UBS, «non è un compromesso»

«Possiamo sopportare un occhio nero, ma due occhi neri e un naso rotto sono davvero troppo. Ed è proprio a questo che porta la richiesta di una copertura patrimoniale del 90 o del 100%». La scorsa domenica, alla NZZ, il CEO di UBS Sergio Ermotti aveva messo su questo piano (o meglio, su questo ring) il dibattito sul capitale proprio della grande banca.
Oggi, al Consiglio degli Stati, a mettere politicamente al tappeto il CEO di UBS non è però stata la proposta governativa di Karin Keller-Sutter (che proponeva la copertura al 100% delle partecipazioni estere), bensì la soluzione del consigliere agli Stati Peter Hegglin (Centro/ZG), passata per 29 voti contro 16. In futuro, le banche di rilevanza sistemica dovranno disporre di fondi propri che coprano nella misura del 90% le partecipazioni estere con fondi propri di base di qualità primaria. Attualmente vige la regola del 45% di capitale di base più il 17% in obbligazioni AT1.
«Non è un compromesso»
Sebbene non sia stata scelta la versione della «ministra» delle Finanze, ai punti è stata proprio la consigliera federale sangallese - che nel suo intervento si è detta favorevole anche alla soluzione relativa al 90% - ad avere la meglio sul manager ticinese. «Questo esito politico non rappresenta un compromesso e non affronta le cause profonde del crollo di Credit Suisse», ha reagito UBS in un comunicato, criticando la decisione dei «senatori».
«Se confermata al termine dell’iter parlamentare in corso (la palla passa infatti al Nazionale, che se ne occuperà a dicembre), la decisione del Consiglio degli Stati comporterebbe un ulteriore ed eccessivo inasprimento dei requisiti patrimoniali svizzeri, già tra i più stringenti al mondo». Il numero uno bancario elvetico - che avrebbe a disposizione più anni per raggiungere queste esigenze sui fondi propri - ha già anche stimato il possibile impatto di una copertura al 90% delle partecipazioni estere con il 90% di capitale CET1: UBS dovrebbe detenere «circa 16 miliardi di dollari di capitale CET1 aggiuntivo».
Sorvegliare e intervenire
Ma cosa succede ora? Lo abbiamo chiesto a Carlo Lombardini, avvocato e docente di diritto bancario all’Università di Losanna. «È una decisione pesante», riconosce l’esperto, che dal canto suo avrebbe preferito una soluzione meno netta. Ad esempio, la versione della maggioranza della Commissione dell’economia e dei tributi (una copertura delle filiali estere per il 50% con capitale di base di prima classe e per il 50% con obbligazioni AT1, ndr), «ma con una sorveglianza più intensa da parte della FINMA, con la possibilità di aumentare le esigenze in caso di bisogno. Già adesso l’autorità di vigilanza può esigere dalle banche di disporre di più fondi propri di quanto richiesto».
Nel caso di un vero tracollo di una banca sistemica come UBS, ci sarebbe ben poco da fare, spiega Lombardini, ricordando però che il dissesto di Credit Suisse è stato un problema di fiducia e di liquidità, non di fondi propri. «I valori delle filiali estere non si azzerano nel giro di una notte o di una settimana», sostiene l’esperto. Keller-Sutter, in aula, ha infatti ricordato che le partecipazioni estere nella casa madre di Credit Suisse, in particolare le filiali negli USA, avevano perso all’epoca il 60% del loro valore nel giro di un anno. «La FINMA deve sorvegliare e, se necessario, intervenire», afferma Lombardini, secondo cui, «con questo livello di fondi propri, la vigilanza viene quasi esonerata dalla necessità di fare il suo dovere».
Pur riconoscendo che questi criteri non sono finanziariamente insopportabili per UBS, Lombardini fa notare che la stretta politica «avrà sicuramente ripercussioni» sulla competitività internazionale della grande banca elvetica. «Da un lato, una banca solida può attirare interesse proprio perché è solida. Dall’altro, con esigenze di questo livello, lo Stato ha un’ingerenza diretta sulla strategia della banca. E questo non deve essere l’obiettivo delle regole sui fondi propri».
L’idea di spostare la sede della banca, magari a Londra, è una possibilità concreta? «Qualsiasi società quotata deve porsi regolarmente anche questo tipo di domande, perché ha degli azionisti a cui deve rendere conto. Tuttavia, anche la decisione di spostare la sede legale non può essere presa dall’oggi al domani».
Una patata bollente
Lombardini teme uno «spostamento verso una forma di vigilanza più burocratica. Il sorvegliante (la FINMA, ndr) deve capire i rischi come il sorvegliato (dunque UBS): ciò non può ridursi a guardare tabelle con cifre consolidate su migliaia di righe. Ci vorrebbero probabilmente molte persone altamente qualificate che si occupino solo di UBS».
E poi c’è l’incognita degli strumenti AT1. Il Tribunale federale dovrà presto pronunciarsi e potrebbe dare ragione agli investitori che hanno perso tutto il capitale a seguito dell’acquisizione forzata di Credit Suisse. Alla cassa potrebbero anche passare i contribuenti. «È una patata bollente, di cui tutti vogliono dimenticare l'esistenza: su questo aspetto resta un punto interrogativo sulla FINMA, su UBS e sulla Confederazione. Questo dimostra che anche se le regole ci sono, poi non è detto che vengano applicate».
