Export in calo, pesa il farmaceutico: «Colpa dei dazi e del franco forte»

Come sta il commercio estero svizzero? Chiedetelo al settore farmaceutico. Potremmo sintetizzare così, con una battuta, lo stato di salute dell’economia elvetica sul fronte degli scambi internazionali. Sì, perché stando ai dati relativi al terzo trimestre 2025 – pubblicati oggi dall’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) – emerge con grande chiarezza l’impatto del settore chimico-farmaceutico sull’andamento generale. Detto altrimenti: quando questo comparto rallenta – come accaduto nel terzo trimestre del 2025 – trascina con sé l’intero saldo commerciale, nonostante altri settori, come quello dei veicoli o dei prodotti alimentari, per esempio, mostrino segnali di vivacità. Non sorprende, quindi, che il comparto farmaceutico domini sia le esportazioni (35,7 miliardi di franchi su 66,5) sia le importazioni (19,1 miliardi su 56,3).
Un secondo elemento rilevante che emerge dai dati sul commercio estero riguarda l’andamento secondo l’area geografica. L’Asia – trainata dalla Corea del Sud – guadagna peso come fonte di importazioni, mentre i rapporti con Europa e Stati Uniti mostrano un certo raffreddamento, sia nelle esportazioni sia nelle importazioni.
Questo, in grandi linee, il quadro generale del terzo trimestre che vede il commercio estero svizzero indietreggiare, come già era accaduto nel secondo trimestre del 2025. L’export è infatti diminuito del 3,9% rispetto al trimestre precedente, scendendo da 69,2 a 66,5 miliardi. Le importazioni, invece, sono scese dello 0,6% a 56,3 miliardi. Ma come leggere questo rallentamento? E soprattutto, la forte dipendenza strutturale del commercio estero elvetico dal settore farmaceutico ci rende più vulnerabili? Domande che abbiamo girato a Giovanni Barone-Adesi, professore emerito della Facoltà di scienze economiche all’USI.
«In realtà, continueremo a rallentare anche nei prossimi mesi in quanto il commercio verso gli USA, che sta influenzando l’industria svizzera, è in buona parte ritardato», spiega l’economista. Per il resto, «la Svizzera ha un’economia industriale piccola, molto competitiva nel settore farmaceutico, ma nel suo insieme poco differenziata». La conseguenza, appunto, è che un solo settore arriva a pesare quasi la metà di tutto il commercio estero. Va detto che nonostante questo netto rallentamento, la bilancia commerciale svizzera è rimasta positiva, con un’eccedenza che ha raggiunto i 10,2 miliardi di franchi nel terzo trimestre del 2025. «Il fatto che la bilancia commerciale sia positiva per la Svizzera è del tutto normale, anche se non rappresenta necessariamente un indicatore dello stato di salute dell’economia. Solo Trump sembra convinto del contrario, ritenendo che debba essere sempre positiva. Ma è l’unico al mondo a pensarlo», osserva ancora Barone-Adesi.
In sei crescono, ma non basta
Guardando nel dettaglio il comparto delle esportazioni, che cosa dicono allora i dati dele dogane? Innanzitutto, che il calo tocca sei degli undici gruppi merceologici. Ma, soprattutto, che il settore dei prodotti chimici e farmaceutici – il più redditizio – è stato il più colpito, con una riduzione delle vendite di 2,8 miliardi di franchi (-7,2%). Un calo che tuttavia non sorprende Barone-Adesi il quale riconduce la flessione alla situazione di incertezza generale legata ai dazi: «Non sapendo in che modo le tariffe doganali USA avrebbero colpito il settore, le aziende farmaceutiche hanno accumulato scorte negli Stati Uniti. Di conseguenza, oggi la domanda si è temporaneamente ridotta». Allargando lo sguardo ad altri settori, i dati mostrano un calo delle esportazioni di orologi (–3,7%) e di gioielli (–3,0%). In controtendenza, invece, il comparto dei veicoli segna un aumento del 18,7% – pari a 262 milioni di franchi – trainato soprattutto dall’aeronautica, che raggiunge il livello più alto dal terzo trimestre del 2008.
