L'analisi

UBS e quella fragilità nascosta del sistema bancario globale

Per Antonio Foglia (Banca del Ceresio), oltre a detenere più capitale, l'istituto dovrebbe frazionare le sue attività su più Paesi
© CdT/Gabriele Putzu
Generoso Chiaradonna
25.04.2026 06:00

Martin Schlegel, presidente della direzione generale della Banca nazionale svizzera, è favorevole alla stretta dei requisiti patrimoniali per UBS richiesti dal Consiglio federale. In un'intervista alla Neue Zürcher Zeitung (NZZ) pubblicata ieri ha affermato che «le misure proposte non sono estreme». In particolare, la richiesta di una piena copertura patrimoniale delle partecipazioni estere «è assolutamente centrale per aumentare la resilienza delle banche sistemicamente rilevanti».

Una posizione appoggiata in parte anche dal banchiere Antonio Foglia, vicepresidente della Banca del Ceresio e attento osservatore del panorama regolatorio bancario internazionale. Secondo Foglia il rafforzamento sarebbe ancora largamente insufficiente perché «nonostante i correttivi proposti dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, la struttura del settore bancario in tutto il mondo è ancora in una situazione di fragilità estrema anche se ora nascosta». La quota media di capitale proprio rispetto al totale di bilancio dal 2006 al 2024 è passata dal 6,7% al 9,7% negli Stati Uniti e dal 5,6 al 7,1% nell’Eurozona. Quando saranno implementate tutte le norme dell’accordo Basilea III, questa quota salirà all’11,2% per il sistema bancario statunitense e il 7,7% per quello europeo. «Questo dimostra quanto modesti siano stati i correttivi dalla crisi bancaria globale e quanto proposto ora dal Consiglio Federale sarebbe un aumento appena percettibile. Con questa situazione una crisi bancaria, prima o poi, rimane praticamente una certezza», commenta Antonio Foglia. «Secondo me è un rafforzamento insufficiente per evitare insolvenze, non escluderebbe un eventuale intervento pubblico e metterebbe UBS in una situazione di svantaggio competitivo con i concorrenti esteri», aggiunge il banchiere che precisa che il management di UBS non è responsabile della situazione attuale. «Si ritrova a gestire una contingenza indipendente dalla sua volontà».

Foglia sposta quindi l’attenzione sulla Banca nazionale svizzera (BNS) e sulle misure necessarie in caso di crisi, che la Svizzera potrebbe non essere in grado di mettere in campo. «Abbiamo visto nella crisi di Credit Suisse quante risorse la BNS - che può creare solo liquidità in franchi - ha dovuto farsi prestare tramite gli swap dalla Federal Reserve e dalla Banca centrale europea perché Credit Suisse onorasse i suoi impegni con i depositanti in fuga. Risorse in dollari ed euro che la BNS disponeva in grandi quantità perché in questi anni ha riserve in valuta in larghissimo eccesso», continua Foglia, che auspica che queste riserve tornino ai livelli del passato.

Il contesto è cambiato

Oggi, però, il contesto geopolitico è mutato: le linee swap della Fed non piacciono al presidente Donald Trump che le vede come un sostegno statunitense al resto del mondo. Sono linee di credito che si stanno mostrando politicamente contestate e le relazioni tra Svizzera, USA e UE potrebbero non garantire lo stesso livello di accesso in futuro. Foglia la mette così: «In un mondo di competizione tra blocchi più netta, la disponibilità di linee swap in dollari ed euro per centinaia di miliardi non è più scontata. E un Paese piccolo come la Svizzera non ha certo le risorse per salvare un colosso «too big to save» come UBS». In questo quadro, afferma il banchiere, «la domanda non è se la Svizzera possa sopportare UBS, domanda legittima per un operatore talmente grande rispetto al Paese da poter porre problemi al mercato e alla società, ma se la Svizzera possa salvarla in un contesto di tensioni internazionali e swap line meno generose».

Per questo, conclude, «un semplice rafforzamento patrimoniale è tecnicamente insufficiente». Creerebbe uno svantaggio competitivo senza risolvere il cuore del problema: la banca resta grande, ma lo Stato resta piccolo. L’unica via realisticamente coerente, se si vuole mantenere credibilità e controllo sovrano, è un frazionamento delle attività della banca su più Paesi». In altre parole, «un’operazione che - senza danneggiare azionisti e collaboratori - riduca il peso del colosso sulla Svizzera che non può purtroppo tecnicamente sopportarlo».