Cosa dicono i mercati

Tempesta Bitcoin

Il crollo del Bitcoin rivela quanto il mercato delle criptovalute sia ancora fragile e dipendente da regole, istituzioni e fiducia
© Sergei Elagin
Francesco Paglianisi
21.02.2026 06:00

Il 6 ottobre 2025 il Bitcoin segna un massimo storico a 126 mila dollari, poi il crollo. Che cosa è cambiato in quei giorni? Che cosa ha portato, il 10 ottobre, a una vendita di 19 miliardi di dollari che, sulle prime battute, si pensava fosse causata dai dazi americani nei confronti della Cina? È emerso un ruolo importante della società MSCI, che fornisce l’indice di riferimento più utilizzato dai gestori: l’MSCI World. Nell’ottobre 2025 MSCI propone la «Regola del 50%», che esclude tutte le società che detengono attivi digitali come il Bitcoin per oltre il 50% del loro patrimonio totale.

Negli stessi giorni J.P. Morgan pubblica alcuni report firmati dal team di Nikolaos Panigirtzoglou, nei quali stima l’impatto dell’esclusione dai listini di società come Strategy. La società di Michael Saylor ha come unico business la detenzione di Bitcoin, con una posizione che supera le 700 mila unità al valore di carico di 76 mila dollari. Secondo J.P. Morgan un disinvestimento forzato avrebbe innescato vendite per 2,8 miliardi di dollari. Ma, estendendo il calcolo alle oltre 100 società che hanno lo stesso modello d’affari, si sarebbe arrivati a 8,8 miliardi di dollari.

Sulla notizia, la speculazione decide di anticipare le grandi istituzioni, che, una volta passata la proposta, sarebbero state costrette a vendere. Improvvisamente il Bitcoin mostra il suo lato debole: la mancanza di chiarezza a livello normativo e regolamentare. In pochi giorni, fra ottobre e novembre, il Bitcoin scende da 126 mila a 80 mila. Lo scenario diventa rischioso, le grandi banche restringono le linee di credito per finanziare questi titoli e amplificano il movimento ribassista.Il giorno del giudizio è il 15 gennaio, giorno in cui MSCI decide di non escludere Strategy dall’indice, ma di pesare meno il valore dei Bitcoin detenuti in tesoreria nel calcolo dell’indice. Il Bitcoin tira un sospiro di sollievo, rimbalza a 97 mila, ma da qui riprende la corsa al ribasso fino a toccare il minimo a quota 60 mila.

Come mai? Mancanza di fiducia nel modello d'affari di Strategy, ritardo nell’approvazione da parte del Congresso americano del Digital Assets and Consumer Protection Act, che permetterà alle banche americane la detenzione in proprio di criptovalute e, non ultimo la nomina, il 30 gennaio, del nuovo governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, che per il mercato significa meno tagli dei tassi, meno dollari in circolazione e meno speculazione.

Lo scenario diventa critico, si avanza una nuova ipotesi: se il prezzo del Bitcoin scende al di sotto di quota 74-76 mila dollari, prezzo medio di carico di Strategy e di altre 100 società tesorerie di Bitcoin, queste saranno costrette a vendere Bitcoin per coprire i costi aziendali, ipotesi tuttora valida. Quali le prospettive future? Il Bitcoin ha dimostrato che non è ancora possibile considerarlo un asset maturo, l’oro digitale. Ma per il futuro? Per individuare il fair value o giusto valore, gli strategist calcolano quanto costa, in termini di elettricità, generare un nuovo Bitcoin. La stima attuale oscilla mediamente fra i 52 mila e i 65 mila dollari. Al di sotto i miner spengono le macchine, togliendo offerta al mercato.

Non solo: esistono modelli matematici basati sulle «equazioni di potenza», studiati dai fisici teorici Giovanni Santostasi (Power Law Model) e Harold Burger, che individuano un minimo a 45 mila e un «giusto valore» a 75 mila.

Nessuno ha la sfera di cristallo, ma l’interesse da parte dei grandi investitori istituzionali non è diminuito. Non solo: se passerà la legge sui Bitcoin, le banche americane potranno detenere fino all’1% del patrimonio in cripto, cosa che al momento è vietata. Lì forse il mercato proverà a svoltare verso l’alto.