«Trump Put», la rete invisibile sotto Wall Street

Per comprendere l’espressione coniata di recente, il cosiddetto «Trump Put», bisogna partire da una differenza strutturale tra gli Stati Uniti e l’Europa: il diverso modo in cui viene protetto il risparmio delle famiglie.
Negli Stati Uniti una parte rilevante della ricchezza privata e della previdenza è affidata ai mercati finanziari. Azioni, fondi comuni, piani pensionistici aziendali e individuali costituiscono una componente essenziale del patrimonio familiare. Il sistema pubblico offre una protezione di base, ma il mantenimento del tenore di vita dopo il pensionamento dipende spesso anche dal valore degli investimenti accumulati.
In Europa il modello è diverso. Pensioni pubbliche, sanità e ammortizzatori sociali affidano allo Stato una parte più ampia della sicurezza economica dei cittadini. Il risparmio privato rimane inoltre maggiormente orientato verso depositi bancari, immobili e strumenti meno esposti alle oscillazioni quotidiane delle Borse. Questa distinzione attribuisce a Wall Street una funzione che va ben oltre il finanziamento delle imprese. Negli Stati Uniti il mercato azionario è anche un pilastro della previdenza, del patrimonio familiare e della fiducia dei consumatori.
Mercati e previdenza
Una caduta prolungata delle quotazioni può quindi trasformarsi rapidamente da crisi finanziaria in crisi economica e sociale. Da qui nasce l’imperativo delle autorità americane di impedire che le correzioni dei mercati assumano dimensioni incontrollabili. Il «Greenspan Put» rappresentò la prima espressione evidente di questa aspettativa. I mercati impararono a confidare nell’intervento della Federal Reserve attraverso riduzioni dei tassi e nuova liquidità. In seguito, si parlò più genericamente di «Fed Put». Oggi alcuni investitori ritengono che anche l’attuale amministrazione americana consideri la solidità di Wall Street un obiettivo strategico. Da qui l’espressione «Trump Put». Il punto decisivo non è l’esistenza di una garanzia formale. È la percezione o meglio la convinzione che le leggi e le maggiori istanze finanziarie e monetarie dello Stato detengono i poteri per assicurare il benessere della nazione. Quando il mercato ritiene probabile una protezione implicita, la percezione del rischio diminuisce. Cresce così la disponibilità ad assumere posizioni speculative, utilizzare maggiore leva finanziaria e accettare valutazioni sempre più elevate.
Profitti privati, perdite pubbliche
È il terreno naturale del moral hazard (creato dal creditismo sul quale tornerò in futuro). La dissociazione tra il rischio d’impresa e la responsabilità patrimoniale permette agli intermediari finanziari di privatizzare i profitti, risanare i debiti, trasferendo il rischio e i costi con le negatività relative sui bilanci pubblici, su entità statali fondate a tale scopo e costringendo le banche centrali ad agire come prestatori di ultima istanza, pena il collasso del sistema.
L’attuale situazione è resa più delicata dal costo enorme dell’indebitamento statale e da un’inflazione ancora superiore all’obiettivo tradizionale della Federal Reserve. In condizioni normali, un’inflazione persistente richiederebbe una politica monetaria più severa. Ma la banca centrale deve oggi valutare anche la profondità della trasformazione economica in corso.
Gli investimenti nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nell’energia e nei centri di calcolo stanno sostenendo la domanda e l'attuale stabilità dell'occupazione e alimentando aspettative, in parte confermate, di forte crescita della produttività. Una parte delle pressioni sui prezzi può quindi accompagnare non soltanto consumi eccessivi, ma anche una fase di intenso rinnovamento della capacità produttiva.
Bilanci sotto pressione
La Federal Reserve si trova davanti all'inevitabile scelta di onorare il suo mandato tenendo l'equilibrio tra inflazione e occupazione e la preoccupazione dei mercati si concentra nel capire le sorprendenti novità nella strategia del nuovo presidente che sono già folte di criticità. Un aumento troppo rapido dei tassi potrebbe interrompere investimenti strategici, provocare tensioni sui mercati obbligazionari e indebolire gli attivi nei quali è custodita una parte essenziale del risparmio americano.
Una politica troppo indulgente potrebbe invece consolidare l’inflazione, sostenere valutazioni speculative e rafforzare la convinzione che ogni rischio finanziario sarà infine protetto. L’eventuale prudenza della Fed, necessaria per evitare strappi nei tassi e nella curva dei rendimenti, può quindi essere interpretata come un’ulteriore forma di assicurazione implicita. Il confine tra stabilizzazione del sistema e incoraggiamento all’assunzione di rischio diventa sempre più sottile.
La corsa al riarmo
Dalla scatenata sfida americana per ulteriormente valorizzare la produttività industriale non può essere escluso un altro elemento di stravolgimento dello scenario geopolitico. Le guerre malauguratamente ancora in corso hanno avviato un processo di riarmo che coinvolge gran parte del mondo occidentale. Gli Stati Uniti dispongono della più potente industria della difesa e forniscono tecnologie, sistemi d’arma e servizi militari a una parte rilevante dei Paesi alleati. Questo settore opera oggi sotto una pressione eccezionale. L’aumento degli ordinativi sostiene investimenti, produzione, occupazione qualificata, ricerca avanzata e capacità industriale.
La guerra, naturalmente, non crea benessere in sé. Distrugge risorse e vite umane.
Ma il riarmo può accelerare innovazioni che successivamente trovano applicazione nell'economia civile. È già accaduto con Internet, il GPS, l’aerospaziale, i semiconduttori e numerose tecnologie digitali. Oggi lo stesso processo potrebbe riguardare l’IA. Difesa, robotica, sistemi autonomi, calcolo ad alte prestazioni, cibersicurezza, satelliti e semiconduttori stanno convergendo in un unico ecosistema tecnologico. La distinzione tra innovazione civile e militare diventa sempre meno netta è integrata.
Guerra e innovazione
La produttività attesa dagli Stati Uniti non dipende quindi soltanto dall’IA destinata alle imprese e ai consumatori. Dipende anche dalla capacità di implementare e fondere tecnologia, industria della difesa, energia, ricerca e capitale privato. È anche per questo che una parte dei mercati appare disposta ad accettare valutazioni elevate, un debito crescente e un’inflazione ancora preoccupante. Se l’aumento atteso della produttività si confermerà nei prossimi mesi, gli Stati Uniti potranno trasformare una fase di rischio elevato in una nuova stagione di crescita reale. Wall Street avrà svolto la propria funzione di anticipare e finanziare la trasformazione dell’economia.
Se invece le aspettative saranno eccessive, la protezione implicita dei mercati avrà nuovamente ridotto la percezione del rischio, alimentando il moral hazard e preparando gli squilibri della crisi successiva.