Banche

Ermotti: «Vogliamo una soluzione positiva sia per la Svizzera sia per UBS»

L'obiettivo è scongiurare un nuovo 19 marzo 2023: il giorno in cui fu annunciato il tracollo di Credit Suisse, la seconda banca svizzera. La cosìdetta Lex UBS, dopo il compromesso elaborato dalla commissione Economia e Tributi, domani approderà al Consiglio degli Stati.
© MICHAEL BUHOLZER
Ats
22.09.2026 18:29

Il presidente della direzione di UBS Sergio Ermotti si è opposto ancora una volta con forza all'inasprimento delle norme patrimoniali per la grande banca auspicato dal Consiglio federale. Da parte sua la ministra delle finanze Karin Keller-Sutter non ha però intenzione di cedere.

«Vogliamo semplicemente trovare una soluzione che sia positiva per la Svizzera, ma anche per UBS», ha affermato oggi Ermotti nell'ambito di un convegno a Zurigo, il «Finance Forum». Esiste sicuramente la possibilità di raggiungere una situazione vantaggiosa per tutte le parti in causa, ha chiosato il 66enne, aggiungendo che a suo avviso è un peccato che il dibattito sul tema si sia protratto così a lungo e sia diventato emotivo.

La discussione in corso è unica nel suo genere per la Svizzera, ha proseguito: nel paese non è mai esistita prima quella che, de facto, è una «Lex UBS». Il CEO ha detto di sentirsi responsabile degli interessi dei collaboratori in tutto il mondo, ma soprattutto delle 30'000 persone che lavorano in Svizzera e delle loro famiglie, nonché degli interessi dei clienti e degli azionisti. A suo dire è quindi giunto il momento che l'azienda dichiari con estrema chiarezza la propria posizione.

Se la direzione della banca dovesse rilasciare dichiarazioni non veritiere sulla capitalizzazione e sulle sue conseguenze, ciò sarebbe punibile per legge, ha affermato. E negli ultimi due anni non è stata mossa alcuna accusa in tal senso da parte delle autorità di vigilanza, ha aggiunto.

Intanto però la posizione del governo non è cambiata, ha fatto sapere Keller-Sutter, pure presente al convegno, aggiungendo di essersi ancora consultata anche con la Banca nazionale svizzera (BNS), che rimane a sua volta ferma sul suo orientamento. Ora tutto dipende da come proseguirà l'intero dibattito: dopo il Consiglio degli Stati - che tornerà sulla questione domani - sarà il turno del Consiglio nazionale, e forse ci sarà persino un referendum. «Non sappiamo ancora esattamente come andrà a finire», ha osservato la 62enne.

La consigliera federale ha detto di nutrire fiducia nel parlamento. A suo dire non si tratta di una questione di destra o sinistra, ma piuttosto di rispondere alla domanda: «chi è responsabile e chi si assume il rischio alla fine: l'azionista o il contribuente?». A UBS non piace sentirselo dire - ha proseguito - ma tutte le banche di importanza sistemica, comprese quelle all'estero, godono di fatto di una garanzia statale e questo va tenuto in considerazione. Infatti, in caso di fallimento, lo Stato non resterebbe semplicemente a guardare: il danno collaterale per l'intera economia sarebbe immenso.

Il dibattito sulle normative riguardanti le banche sistemiche, UBS in primis, proseguirà come detto domani. In una recente intervista Ermotti aveva definito «accettabile» la proposta della commissione dell'economia e dei tributi del Stati (CET-S) di dotare le filiali estere di UBS per il 50% di capitale primario di classe 1 (CET1) e per il 50% di obbligazioni AT1 (il cui valore può essere azzerato in caso di difficoltà della società, come avvenuto nel caso di Credit Suisse). Il Consiglio federale, dopo il crack di Credit Suisse, aveva invece suggerito una copertura integrale con CET1. L'attuale regime prevede il 45% di CET1 e il 15% di AT1.