Particolarmente significativa è anche l’evoluzione per aree geografiche. Tra luglio e settembre, il calo delle esportazioni ha toccato in modo evidente i tre principali mercati. L’Europa ha registrato un andamento nel complesso negativo (–4.6%), il Nord America una contrazione di oltre l’8%, mentre in Asia la flessione – pari al 3,3% – è dovuta soprattutto alla diminuzione delle vendite verso la Cina. Un calo che, tuttavia l’economista riconduce in buona parte alla forza del franco che nell’ultimo anno si è apprezzato di circa il 12% sul dollaro.
Mercati storici indietreggiano
Come per l’export, anche sul fronte delle importazioni, nonostante il lieve calo complessivo, otto gruppi merceologici hanno registrato un aumento. In testa figurano i veicoli (+4,0% o +200 milioni di franchi) e i prodotti alimentari, bevande e tabacchi, la cui domanda è cresciuta del 3,5% (+126 milioni). Le importazioni di prodotti chimici e farmaceutici, invece, sono diminuite (–2,7%). A livello geografico, le importazioni provenienti dall’Europa (–1,9%) e dal Nord America (–6,9%) si sono contratte, mentre quelle dall’Asia sono aumentate del 4,0%. Il calo europeo è dovuto principalmente alla diminuzione degli acquisti da Germania, Francia, Spagna e Irlanda, che insieme hanno registrato una flessione di 1,7 miliardi di franchi.
Ad ogni modo, secondo Barone-Adesi, nel complesso, «la situazione del commercio svizzero rimane stabile, anche se sarà importante ristabilire al più presto un equilibrio tra export e import, tenendo conto dell’evoluzione dei dazi e del franco forte». Nessun campanello d’allarme, quindi. Almeno per il momento. «In questo nuovo contesto, sarà però fondamentale pianificare con attenzione le strategie», conclude l’economista.
Orologi svizzeri, crolla il mercato americano
Assieme alla farmaceutica, anche il settore orologiero ha registrato un calo delle esportazioni. Tra luglio e settembre la contrazione complessiva si è attestata attorno al 3,7%. Secondo il rapporto dell’Ufficio federale delle dogane, si tratta di uno dei risultati peggiori dal 2022. A incidere in modo determinante è stato il mercato americano, in forte contrazione. Stando ai dati diffusi dalla Federazione dell’industria orologiera (FH), a settembre le esportazioni si sono fermate a 2,0 miliardi di franchi, in diminuzione del 3,1% rispetto allo stesso mese del 2024. Un risultato in parte attenuato se si considera l’intero periodo gennaio–settembre, ma che resta in territorio negativo (–1,2% a 19 miliardi). A livello di singoli mercati, nel solo mese di settembre spicca il crollo degli Stati Uniti (–55,6% a quasi 158 milioni di franchi), che scivolano al terzo posto tra i principali sbocchi del «made in Switzerland», superati dal Regno Unito (+15,2% a 173 milioni) e dal Giappone (–7,9% a 158 milioni). Seguono Hong Kong (+20,6% a 156 milioni), la Cina continentale (+17,8% a 152 milioni) e Singapore (+8,3% a 133 milioni). Insieme, questi sei mercati rappresentano il 47% delle vendite oltre frontiera.
Con accenti diversi ma quasi sempre al ribasso si presenta anche l’andamento delle esportazioni per fascia di prezzo. Gli orologi sotto i 200 franchi hanno registrato una contrazione del 9,6% in termini di valore, la gamma 200–500 franchi una flessione del 22,7%, mentre il segmento 500–3.000 franchi segna un +4,2%. Nella fascia oltre i 3.000 franchi si osserva invece un –3,4%. In generale, sempre nel mese di settembre, il numero complessivo di pezzi esportati è diminuito del 7,6%, a 1,1 milioni di unità. Una riduzione che penalizza in particolare le regioni, come il Ticino, storicamente specializzate nell’assemblaggio finale: meno volumi significa inevitabilmente meno lavoro.
