Congiuntura

Svizzera in rallentamento, Ticino ancora più fragile

La crescita economica regge ma rallenta: PIL previsto all’1% nel 2026 – Industria in frenata e ordinativi deboli – Sullo sfondo pesa lo shock petrolifero legato allo stretto di Hormuz – Nel cantone occupazione in calo e difficoltà per manifattura
© KEYSTONE/Cyril Zingaro
Generoso Chiaradonna
23.03.2026 21:32

L’economia svizzera mostra sì una certa resilienza, ma sembra avviata verso una fase di crescita strutturalmente modesta, vulnerabile agli shock esterni e con margini di manovra più stretti, soprattutto a livello regionale. Si potrebbe riassumere così il contenuto del monitoraggio congiunturale dell’Ustat (Ufficio cantonale di statistica), pubblicato oggi e che tiene conto delle analisi di alcuni istituti di ricerca come il CREA di Losanna, il BAK di Basilea, il KOF di Zurigo e del Gruppo di esperti della Confederazione.

L’economia svizzera ha chiuso il 2025 con una crescita media del PIL dell’1,4%, un risultato positivo ma segnato da un evidente rallentamento, soprattutto negli ultimi due trimestri, quando il tasso reale – al netto degli eventi sportivi – è sceso allo 0,6%. Le prime stime del gruppo di esperti della Confederazione (SECO), diffuse il 18 marzo, indicano una crescita dell’1% nel 2026, anche se uno scenario più prudente – con un impatto maggiore del conflitto in Iran sui prezzi energetici – ridurrebbe il tasso allo 0,8%. Fino a gennaio il Fondo monetario internazionale descriveva un quadro mondiale relativamente stabile, pur con rischi crescenti, come tensioni commerciali, fragilità finanziaria e incertezze geopolitiche. In questo contesto la Svizzera ha retto grazie a un traino iniziale delle esportazioni di beni, in particolare farmaceutici verso gli Stati Uniti: le aziende americane avevano anticipato le importazioni per schivare i dazi, ma l’effetto si è esaurito a metà anno.

Negli ultimi mesi emergono deboli segnali di diversificazione, con esportazioni in lieve ripresa verso Cina, Germania e mercati meno tradizionali. Tuttavia il manifatturiero frena bruscamente: la cifra d’affari reale (media 2021=100) passa dal +10,4% annuo del primo trimestre allo 0,5% nel quarto, con variazioni trimestrali da +7,5% a -3,1%. Il farmaceutico tiene (+2,7%), ma elettronica e orologeria stagnano (0%), mentre costruzioni (+2,1%) e commercio (+2,2%) confermano una certa stabilità. Le indagini del KOF, raccolte prima della guerra in Medio Oriente, mostravano un clima degli affari in miglioramento - specie nel manifatturiero - e una fiducia dei consumatori in rialzo.

Sotto la media nazionale

In Ticino – ricordano i ricercatori dell’USTAT – il quadro ricalca quello nazionale, ma con intensità maggiore: gli indici cantonali sono quasi sempre sotto la media svizzera. Le stime sul PIL 2025 divergono - dallo zero al +0,3% secondo CREA/Losanna, a +1,5% per BAK/Basilea - e riflettono un’economia regionale «sensibile ai flussi transfrontalieri». Le esportazioni riprendono leggermente, con un focus sui mercati vicini come l’Italia; il manifatturiero resta ciclico, con ordinativi insufficienti; costruzioni e turismo trainano (+21,5% domande di costruzione nel IV trimestre, +5,8% pernottamenti a gennaio 2026).

Espansione debole

Sul mercato del lavoro, la Svizzera vede gli impieghi equivalenti a tempo pieno (ETP) in lieve aumento (+0,3% nel quarto trimestre del 2025), con dinamiche positive per costruzioni, trasporti e ristorazione, ma cali in manifattura, banche e telecomunicazioni. In Ticino, invece, emergono le prime crepe: ETP -1,6%, disoccupazione ILO al 6,7%, con flussi provenienti da commercio e industria. Cresce il ricorso agli interinali. L’1% di crescita del PIL a livello nazionale previsto per il 2026 e l’1,5% per il 2027 dalla SECO delineano un sentiero di espansione debole, ma non recessiva.

Nel breve periodo il mix congiunturale è però ambiguo. Da un lato si vedono segnali positivi: moderata ripresa delle esportazioni, contributi da costruzioni e commercio, clima degli affari in miglioramento e settore bancario dinamico (crediti ipotecari, gestione patrimoniale, transazioni). Dall’altro lato la manifattura rallenta in modo marcato e i livelli di ordinativi, ancora giudicati insufficienti, rendono poco credibile un rapido ritorno a una crescita ampia e diffusa.

Su questo quadro relativamente stabile si innesta ora lo shock energetico legato al blocco dello stretto di Hormuz, che ha spinto il Brent oltre i 100 dollari al barile e riaperto lo spettro di una nuova ondata inflazionistica.