiglia non basta più.

I numeri li ha richiamati in apertura il presidente della Cc-Ti, Andrea Gehri. Nel 2024 circa centomila imprese svizzere erano alla ricerca di un successore. In Ticino, secondo analisi precedenti, un’azienda su sette avrebbe dovuto affrontare il passaggio entro due anni, una su tre entro cinque, una su due entro dieci. E la quota di imprenditori che privilegiano una soluzione famigliare è scesa dal 70% di vent’anni fa al 42% rilevato nel 2022. Eppure, le persone giuste sono spesso già in azienda, ha rimarcato Gehri. Dirigenti e quadri, infatti, conoscono prodotti, clienti e cultura - ma trasformarli in imprenditori è cosa tutt’altro che scontata.

Il fisco fa la sua parte

Una prima risposta è fiscale. Il direttore della Divisione delle contribuzioni, Giordano Macchi, ha ricordato come la riforma fiscale del 2024 abbia alleggerito anche l’imposta su successioni e donazioni. Per chi non ha legami di parentela (il caso tipico del collaboratore) l’aliquota massima è scesa dal 41% al 35%. Dentro quel pacchetto c’è il nuovo articolo 156a della Legge tributaria, nato da un atto parlamentare promosso proprio da Maderni, deputata al Gran Consiglio ticinese. La vicedirettrice della Divisione delle contribuzioni Anna Maestrini ne ha tracciato un primo bilancio a due anni dall’entrata in vigore. Se un’azienda con sede in Ticino viene ceduta gratuitamente o a un prezzo di favore, cioè inferiore di oltre il 25% al valore venale, l’imposta di donazione è dimezzata. Il beneficiario, una sola persona, può essere un famigliare, ma anche un collaboratore o un terzo, a patto che rilevi almeno il 51%, assuma il controllo e mantenga una posizione dirigenziale per almeno cinque anni. Se lascia prima senza motivi oggettivi, il fisco recupera l’intero sconto, senza alcun pro rata.

L’interesse c’è, ha osservato Maestrini, ma diverse migliaia di aziende devono ancora decidere. E proprio il «management buyout», cioè la cessione ai dirigenti dell’impresa, è il terreno più delicato. Per i famigliari l’intento di donare è presunto, mentre per i dipendenti la linea fra donazione e reddito è sottile. Se l’obiettivo prevalente è fidelizzare un collaboratore chiave, con quote minoritarie trasferite a tappe o clausole di riacquisto, si parla di salario, tassato quindi come reddito. Se invece la maggioranza passa in blocco e definitivamente, per assicurare la continuità dell’impresa, si entra nella successione aziendale. Conta la sostanza, non l’etichetta, ha precisato: l’autorità fiscale analizza caso per caso e raccomanda di chiederle un parere vincolante prima dell’operazione (il cosiddetto «ruling»), oltre a pretendere una documentazione coerente con la qualifica scelta.

Questione di capitale

Alla tavola rotonda moderata da Michele Merazzi, vicedirettore della Cc-Ti, Cristina Maderni ha ricordato che non sempre l’ottimo direttore ha la propensione al rischio di un proprietario. E che spesso alla successione si pensa troppo tardi, per ragioni anzitutto psicologiche. Christian Waldvogel, managing partner della Fondazione Renaissance, ha parlato di un vero «déni de succession», cioè della tendenza a «rimuovere» il tema. Poi ha aggiunto un ostacolo molto concreto: il dirigente ideale raramente dispone del capitale necessario.

È qui che entra in gioco un investitore come Renaissance. Attiva dal 1997, la fondazione raccoglie esclusivamente capitali di casse pensioni svizzere (attualmente 48) per rilevare la maggioranza di PMI consolidate. Niente startup, ma aziende con 50-150 dipendenti, almeno tre milioni di utile netto annuo e in media settant’anni di attività alle spalle. Il management entra di norma con il 5-10%, mentre l’ex titolare resta per qualche anno con una quota minoritaria. La differenza rispetto al private equity tradizionale, che compra per rivendere nel giro di qualche anno, è sostanziale: Renaissance non rileva le società per rivenderle, né intende farlo, ha rimarcato Waldvogel. Il modello della fondazione losannese (vigilata dalla Commissione di alta vigilanza della previdenza professionale, mentre il suo gestore risponde alla Finma) è il cosiddetto «evergreen», cioè senza scadenza e nel quale le aziende restano in portafoglio a tempo indeterminato, con gli investitori che vengono remunerati con i dividendi.

Un caso concreto lo ha portato Giuseppe Romano, direttore in Ticino di Canplast SA, azienda vodese attiva dal 1964 nei materiali termoplastici per l’edilizia. Nel 2021 il titolare ultraottantenne non ha trovato un successore (i figli, ultrasessantenni, non erano della partita) e Renaissance ne è diventata azionista di maggioranza, accanto a un gruppo di dirigenti interni. Il risultato, ha raccontato Romano, è di tutto rispetto, con novanta posti di lavoro salvati, nuovi investimenti effettuati e un migliore posizionamento sul mercato dell’azienda.

Capitali ticinesi per il Ticino

In chiusura, Alessandro Butti, responsabile del patrimonio mobiliare dell’Istituto di previdenza del Cantone Ticino (IPCT), ha spiegato come le casse pensioni svizzere cerchino rendimenti stabili e di lungo periodo, osservando come le aziende in cui investe Renaissance, solide e redditizie, li garantiscano, conservando lavoro e competenze sul territorio. L’IPCT assicura 17 mila attivi e 10 mila pensionati e gestisce 6,6 miliardi di franchi, ma essendo in fase di ricapitalizzazione, evita il venture capital (capitale di rischio), ha sottolineato Butti. Renaissance è il suo unico investimento in private equity e, ha precisato, probabilmente rimarrà tale. A convincerlo sono stati l’orizzonte illimitato, il fatto che il fondo sia riservato alle sole casse pensioni e l’attenzione alla stabilità del personale. L’IPCT è oggi tra i principali investitori della fondazione e Butti siede nel Consiglio di fondazione.