Elezioni di midterm, incognita «socialista» sul Partito democratico

Nel dizionario della politica statunitense, alcune parole non hanno mai avuto diritto di cittadinanza. I progressisti, in America, si sono sempre chiamati «Liberal», mentre tra i «Democrats» non sono mai mancate, e non mancano nemmeno oggi, idee che altrove sarebbero considerate molto conservatrici.
Qualcosa, però, negli ultimi anni è cambiato. La crisi economica che ha aiutato Donald Trump a vincere le elezioni del 2024 potrebbe adesso condannarlo a una sconfitta molto pesante. Di certo, la stessa crisi ha spalancato le porte della politica e delle istituzioni USA a uomini e donne che non hanno più paura di definirsi «Socialisti». Qualcosa che, fino agli anni di Barack Obama, sarebbe stato impensabile.
Il senatore Bernie Sanders, 85 anni, rappresenta lo Stato del Vermont al Congresso dal 1991: è stato 16 anni alla Camera e 19 anni in Senato, dove il suo mandato scade nel 2030. È il grande vecchio della sinistra americana, dietro il quale sono cresciuti politici che oggi aspirano legittimamente a cambiare il Partito Democratico: Alexandria Ocasio-Cortez, innanzitutto, 37 anni, deputata di New York, da molti considerata una possibile candidata alla presidenza già nel 2028; Rashida Harbi Tlaib, 50 anni, deputata di Detroit, avvocata e prima donna palestinese-americana a essere eletta al Congresso; e poi, Zohran Mamdani, 35 anni, sindaco della Grande Mela dal 1. gennaio di quest’anno.
Sanders, Tlaib, Ocasio-Cortez e Mamdani sono apertamente schierati con i Democratic Socialists of America (DSA), movimento che sul suo sito Internet si definisce «la più grande organizzazione socialista degli Stati Uniti, con oltre 100.000 membri e sezioni in tutti e 50 gli Stati». Fondati nel 1982 da Michael Harrington, scrittore e professore di scienze politiche al Queens College di Flushing a New York, i DSA sono rinati, di fatto, nel 2016 quando sostennero la candidatura alla presidenza di Bernie Sanders.
Una battaglia politica
Come ha scritto l’Associated Press a due giorni dal voto, «i progressisti portano una nuova energia ai Democratici, ma rappresentano anche una sfida» per la leadership del partito. Il consenso attorno ad alcuni candidati appoggiati o espressione diretta dei DSA potrebbe, in futuro, diventare un problema. Non tanto per le accuse dei repubblicani sull’avvento del socialismo, argomento che sembra non suscitare più molto interesse, soprattutto tra i più giovani. Ma proprio per la direzione politica che potrebbe imprimere a tutto il partito.
Sanders, Ocasio-Cortez e gli altri candidati DSA condividono alcuni principi unificanti: sostegno a “Medicare per tutti”; opposizione alla costruzione di nuovi data center per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale; impegno a controllare e limitare i flussi di denaro delle imprese private verso la politica; stop al sostegno americano a Israele nella convinzione che la guerra di Gaza sia stata un genocidio.
Un punto, quest’ultimo, che ha prodotto, proprio in vista del traguardo delle urne, la più clamorosa rottura tra le file dem: l’appoggio pubblico della deputata del Michigan Haley Stevens al candidato repubblicano al Senato Mike Rogers, impegnato in una difficile campagna contro Abdul El-Sayed, il medico che aveva battuto Stevens alle primarie alcuni mesi fa. Al di là delle ruggini personali, è proprio il giudizio su Israele ad aver diviso definitivamente i due esponenti democratici. La Stevens, ferma sostenitrice dello Stato ebraico, aveva chiesto a El-Sayed di dire parole chiare sull’appoggio a Tel Aviv, ma El-Sayed ha sempre rifiutato la richiesta, accusando l’ex rivale di aver riavviato inutilmente il dibattito tra loro concluso dopo il voto delle primarie.
C’è da notare che Abdul El-Sayed, il quale si è spesso definito «capitalista», non è membro dei DSA, né ha ricevuto dai socialisti americani un chiaro appoggio, pur mantenendo con loro un rapporto iniziato anni fa e avendo partecipato a numerose iniziative comuni. Ma il fatto di essere musulmano e le critiche durissime all’amministrazione di Washington lo hanno trasformato in un bersaglio dello stesso Trump, che non più tardi di due giorni fa è tornato a definirlo un «jihadista». Si vedrà se quanto accaduto nelle ultime ore potrà pesare sul voto in Michigan. Secondo il New York Times, che ieri ha pubblicato l’ultimo e definitivo sondaggio sviluppato assieme al Siena College, «Abdul El-Sayed è in vantaggio su Mike Rogers di 11 punti percentuali, al di fuori del margine di errore».
Secondo un sondaggio Gallup citato dal Wall Street Journal, il 43% dei cittadini USA esprime oggi un giudizio favorevole sul socialismo. Fra i giovani, il consenso è ancora più alto. L’accusa di comunismo sventolata sempre più spesso da Trump ha perso parte della sua efficacia. E tuttavia, ha scritto ieri il Washington Post, «la possibilità dei dem di tornare alla Casa Bianca dipenderà soprattutto dai moderati». Dato che «per conquistare gli Stati conservatori occorrono candidati capaci di parlare agli elettori» che hanno votato il tycoon. La battaglia interna ai democratici è aperta.
