Tecnologia

Sui loro conti, le «big» dell'IA la raccontano giusta?

Le cifre divergenti sui ricavi di OpenAI riaccendono i dubbi sulle valutazioni del settore
Il cofondatore e CEO di OpenAI, Sam Altman. ©AP Photo/Jeff Chiu
Red. Economia
09.10.2026 22:54

Venti miliardi di dollari. È lo scarto tra il fatturato annualizzato che OpenAI aveva anticipato agli investitori e quello che ha poi effettivamente comunicato. Secondo il Financial Times (FT), la società madre di ChatGPT ha indicato a fine settembre un «run rate» vicino ai 50 miliardi, contro i 70 fatti circolare agli investitori - e mai smentiti - poche settimane prima. Il giorno dopo Bloomberg ha rilanciato i 70 miliardi, ma come proiezione per fine anno. Detto in parole povere, si tratta di un’altra misura dello stesso oggetto.

L’origine dell’equivoco è banale. Gli investitori di OpenAI avevano «ritoccato» le cifre per renderle confrontabili con quelle della rivale Anthropic, che conteggia anche le vendite realizzate tramite le piattaforme cloud di Amazon e Google, mentre OpenAI non lo fa. Tutto legittimo, ma l’episodio rivela che la metrica con cui si misura la domanda di IA non ha uno standard: in genere si moltiplica un mese per dodici e ognuno include o esclude voci secondo i propri criteri. Eppure, su queste cifre poggiano centinaia di miliardi di investimenti in data center. Il guaio è che il mercato non può verificarle - e si fida.

O si fidava. Alla notizia del FT il Nasdaq 100 ha perso l’1,4%, Nvidia quasi il 3%, Oracle il 5,5%. Insomma, le quotazioni dei colossi tecnologici dipendono sempre più dai numeri di società private, che non hanno alcun obbligo di pubblicarli.

C’è poi una questione che nessuna metrica risolve, quella degli utili. Il passato recente di Anthropic e le proiezioni di OpenAI raccontano la stessa storia. La prima ha chiuso il 2025 con ricavi cresciuti di quasi dodici volte, a 4,6 miliardi di dollari, ma con una perdita operativa salita a 8 miliardi, come mostra il suo prospetto di quotazione. La seconda prevede di «bruciare» quasi 280 miliardi di liquidità entro il 2030, spendendo quindi più di quanto incassa. Insomma, entrambe scommettono che i volumi crescano più in fretta di quanto calino i prezzi - che stanno già calando. Secondo un indice di Silicon Data, il costo medio dei token, le unità con cui si paga l’uso dei modelli, è sceso di oltre il 40% da fine giugno.

Una crescita simile ha pochi precedenti e una società che passa da 30 a 50 miliardi di ricavi annualizzati in un trimestre non è una bolla di sapone. Del resto, analisti e banchieri restano in larga parte rialzisti.

Chi presta denaro, però, sembra assai meno entusiasta. Il gruppo d’investimento giapponese SoftBank valutava la sua quota in OpenAI oltre 89 miliardi, ma dandola in pegno ha ottenuto un prestito di soli 10 miliardi, meno dell’11% di quel valore. Un margine di sicurezza è normale, ma uno scarto così ampio lascia intuire che i creditori stimino la partecipazione molto meno della valutazione ufficiale.

La prova della verità sarà la Borsa. Oggi il valore di queste società si fissa in trattative private: OpenAI negozia un aumento di capitale che la valuterebbe circa 1.400 miliardi, mentre per Anthropic si parla di 2 mila. Entrambe preparano la quotazione e per entrambe i tempi slittano. Una volta quotate, dovranno pubblicare conti verificabili e confrontabili. Solo allora si capirà se quei prezzi reggono