Stati Uniti

Facebook e Instagram a processo: al via la causa da 200 miliardi per «i danni causati ai minori»

Il dibattimento che potrebbe cambiare il futuro dei social media si è aperto nelle scorse ore – Sotto la lente dei procuratori c'è la tutela degli utenti più giovani, i meccanismi di dipendenza e i relativi rischi per la loro salute mentale
© Noah Berger
Irene Solari
19.08.2026 17:30

Avevano appena 12, 14, 17 anni. Alcuni 23. Visi spensierati e sorridenti nei selfie, altri più "in posa" negli scatti dell'annuario scolastico. Sono ragazze e ragazzi morti giovanissimi, che vengono definiti come «vittime dei social media». È attorno a questo dramma silenzioso che ruota l'enorme causa da 200 miliardi di dollari intentata contro Meta. Il processo che potrebbe cambiare il futuro dei social media è iniziato nelle scorse ore negli Stati Uniti. In aula, da una parte 29 Stati americani, dall'altra uno dei colossi tech più potenti del mondo. E l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica è altissima. Al di là della cifra monstre chiesta come risarcimento, al centro della disputa - come detto - c'è un tema importantissimo: la tutela dei minori. Meta deve infatti difendersi davanti al tribunale federale americano di Oakland in California da accuse pesantissime, secondo le quali l'azienda di Mark Zuckerberg avrebbe progettato le proprie piattaforme social «per creare dipendenza nei ragazzi», oltre ad aver «mentito sui rischi connessi a tali piattaforme e raccolto dati sui bambini». Addebiti non da poco che, come prevedibile, hanno avuto una fortissima eco internazionale. Davanti alla sede del tribunale si sono radunati i parenti delle giovani vittime. Tra le mani, in mezzo a discorsi carichi di commozione, le foto incorniciate e un lunghissimo striscione bianco su cui sono riportati uno dopo l'altro nomi e l'età di figli, nipoti, fratelli. Secondo i manifestanti, tutti i giovani hanno perso la vita a causa, più o meno diretta, degli effetti dei social media sulla loro salute mentale.

Due sconfitte milionarie

Per gli Stati accusatori, Meta avrebbe «progettato un prodotto che deliberatamente crea dipendenza per indirizzarlo poi ai minori». Ma non è la prima volta, quest'anno, che la società madre di Facebook e Instagram viene citata davanti alla giustizia. Il Guardian riporta di un «caso pilota» avvenuto all'inizio del 2026: un tribunale di Los Angeles ha ritenuto il colosso californiano responsabile di aver, di nuovo, «deliberatamente progettato un prodotto che crea dipendenza e che ha avuto effetti deleteri sulla salute mentale di una giovane vittima». Un caso che si è concluso con la condanna di Meta a un risarcimento di 6 milioni di dollari per la parte lesa, e che ha di fatto «aperto la strada ad altri contenziosi», come quello che sta andando in scena in queste ore. Ma non è tutto. L'azienda è stata costretta a sborsare quasi un miliardo di dollari - per l'esattezza 942 milioni - dopo aver perso un'altra causa tenutasi in New Mexico. In questo caso la diatriba giudiziaria verteva «sulla questione se l'azienda fosse a conoscenza dello sfruttamento sessuale dei minori sulle sue piattaforme e se avesse adottato misure per prevenirlo».

«Si crea una dipendenza»

Ora, sotto la lente della giustizia non c'è lo sfruttamento dei minori, quanto piuttosto «la progettazione» della piattaforma Meta che avrebbe danneggiato - secondo chi accusa - la salute mentale di diversi minorenni. Il focus è in particolare sull'algoritmo che determina quali contenuti vengono mostrati agli utenti e in che modo questo viene fatto. Secondo il quotidiano britannico, i procuratori generali americani starebbero puntando proprio a modificare questo algoritmo, con particolare attenzione «alla caratteristica di manipolazione della dopamina» capace di creare la già citata «dipendenza da social media». Cosa cambierebbe, quindi, per l'azienda? Potrebbero esserci «modifiche permanenti nel funzionamento dei suoi social network, che sono il motore dell'intero business», spiegano gli esperti del settore, considerando che Meta «è essenzialmente un'azienda di pubblicità digitale». Il suo algoritmo di raccomandazione funziona di conseguenza: «Classifica i post nei feed degli utenti e alimenta l'engagement mostrando contenuti che hanno maggiori probabilità di suscitare emozioni e di mantenere vivo l'interesse». Il processo in questione, quindi, con le sue possibili modifiche, «potrebbe portare alla fine dei social media come li conosciamo adesso e a una riduzione del loro utilizzo nel lungo termine». Intanto, il malcontento nei confronti di Meta «e del suo modello di business» continua a crescere a livello globale e anche nel Vecchio Continente: l'Unione Europea si è aggiunta al coro di voci che chiedono all'azienda «di modificare il suo design che crea dipendenza».

© Noah Berger
© Noah Berger

«Richieste sproporzionate»

Dal canto suo, anche Meta ha preso posizione riguardo al processo: «I procuratori generali statali potrebbero definire questo caso storico, ma le loro affermazioni limitate sono infondate e le loro richieste finanziarie sono sproporzionate», riporta il Guardian, citando un portavoce della società di Menlo Park. «Invece di attenersi ai fatti o alla legge, gli Stati hanno deciso di perseguire un risarcimento esorbitante. Noi confermiamo il nostro impegno nel creare solide tutele per gli adolescenti e non vediamo l'ora di presentare le nostre ragioni in tribunale».

Correlati