Il dibattito

Sulla liquidità delle banche le regole andrebbero riscritte

I collassi di Credit Suisse e Silicon Valley Bank nel 2023 hanno messo a nudo i limiti degli strumenti di protezione esistenti
Il pacchetto legislativo «too big to fail» del Consiglio federale verrà presto presentato in Parlamento. © Keystone/Michael Buholzer
Dimitri Loringett
04.04.2026 06:00

Il collasso di Credit Suisse ha insegnato molte cose alla piazza finanziaria svizzera. Una, però, è rimasta un po’ «dimenticata» nel dibattito pubblico: più che al capitale, la crisi era dovuta ai gravi problemi di liquidità. In pochi mesi, tra l’ottobre 2022 e il marzo 2023, la banca perse infatti oltre 200 miliardi di franchi di depositi. E quando fu necessario intervenire, la Svizzera non aveva gli strumenti giuridici adeguati e il Consiglio federale dovette agire per decreto d’urgenza.

È a questo tema che è dedicato un recente contributo dello Swiss Finance Institute (SFI), firmato dal professor Andreas Fuster dell’EPFL e dal dottor Lucas Marc Fuhrer di PostFinance. Il documento, intitolato «Rethinking Bank Liquidity», arriva in un momento opportuno: il Consiglio federale ha annunciato che nella prima metà del 2026 presenterà la seconda tranche del suo pacchetto legislativo «too big to fail», quella sulle norme di liquidità e la formalizzazione del sostegno statale in caso di crisi. La prima tranche - i requisiti di capitale per le partecipazioni estere, che colpisce in misura rilevante UBS - ha già acceso un acceso confronto politico.

Parametri troppo ottimistici

Il principale indicatore per la liquidità bancaria si chiama Liquidity Coverage Ratio (LCR). Introdotto dopo la crisi finanziaria globale del 2008, impone alle banche di detenere un «cuscinetto» di attivi facilmente realizzabili (tipicamente titoli obbligazionari, ma anche azionari, di prima qualità e molto liquidi) per coprire i deflussi attesi in situazione di stress su un arco temporale di trenta giorni. Le banche svizzere rispettano ampiamente questo requisito, con un surplus aggregato di liquidità di alta qualità che supera i 330 miliardi di franchi, seppur con marcate differenze tra singoli istituti.

Gli autori del contributo ritengono però troppo ottimistici i parametri del LCR, che sottostimano la velocità dei deflussi reali. Nel caso di CS, i depositi di elevato valore (oltre 1,5 milioni di franchi) defluirono nei trenta giorni dell’ottobre 2022 al ritmo del 44%, più del doppio del 20% previsto dal modello. Nel marzo 2023, durante la fase acuta della crisi, in soli 7 giorni i clienti di CS hanno ritirato il 25% dei depositi, la stessa quantità che il requisito LCR prende in analisi, ma su un orizzonte temporale di 30 giorni. Addirittura, indicano Fuster e Fuhrer, fino al 7% dei depositi defluì dalla banca in un solo giorno e stavolta anche i depositi retail di importo ordinario uscirono a tassi superiori alle soglie LCR.

Vi è poi un difetto strutturale. In teoria il cuscinetto LCR dovrebbe poter essere utilizzato in crisi, con il rapporto temporaneamente sotto il 100%. In pratica nessuna banca lo fa, per il timore dello stigma di mercato. CS dichiarò un LCR sopra il 100% fino alle settimane precedenti il salvataggio. Gli autori suggeriscono quindi una ricalibrazione selettiva dei parametri, avvertendo però che requisiti più severi hanno un costo reale, quali credito più caro, meno prestiti e pressioni sulla redditività che possono incentivare rischi altrove.

Fine del diritto d’urgenza

Quando le riserve proprie di una banca si esauriscono, l’ultima rete di salvataggio è la banca centrale. Nel marzo 2023 la BNS fornì a CS 168 miliardi di franchi, ma solo circa 50 miliardi erano coperti da garanzie convenzionali, il resto richiese il diritto di necessità. Colmare questa lacuna è l’obiettivo centrale della seconda tranche legislativa, cioè trasporre nel diritto ordinario il Public Liquidity Backstop (PLB), la garanzia statale che esiste già in forma strutturata negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’Unione europea.

Sul piano operativo, la BNS risponde con la nuova Extended Liquidity Facility (ELF), la cui attuazione è prevista dal 2027, secondo cui le banche che avranno predisposto le garanzie potranno accedere a volumi limitati di liquidità senza le procedure formali dell’emergenza. Gli autori del contributo dello SFI lo accolgono positivamente, segnalando però che la partecipazione non è obbligatoria per le banche non sistemiche e che la scelta degli attivi eleggibili potrebbe distorcere le decisioni di portafoglio.

Depositi, tecnologia e privati

L’analisi di Fuster e Fuhrer contiene altri tre temi che completano il quadro. Il primo è l’assicurazione sui depositi: in Svizzera la copertura si ferma a 100 mila franchi per cliente per banca, con un tetto di sistema pari ad appena l’1,6% dei depositi protetti, una soglia che, secondo gli autori, potrebbe rivelarsi insufficiente in uno scenario di crisi grave. Un innalzamento dei limiti ridurrebbe il rischio di corsa agli sportelli, ma comporta costi politici e rischi di azzardo morale.

Il secondo tema è tecnologico. Pagamenti istantanei attivi 24 ore su 24, mobile banking, open banking e la prospettiva di valute digitali rendono i depositi strutturalmente più volatili, poiché i clienti possono spostare fondi con un clic, in qualsiasi momento. Va però precisato che gli autori ridimensionano il ruolo dei social media e del digital banking come cause dirette dei crolli del 2023: erano le fragilità sottostanti delle banche a contare di più, non la tecnologia in sé. È semmai la traiettoria futura a preoccupare.

Il terzo, spesso dimenticato, riguarda il settore privato. La storia dimostra che non solo le banche centrali possono fungere da ancora in una crisi di liquidità. Nel 2008–09, il programma svizzero dei Limmat-Pfandbriefe canalizzò circa 11 miliardi di franchi da istituti ricchi di depositi verso UBS e CS, senza ricorrere a garanzie statali generalizzate. Nel 2023, negli USA un consorzio di undici grandi banche depositò 30 miliardi di dollari presso First Republic per frenare la fuga dei clienti. Meccanismi simili, ben strutturati, possono integrare il sostegno pubblico e limitare l’espansione del bilancio della banca centrale.

Quel che emerge dal lavoro di Fuster e Fuhrer è, in sintesi, un invito alla coerenza sistemica. Il rischio, altrimenti, è di spostare il rischio senza ridurlo - come il caso Credit Suisse ha già dimostrato.