Geo economia

Un attacco all'economia mondiale: non ritornerà più come prima

Qualunque cosa accada nello Stretto di Hormuz, i mercati dell'energia sono destinati a cambiare per sempre – Le prolungate interruzioni e le tensioni con l'Iran stanno infatti inaugurando una fase di instabilità strutturale, con effetti pesanti su mercati, imprese e governi
© KEYSTONE/DPA/Marijan Murat
The Economist
16.03.2026 06:00

Dopo aver scoperto i costi dei dazi, il presidente Donald Trump ha ora scoperto i costi della guerra. Il 9 marzo ha dichiarato che la sua campagna contro l’Iran sarebbe terminata «molto presto», facendo crollare il prezzo del petrolio, che il giorno prima aveva toccato un picco di quasi 120 dollari al barile, fino a quasi 80 dollari (prima della guerra era a 70). La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha bloccato circa il 15% dell’offerta globale di petrolio. Trump, alle prese con le elezioni di metà mandato e con elettori stanchi dell’inflazione, sta segnalando di non poter sopportare quei costi, proprio come aveva fatto marcia indietro nella sua guerra commerciale dopo il tracollo dei mercati la scorsa primavera.

Eppure Trump è caotico in materia di guerra e di pace quanto lo è nella politica economica. Al momento attuale lo stretto resta pressoché chiuso dopo che l’Iran ha colpito il traffico marittimo nell’area e il prezzo del petrolio è risalito intorno ai 100 dollari. Nel frattempo, la retorica americana resta bellicosa: Pete Hegseth, il segretario alla Guerra, promette di combattere con ancora maggiore durezza.

Questa confusione rivela quanto poche siano le buone opzioni a disposizione del presidente. Se disinnescare la guerra commerciale dipende grosso modo da lui, non può invece ripristinare il vecchio mercato energetico. Qualunque cosa accada, il mondo sta entrando in una nuova era di insicurezza energetica.

Crisi a confronto

Lo shock scatenato dalla guerra potrebbe essere enorme. È vero: il mondo dipende meno dal petrolio di quanto non facesse nel 1973, quando un embargo arabo fece quadruplicare i prezzi del greggio, o nel 1979-80, quando la rivoluzione iraniana e la guerra Iran-Iraq colpirono l’offerta. Allora, era ancora comune bruciare petrolio per produrre elettricità. Oggi il suo impiego è meno diffuso e riguarda soprattutto i trasporti e la petrolchimica.

Ma questa evoluzione ha un doppio taglio. La domanda di petrolio di oggi è rigida, dunque i prezzi devono aumentare di più, a parità di interruzione dell’offerta. E quella attuale è estrema: la perdita di approvvigionamento è maggiore che in entrambi gli shock degli anni Settanta. Perfino nei momenti peggiori della crisi, i trader non si sono avvicinati a scontare un blocco a tempo indeterminato dello stretto. In uno scenario del genere, il prezzo del petrolio necessario a riallineare domanda e offerta potrebbe superare i 150 dollari al barile.

I membri dell’Agenzia internazionale dell’energia possono attingere a 1,8 miliardi di barili di scorte d’emergenza e ne stanno immettendo sul mercato 400 milioni. Ma l’accesso è spesso frenato da oleodotti o da altri vincoli logistici. Persino la Cina, che ha accumulato una propria e vastissima riserva separata, ha ritenuto necessario fermare le esportazioni di alcuni prodotti raffinati. Il fatto che i trasporti siano un input essenziale per una parte così ampia dell’economia mondiale significa che i colli di bottiglia potrebbero provocare danni molto gravi.

Non solo petrolio

E lo shock non si limita al petrolio. Il principale impianto di esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) del Qatar resta chiuso dopo un attacco con droni, togliendo dal mercato quasi un quinto dell’offerta globale. Anche l’espansione della sua produzione è stata rinviata. La perdita delle esportazioni qatariote ha innescato una corsa agli approvvigionamenti in Asia. In Europa, dove i depositi di gas sono insolitamente vuoti per questo periodo dell’anno, i prezzi sono saliti di oltre la metà. Gli Stati Uniti potrebbero esportare più GNL, ma la loro domanda di gas naturale è in aumento, a causa del boom dei data center ad altissimo consumo energetico.

Il «vantaggio» iraniano

L’Iran potrebbe trascinare la guerra per cercare di dimostrare che è Teheran - e non Washington - a dettare il ritmo degli eventi. L’11 marzo l’Iran ha colpito tre navi cargo nello Stretto di Hormuz e, in seguito, due petroliere nei pressi dell’Iraq. Come i ribelli Houthi dello Yemen, che sono riusciti ad attaccare il traffico marittimo nel Mar Rosso con armi rudimentali nonostante gli sforzi ad alta tecnologia dei membri della NATO per fermarli, il regime iraniano ha imparato che può lanciare droni contro navi e infrastrutture energetiche pur venendo contemporaneamente schiacciato dalle bombe.

Anche quando la guerra finirà, il mondo sarà cambiato. Il nuovo leader supremo oltranzista dell’Iran, Mojtaba Khamenei, sa ora che i prezzi dell’energia sono il punto debole dell’America. In Ucraina, dove sono state testate le difese anti-drone, alcuni apparecchidi tipo iraniano continuano comunque a passare. Le truppe americane, inoltre, non stanno certo per occupare l’Iran per fermare i lanci. E gli Stati Uniti non hanno la capacità di difendere ogni singola petroliera, anche se fornissero coperture assicurative a basso costo. Le perturbazioni sui mercati dell’energia andranno dunque avanti e verranno al ritmo delle tensioni geopolitiche, soprattutto se l’Iran giungerà alla conclusione di aver bisogno dell’arma nucleare per sentirsi al sicuro.

Questa è la nuova realtà con cui investitori, imprese e responsabili politici devono ormai fare i conti. Per gli investitori, il contrasto tra un mondo sempre più volatile e mercati azionari ancora abbastanza tonici è appena diventato più evidente.